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USA, Mike Pompeo segretario di Stato: come cambia la politica estera
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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, insieme a quello russo Vladimir Putin - Afp photo / Sputnik / Mikhail Klimentyev

USA, Mike Pompeo segretario di Stato: come cambia la politica estera

L'ex capo della Cia ha posizioni molto diverse da Rex Tillerson su alcuni dei principali dossier, dal nucleare iraniano fino ai rapporti con la Corea del Nord, passando per il Russiagate

14 Mar. 2018
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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, insieme a quello russo Vladimir Putin - Afp photo / Sputnik / Mikhail Klimentyev

Martedì 13 marzo Donald Trump ha licenziato il segretario di Stato Rex Tillerson, nominando al suo posto l’ex capo della Cia Mike Pompeo.

Una decisione che ha colto di sorpresa molti commentatori. Le frizioni tra Trump e Tillerson erano note e andavano avanti ormai da tempo, e l’attitudine del presidente degli Stati Uniti a disfarsi dei suoi collaboratori più sgraditi non la si scopre certo oggi.

Tuttavia, il ruolo di segretario di Stato è particolarmente delicato, ragione per cui in pochi si aspettavano che i dissapori tra Trump e Tillerson potessero sfociare in un licenziamento con queste tempistiche.

La decisione del tycoon, per altro, arriva in un momento molto importante per la diplomazia statunitense. Trump ha accettato la proposta di incontro con Kim Jong-un pervenuta da Pyongyang, sebbene la Corea del Nord non abbia ancora confermato ufficialmente l’incontro stesso.

Altri importanti dossier sono sul tavolo dell’amministrazione a stelle e strisce: l’accordo sul nucleare con l’Iran, le questioni climatiche, nonché le vicende che ruotano attorno al Russiagate e ai rapporti con Mosca.

In questo quadro, il cambio della guardia tra Tillerson e Pompeo è il segno della volontà di Trump di tracciare una nuova rotta sulla politica estera Usa.

Le frizioni tra Trump e Tillerson e il licenziamento

Come detto, ormai da diverso tempo tra il presidente degli Stati Uniti e il suo ex segretario di Stato non correva buon sangue.

Poco dopo il licenziamento, Steeve Goldstein, alto funzionario del Dipartimento di Stato, ha detto che “Rex Tillerson non ha parlato con Donald Trump prima del suo licenziamento e ne ignora le ragioni”.

Goldstein ha anche aggiunto che Tillerson “era assolutamente intenzionato a rimanere al suo posto”. Poche ore dopo aver rilasciato queste dichiarazioni, lo stesso Goldstein è stato licenziato.

Trump ha motivato così la sua decisione: “In realtà sono andato molto d’accordo con Rex, ma abbiamo una mentalità diversa, un modo di pensare diverso. Se penso all’accordo con l’Iran, mi sembra terribile. Immagino che invece a Tillerson andasse bene. È evidente quindi che non la vedevamo allo stesso modo”.

Tillerson ha infatti sostenuto strenuamente , a più riprese, che gli Stati Uniti avrebbero dovuto rispettare l’accordo con Teheran raggiunto sotto l’amministrazione di Barack Obama nel 2015.

La scorsa estate, Tillerson aveva definito Trump un “fottuto idiota”, una frase che l’ex segretario di Stato non ha mai negato.

Tillerson è noto per i suoi stretti legami con il presidente russo Vladimir Putin, che nel 2013 lo ha insignito con “l’Ordine dell’amicizia”, un riconoscimento per gli stranieri che intrattengono buone relazioni con il Cremlino.

La sua nomina era in linea con la politica di avvicinamento alla Russia promossa da Donald Trump in campagna elettorale. Tuttavia, anche su questo fronte, negli ultimi giorni, c’erano stati notevoli dissapori tra il presidente e l’ex segretario di Stato.

Tillerson aveva infatti preso posizione sul caso di Sergej Skripal, l’ex spia russa deceduta dopo un avvelenamento a Salisbury, nel sud dell’Inghiliterra. Un vicenda che ha portato all’espulsione, da parte del governo britannico, di 23 diplomatici russi, dopo che Mosca si è rifiutata di fornire spiegazioni sull’incidente, negando ogni responsabilità.

Tillerson si era schierato apertamente dalla parte di Theresa May: “I responsabili, sia coloro che hanno commesso il crimine sia quelli che l’hanno ordinato, devono affrontare conseguenze gravi: siamo solidali con i nostri alleati nel Regno Unito”, aveva dichiarato.

Una presa di posizione giudicata del tutto inopportuna da Trump, e che ha fatto saltare un equilibrio già fragilissimo.

La scelta di Trump: un’amministrazione a sua immagine e somiglianza

Come scrive il New York Times, Tillerson aveva in qualche modo fatto squadra con Jim Mattis, il segretario alla Difesa. I due erano riusciti a tenere sotto controllo il presidente, trovando un terreno comune sulla politica estera, dal Medio Oriente all’Asia orientale, ed esprimevano questa visione negli incontri congiunti con Trump.

Per oltre un anno, ciò ha messo Trump nella posizione di doversi spesso contrapporre a due altissime cariche dello stato, le quali tra l’altro trovavano un’ulteriore sponda in H. R. McMaster, il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca.

Un funzionario dell’amministrazione che si è seduto spesso sui banchi di queste riunioni, ha descritto al New York Times la crescente frustrazione di Trump per il fatto di trovarsi in minoranza, da un punto di vista di visione strategica e scelte politiche, durante questi incontri.

Rimuovendo Tillerson e nominando Pompeo, il tycoon ha invece optato per una figura che, stando almeno alle sue credenziali, dovrebbe essere molto più vicina alla sua linea politica.

La stessa cosa può essere detta in relazione alla nomina come capo della Cia (al posto dello stesso Pompeo) di Gina Haspel, prima donna a ricoprire questo incarico dopo aver lavorato nell’agenzia di intelligence per oltre 30 anni.

Le posizioni di Haspel, ad esempio sui metodi di interrogatorio della Cia, sono sempre state molto in sintonia con quelle di Trump.

Chi è Mike Pompeo

Se con Tillerson la tensione era alta, i rapporti di Mike Pompeo con Trump si preannunciano ben più distesi.

Mike Pompeo ha 54 anni. Dal 2011 è rappresentante al Congresso statunitense di uno dei distretti dello stato del Kansas. È un esponente del movimento Tea Party, l’ala più conservatrice all’interno del Partito repubblicano.

È stato membro della commissione parlamentare per l’energia e il commercio ma anche di quella d’intelligence. Inoltre, ha fatto parte della commissione incaricata di indagare sull’attacco del 2012 contro la sede diplomatica degli Stati Uniti a Bengasi, in Libia. In quel frangente, diede voce ad aspre critiche nei confronti dell’allora segretario di Stato Hillary Clinton.

Pompeo, da sempre membro della National rifle association, sposa posizioni controverse: si è schierato contro la chiusura di Guantanamo, si oppone tanto ai matrimoni quanto alle adozioni gay, è fermamente antiabortista, anche nei casi di incesto e stupro, ed è un sostenitore dei programmi di sorveglianza dell’Agenzia nazionale per la sicurezza (Nsa).

Pompeo è considerato a tutti gli effetto un “falco”, uomo dalle posizioni intransigenti su molte questioni, incluse quelle di politica estera.

Le posizioni di Pompeo sul nucleare iraniano

Pompeo condivide con Trump  l’opposizione all’accordo sul nucleare iraniano e martedì 13 marzo, poco dopo la sua nomina a segretario di Stato, ha scritto su Twitter: “Non vedo l’ora di ritirare questo disastroso accordo con il più grande sponsor statale al mondo del terrorismo”.

Quando era membro del comitato di intelligence della Camera, Pompeo si era espresso a più riprese contro la sospensione delle sanzioni a Teheran, e come capo della Cia aveva paragonato l’Iran stesso all’Isis.

Come scrive Annalisa Perteghella sul sito dell’Istituto per gli di studi di politica internazionale (ISPI): “Con Pompeo nel ruolo di segretario di Stato si apre dunque uno scenario alquanto fosco per la tenuta dell’accordo sul nucleare. La prossima scadenza a cui guardare è il 12 maggio, termine entro il quale Trump deve rinnovare la sospensione (waiver) delle sanzioni a Teheran.

Lo scorso gennaio, in occasione dell’ultimo rinnovo della sospensione, Trump aveva lanciato un ultimatum agli alleati europei, invitandoli a coinvolgere Teheran in un ulteriore negoziato che ha per oggetto il ruolo dell’Iran nella regione mediorientale e la questione dei missili balistici.

Se Teheran non acconsentirà a un comportamento più costruttivo in Medio oriente e all’interruzione del proprio programma di sviluppo dei missili balistici, Washington non rinnoverà le esenzioni alle sanzioni, violando di fatto gli obblighi assunti con l’accordo”.

Le posizioni di Pompeo sulla Russia

Per quanto riguarda le relazioni con la Russia, il punto di vista di Pompeo appare al momento meno chiaro.

Quando faceva parte del Congresso, era molto critico con il presidente Vladimir Putin. Da capo della Cia, Pompeo, ha apertamente dichiarato di ritenere che ci fosse proprio Putin dietro i tentativi di influenzare le elezioni del 2016.

Lo stesso Trump ha respinto queste conclusioni della Cia, per timore che potessero minare la legittimità della sua elezione. Tuttavia, Pompeo si è fermato a generiche affermazioni di responsabilità della Russia, senza dire mai cosa dovesse fare l’amministrazione Usa per contrastare le azioni di Mosca e, soprattutto, senza adombrare mai sospetti sul ruolo dello stesso Trump nella vicenda.

Le posizioni di Pompeo sulla Corea del Nord

Pompeo è considerato un falco anche sulla questione dei rapporti tra Stati Uniti e Corea del Nord, e non è escluso che la sua nomina possa vanificare i tentativi di riavvicinamento tra Pyongyang e la Casa Bianca, culminati con la richiesta di incontro di Kim Jong-un, accettata da Trump.

Come riporta il New York Times,  da capo della Cia Pompeo è stato responsabile di una campagna segreta contro la Corea del Nord, che si ritiene includa attacchi informatici sui suoi programmi missilistici e nucleari.

Nessuno più della Cia, inoltre, si è mostrato scettico sulle possibilità che Kim rinunci al suo arsenale nucleare.

In una presentazione dello scorso autunno alla George Washington University, uno dei maggiori analisti coreani dell’agenzia ha affermato che, secondo la Cia, nessuna minaccia di sanzioni avrebbe persuaso il dittatore nordcoreano sull’opportunità di rinunciare alle armi nucleari, da lui ritenute le uniche difese contro una possibile invasione degli Stati Uniti.

Le posizioni di Pompeo sull’ambiente

Rex Tillerson, per il suo passato da capo della ExxonMobil, la potente compagnia petrolifera statunitense, era su posizioni ben distante da qualsivoglia “ambientalismo”. Proprio degli attivisti per l’ambiente, nonché diversi parlamentari democratici, avevano criticato la nomina di Tillerson per questa ragione.

Tuttavia, come scrive il sito Mashable, ora gli ambientalisti potrebbero addirittura rimpiangere l’ex segretario di Stato. Pompeo, infatti, ha messo a lungo in discussione il legame, riconosciuto come incontrovertibile da gran parte della comunità scientifica mondiale, tra il riscaldamento globale e l’uso di combustibili fossili.

Da segretario di Stato, l’ex capo della Cia avrà in mano tutti i principali dossier che riguardano la politica ambientale degli Stati Uniti, inclusa la delicatissima questione del rispetto degli accordi di Parigi.  Gli Stati Uniti sono l’unica nazione ad aver annunciato il ritiro da questi accordi, molto criticato da Pompeo all’epoca dell’amministrazione Obama.

Anche su questo tema, quindi, le posizioni del neo segretario di Stato appaiono molto più estreme di quelle di Tillerson, che si era espresso contro il ritiro degli Usa dagli accordi i Parigi.

Pompeo, infine, ha legami molto stretti con Charles e David Koch, i miliardari conservatori che continuano a finanziare gli sforzi per screditare gli scienziati che parlano degli effetti del cambiamento climatico.

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