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È verosimile che Renzi lasci il PD per fondare un suo nuovo partito?

Dopo la disfatta alle elezioni politiche del 2018, in cui il Pd ha toccato il minimo storico, si fanno sempre più insistenti le voci secondo cui l'ex premier e segretario dimissionario Matteo Renzi sarebbe intenzionato a dare vita a un nuovo movimento politico

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Matteo Renzi in posa da modello. Credit: Beast

Che Matteo Renzi si sia sempre sentito politicamente vicino al presidente francese Emmanuel Macron non è un segreto, anche perché tra i due le analogie non mancano.

Entrambi formatisi nel centrosinistra, hanno trovato inizialmente la diffidenza del proprio partito salvo poi diventare punti di riferimento della loro area politica e raggiungere l’incarico di premier, l’uno, e di presidente l’altro, ad appena 39 anni.

La grande differenza, però, è che Renzi ha scalato le gerarchie del Partito Democratico mentre Macron ha preferito allontanarsi dal Partito Socialista e fondare una sua formazione, En Marche, che oggi controlla anche la maggioranza dei seggi del parlamento francese.

Anche per questo si è parlato spesso della possibilità per Matteo Renzi di lasciare un PD con la cui nomenclatura il rapporto è stato spesso traballante per fondare un nuovo movimento, composto soprattutto dai suoi fedelissimi.

Dopo la disfatta delle elezioni del 2018, in cui il PD ha toccato il suo minimo storico di consensi – il 18,7 per cento -, Renzi ha annunciato le sue dimissioni da segretario, mentre molti suoi oppositori si sono affrettati a definire chiusa la stagione dell’ex sindaco di Firenze.

Questa situazione, che ha visto Renzi isolato e privo di incarichi ma al tempo stesso forte di un gruppo di fedelissimi che sono entrati in parlamento in queste elezioni, è stata vista da alcuni media italiani come la condizione naturale per permettere all’ex premier di fondare l’En Marche italiano.

Un’ipotesi che, secondo Radio Popolare, sarebbe concreta qualora l’area di Renzi non riuscisse a mantenere il controllo del partito in seguito alle primarie che si svolgeranno quest’anno.

Questa volta, su diverse testate italiane si fa anche il nome di questo movimento: Avanti, con un significato abbastanza simile al movimento di Macron e come il libro che proprio Renzi ha scritto nel 2017.

Nel lungo articolo di Radio Popolare si parla di una serie di figure vicine all’ex segretario, come il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi e il tesoriere PD Francesco Bonifazi, entusiasti della possibilità, mentre altri come Luca Lotti sono più scettici e si parla di un numero di parlamentari pronti ad aderire al progetto in grado di formare gruppi autonomi alla Camera e al Senato.

Si parla poi di un ruolo importante della fondazione EYU, guidata proprio da Bonifazi e membro della FEPS, l’unione europea delle fondazioni vicine ai partiti socialisti europei, e come tale inserita nel sistema del socialismo europeo e influente al punto da aver fatto fuori nel 2017 Massimo D’Alema dalla guida della stessa FEPS.

Il piano sarebbe dunque questo: un nuovo partito sul modello del francese En Marche e dello spagnolo Ciudadanos all’interno del nuovo centrosinistra europeo che vuole rottamare i vecchi partiti socialisti, guidato dallo stesso Renzi e composto soprattutto dai suoi fedelissimi e da una base di “nativi democratici”, come sono chiamati i militanti PD che non hanno avuto esperienze politiche prima che nascesse il partito.

Un progetto che rappresenta sicuramente una suggestione interessante per via di numerosi elementi che sembrano combaciare con l’attuale situazione politica, ma cui lo stesso Renzi, intervistato dal Corriere della Sera il 12 marzo, ha voluto chiudere la porta. Alla domanda “Potrebbe fondare un suo partito?”, l’ex premier ha riposto “Di partiti in Italia ce ne sono anche troppi. Io sto nel PD in mezzo alla mia gente. Me ne vado dalla segreteria, non dal partito”.

Non è la prima volta che si parla di un nuovo partito fondato da Renzi. Nel 2012, sconfitto da Bersani nelle primarie di coalizione del centrosinistra e malvisto da molti dirigenti del PD, si iniziò a parlare di una possibile scissione.

A inizio 2013 iniziò anche a circolare la voce di una lista di sostenitori di Renzi nella coalizione di centrosinistra per cercare di catalizzare i voti degli elettori renziani in disaccordo con Bersani, ma l’idea naufragò. Un’idea di cui si è poi tornato a parlare nel 2017, dopo la vittoria di Emmanuel Macron nelle presidenziali in Francia sostenuto da En Marche.

Molte scissioni messe in piedi negli ultimi anni da leader politici in Italia si sono rivelate scissioni verticistiche, magari con un buon seguito a livello di dirigenti ma poco a livello di voti.

Ne sono dimostrazione Alleanza per l’Italia, movimento fondato da Francesco Rutelli nel 2009, e Futuro e Libertà per l’Italia, fondata da Gianfranco Fini nel 2011, con cui lasciarono rispettivamente PD e PdL.

Nessuna di queste formazioni ebbe particolare seguito popolare ed entrambe sono in breve tempo sparite. Anche Liberi e Uguali, nata in vista delle elezioni 2018 su iniziativa di una serie di dirigenti che hanno lasciato il PD, non ha aumentato i voti dell’alternativa a sinistra dei democratici rispetto alle scorse tornate elettorali.

Anche questi, probabilmente, sono elementi che pesano su chi, nell’attuale panorama politico, è interessato a compiere una scissione all’interno di un partito.

Direzione PD lunedì 12 marzo | Diretta | Ultime notizie

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