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Icarus ha vinto l’Oscar come miglior documentario, ed è su Netflix

L'incredibile storia di uno dei più grandi scandali sull'assunzione di sostanze dopanti all'interno del mondo sportivo russo

Immagine di copertina
Credit: Icarus

Il 4 marzo 2018, durante la cerimonia di consegna dei premi Oscar, ad ottenere il riconoscimento come miglior documentario è stato Icarus, diretto dal regista e ciclista amatore statunitense Bryan Fogel, e prodotto da Dan Cogan.

Il documentario è stato diffuso da Netflix ad agosto del 2017, e racconta lo scandalo sul doping che ha coinvolto il mondo degli atleti russi, causandone l’esclusione dalle ultime Olimpiadi invernali del 2018.

Gli altri documentari in nomination erano “Faces Places”, di Agnes Varda, “Abacus: small enough to jail”, di Steve James, “Last men in Aleppo”, di Feras Fayyad, e “Strong Island”, di Yance Ford.

Prima di diventare, casualmente, uno dei più completi resoconti sulla situazione del doping in Russia, il documentario doveva assumere un’altra piega: Fogel, appassionato di ciclismo, voleva documentare la facilità con cui è possibile assumere sostanze dopanti, e in che modo esse migliorano le prestazioni fisiche.

Per realizzare il suo film, Fogel si è messo in contatto con il capo del laboratorio antidoping russo Grigory Rodchenkov, colui che ha poi radicalmente cambiato il corso del documentario.

La storia

In un momento in cui Fogel e Rodchenkov avevano già iniziato la loro collaborazione, la WADA (World Anti-Doping Agency) aveva pubblicato un documento nel quale si affermava che gli atleti russi avevano partecipato alle competizioni di Pechino 2008 e Londra 2012 dopo aver assunto sostanze dopanti.

L’indagine causò uno dei più grandi scandali nel mondo dello sport in Russia, e portò Rodchenkov al centro dell’attenzione, visto che proprio lui fu il responsabile dell’ideazione e dell’attuazione del piano di somministrazione di sostanze stupefacenti agli atleti, come egli stesso ammise.

La riuscita del programma poté realizzarsi anche grazie all’aiuto dei colleghi medici e del benestare delle autorità russe.

Una volta scoppiato lo scandalo, Rodchenkov cominciò a sentirsi in pericolo per la propria vita, e decise di richiedere asilo da Fogel, negli Stati Uniti.

Una volta a Los Angeles, rendendosi conto della gravità della situazione, Rodchenkov decise di confessare tutto al Dipartimento di giustizia americano, alla WADA, al New York Times, e al CIO.

Rodchenkov raccontò il metodo che aveva studiato per somministrare le sostanze dopanti agli atleti senza che essere risultassero nei test, mescolando tre sostanze diverse con del liquore, ma soprattutto dichiarò che a ordinargli di sviluppare tale cocktail esplosivo era stato proprio il ministero dello Sport russo.

Non solo: il capo del laboratorio antidoping spiegò al New York Times il modo in cui un agente dell’intelligence russa trovò il modo di sostituire i campioni di urina in cui risultavano sostanze illecite, a partire dal 2013.

Le rivelazioni di Rodchenkov sono state negate tassativamente dalle autorità russe, ma sono state in seguito verificate dalla WADA e dal CIO.

Rodchenkov attualmente vive ancora da qualche parte negli Stati Uniti, ma non è stata diffusa la sua residenza precisa per questioni di sicurezza, mentre i membri della sua famiglia si trovano ancora in Russia, dal momento che il governo ha provveduto a confiscare tutti i loro passaporti per evitare che si allontanassero.

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