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Ecco come finanzieremo il reddito di cittadinanza: la soluzione del M5s
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reddito di cittadinanza come si finanzia
Pasquale Tridico e Luigi Di Maio. Credit: Silvia Lore/ NurPhoto/ Afp

Ecco come finanzieremo il reddito di cittadinanza: la soluzione del M5s

Secondo Pasquale Tridico, che in un ipotetico governo Di Maio sarebbe il ministro del Lavoro, il reddito di cittadinanza potrebbe finanziarsi interamente grazie ai suoi stessi effetti sul tasso di partecipazione della forza lavoro

13 Mar. 2018
reddito di cittadinanza come si finanzia
Pasquale Tridico e Luigi Di Maio. Credit: Silvia Lore/ NurPhoto/ Afp

Il reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del programma del Movimento Cinque Stelle è uno dei temi più dibattuti delle elezioni italiane del 4 marzo (qui le ultime notizie, i possibili scenari di governo e quello che c’è da sapere sulle consultazioni).

Il leader del M5S Luigi Di Maio ha detto che il reddito di cittadinanza è rivolto a 2,8 milioni di famiglie e, complessivamente, contribuirà al sostentamento di oltre 8 milioni di italiani.

Come abbiamo già spiegato in precedenza, non si tratta di un vero e proprio reddito di cittadinanza, dal momento che per essere tale sarebbe dovuto essere destinato a tutti i cittadini, con l’unico requisito di essere cittadini di quello stato. In Europa, l’unico paese ad aver introdotto una forma di reddito di base è la Finlandia. Ecco di cosa si tratta e quali sono finora gli effetti.

Al contrario, quello proposto dal Movimento Cinque Stelle è una sorta di reddito minimo garantito, un sussidio di disoccupazione, destinato non a tutti ma a chi ha dei requisiti specifici.

Il Movimento Cinque Stelle scrive nel suo programma che, stando ai dati ISTAT, la copertura necessaria per attuare la proposta sia quantificabile tra i 16 e i 17 miliardi di euro, e che queste risorse verrebbero trovate attingendo dal “gioco d’azzardo, dalle banche, dalle compagnie petrolifere e dai grandi patrimoni, e tagliando inoltre il finanziamento ai giornali e i costi della politica”.  Il che, francamente, non è molto chiaro.

La critica più grande che gli è stata mossa è una: dove si trovano i soldi per la copertura finanziaria dell’ambizioso progetto?

Sul blog del Movimento Cinque Stelle ha risposto Pasquale Tridico, che Luigi Di Maio aveva designato prima delle elezioni come ministro del Lavoro e del welfare del suo governo.

Il professore Pasquale Tridico, è docente di Economia del lavoro, Politica Economica dell’Università di Roma Tre, e in un post dal titolo “Il lavoro di cui ha bisogno l’Italia” ha spiegato in che modo il reddito di cittadinanza si finanzierebbe.

La soluzione del professor Tridico

“Alla base del nostro declino economico non ci sono solo le politiche di austerità ma anche la precarizzazione del posto di lavoro. La stagione del lavoro flessibile è iniziata con il pacchetto Treu del 1997 ed è proseguita ininterrottamente fino al Jobs Act e alla riforma Poletti sui contratti a termine”, ha scritto Tridico.

Il professore descrive come disastrosi i risultati in termini di produttività e disoccupazione e individua il motivo di tale disastro: “Se il lavoro flessibile costa poco, dato che il lavoratore perde diritti e quote salari, l’impresa rinuncerà agli investimenti ad alto contenuto di capitale, all’innovazione e quindi anche alla formazione di lavoratori qualificati con più alti salari. Verrà azionata la leva della competitività salariale piuttosto che quella della innovazione e del capitale umano costoso e qualificato. Avremo frequenti casi di sotto-mansionamento, e giovani laureati costretti a svolgere lavori meno qualificati con più bassi salari. Avremo anche casi di emigrazione qualificata e “fughe di cervelli” all’estero. A perderci sarà tutto il paese, impantanato in un contesto produttivo poco dinamico e a basso valore aggiunto”.

Come spiega Tridico, il reddito di cittadinanza, “che è tecnicamente un reddito minimo condizionato alla formazione e al reinserimento lavorativo”, avrà il compito di sostenere economicamente chi oggi non raggiunge la soglia di povertà indicata da Eurostat, in cambio dell’impegno a formarsi e ad accettare almeno una delle prime tre proposte di lavoro, purché siano eque e vicine al luogo di residenza.

A detta di Tridico il meccanismo è questo: “almeno 1 milione di persone che attualmente non cercano lavoro ma sarebbero disponibili a lavorare (i cosiddetti ‘inattivi’ e scoraggiati) verranno spinti alla ricerca del lavoro attraverso l’iscrizione ai Centri per l’Impiego e andranno così ad aumentare il tasso di partecipazione della forza lavoro. Questo ci permetterà di rivedere al rialzo l’output gap, cioè la distanza tra il Pil potenziale dell’Italia e quello effettivo, perché 1 milione di potenziali lavoratori saranno di nuovo conteggiati nelle statistiche Istat”.

“Se aumenta il Pil potenziale possiamo mantenere lo stesso rapporto deficit/Pil potenziale, cioè il cosiddetto ‘deficit strutturale’, spendendo circa 19 miliardi di euro in più di oggi. Il reddito di cittadinanza costa 17 miliardi complessivi, compresi i 2,1 miliardi per rafforzare i centri per l’impiego, e potrebbe quindi finanziarsi interamente grazie ai suoi effetti sul tasso di partecipazione della forza lavoro”.

Oltre a spiegare il meccanismo per trovare la copertura finanziaria del reddito di cittadinanza, l’eventuale ministro del Lavoro del governo Di Maio ha individuato altri punti prioritari e strettamente collegati:

2) Gli investimenti produttivi dello Stato nei settori a più alto ritorno occupazionale, senza i quali il reddito di cittadinanza sarebbe una misura monca,  con l’idea è di destinare almeno il 34% di questi investimenti nel Sud Italia, che ha urgente bisogno di uscire dal sottosviluppo e dal sotto-investimento. Tra i progetti anche quello della Banca pubblica di investimento, che erogherà credito a tassi agevolati a micro, piccole e medie imprese.

3) il salario minimo orario, a favore di quei lavoratori non coperti da contrattazione nazionale collettiva per sradicare sfruttamento e precarietà, che negli ultimi anni sono cresciuti enormemente, e dare anche un impulso alla domanda interna.

4) un patto di produttività programmato tra lavoratori, governo e imprese per rilanciare salari, produttività e investimenti

5) i robot, una sfida che non va lasciata alla “schizofrenia del mercato, ma gestita politicamente”. Il primo passo in questo senso sarà la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, in modo da aumentare l’occupazione e di incentivare la riorganizzazione produttiva delle imprese.