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Intervista a Viola Carofalo, leader di Potere al Popolo
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Intervista a Viola Carofalo, leader di Potere al Popolo

A pochi giorni dalle elezioni del 4 marzo, TPI ha intervistato Viola Carofalo, leader di Potere al Popolo, su vari temi caldi di questa campagna elettorale e sulle proposte del suo movimento.

Che ne pensa del clima di tensione, anche violento, che ha caratterizzato le ultime settimane, e che ha portato anche al ferimento di un vostro attivista?

Questo clima è orrendo e ci sono delle responsabilità precise per quanto è accaduto: si è lasciato un ampio spazio alle organizzazioni neofasciste e chiaramente questo ha portato a un innalzamento della tensione.

Lei condanna questi episodi di violenza indipendentemente da chi li commette?

Secondo me bisogna ragionare sulla politica e non sui singoli episodi, ovvero su come si sia creata questa situazione, altrimenti si finisce per fare facile demagogia.

Io dico soltanto che ci sono delle responsabilità politiche: mi risulta che, secondo la Costituzione, le organizzazioni neofasciste non si possano riformare, ma non capisco perché nonostante le reiterate richieste di sciogliere questi partiti, non sia successo nulla.

È chiaro che se non si fa nulla poi la tensione si alza. Penso agli ultimi episodi di questi giorni, perché le persone si sentono sbeffeggiate; di fronte a un Di Stefano che dice in pubblica conferenza a Napoli “io sono fascista e lo rivendico, questo è un mio percorso”, oppure Fiore che dice a Porta a Porta “io appartenevo a Terza Posizione, è la mia storia” è normale che la tensione si alzi.

Il problema non sono gli episodi, i quali possono dispiacerci o meno e che sicuramente denotano un clima pesante, ma il problema è perché non si interviene rispetto a tutto questo. E francamente non me lo spiego.

Sia i partiti di estrema destra che di estrema sinistra si fanno portatori dei bisogni dei più deboli. Ma sul piano del contrasto alla povertà qual è il vostro tratto distintivo?

Io purtroppo conosco le realtà delle organizzazioni neofasciste e di lavoro sociale non è che ne facciano molto. Ma quel poco che fanno ha molta visibilità.

Io credo vi sia una differenza che può sembrare sottile ma non lo è per nulla nelle conseguenze: anche Almirante prometteva la scarpa prima e la scarpa dopo, utilizzava la carità per costruirsi un seguito tra i più deboli.

La carità se fatta in maniera cristiana e disinteressata è qualcosa di bello, per il resto è una cosa che reputo sia molto squallida se poi ha come fine un tornaconto politico.

Io non credo si debba fare carità, credo si debba costruire solidarietà, che è una cosa diversa: significa coinvolgere le persone nelle attività , allargare questo fronte e sopratutto mandare un messaggio chiaro rispetto a chi sono i tuoi veri nemici. Dire di costruire solidarietà significa che io non potrò mai dire che il povero è mio nemico o che lo sia lo straniero, perché si tratta di persone che sono in maggiore difficoltà della mia o nella stessa condizione della mia e quindi sono miei fratelli.

Mentre invece queste organizzazioni, aldilà di questa finalità secondo me opportunistica, fanno un’attività fortemente divisiva: loro vanno a dire alla gente che già ha dei problemi che se non accede ai servizi minimi, che se non ha la casa popolare o se non riesce a fare la spesa è perché c’è il nero o il senzatetto che ti prende questi servizi.

Questa logica di odio è pericolosa e noi la rifiutiamo totalmente. Quando noi andiamo a fare attività sociale la facciamo per tutti, senza tornaconto e cercando di costruire solidarietà.

Voi avete occupato a Tarsia una Chiesa abbandonata e l’avete aperta per i senzatetto…

E questa è una cosa illegale. Io ho una visione della giustizia che va al di sopra di quella della legalità. Per me il fatto che la gente muoia di freddo in strada è inaccettabile in Italia nel 2018.

È andata molto bene questa iniziativa: siamo lì da 25 giorni ed è completamente autogestita.

Non è la prima volta che noi abbiamo questo tipo di riscontro.

Queste persone una volta aiutate, collaborano con noi nelle iniziative future.

Una volta che noi proponiamo queste iniziative, ci sono tante persone, anche non politicizzate che ci aiutano portando brandine, coperte e molto altro.

Noi su Facebook il giorno prima dell’evento chiediamo l’aiuto delle persone e ogni volta abbiamo il problema che ci sono troppe persone per il lavoro che vogliamo svolgere. Questo dimostra che un’Italia così esiste e non è solo quella delle barricate contro gli arrivi dei migranti.

Io proprio stamattina ho fatto un appello su Facebook a tutte le persone che si riconoscono in Potere al Popolo ma anche a coloro che non si identificano con noi, parlando dell’allerta meteo imminente e visto che noi staremo in strada per la campagna elettorale, abbiamo chiesto ai cittadini di portarci delle coperte, maglioni per darli ai bisognosi.

È anche un gesto che dice in quale direzione si vuole andare in un Paese in cui il discorso razzista e contro i poveri è diventato dilagante e questo non riguarda solo casa Pound: basti pensare a Minniti che fa il daspo urbano e attua una lotta alla povertà intesa come un tentativo di nasconderla, non di risolverla.

Tempo fa lei ha dichiarato che l’esperienza Venezuelana può considerarsi la vostra fonte d’ispirazione. Ma stando ai dati della ONG Foro Penal Venezolano, nel 2017 ci sono state 5341 detenzioni politiche.

Inoltre Maduro non solo è osteggiato dall’organizzazione degli Stati americani ma è anche accusato di omofobia nei confronti del suo avversario politico Capriles.

Tutto questo come si incontra con voi?

Io vorrei precisare questa affermazione: io ho fatto questa dichiarazione a un giornale argentino.

Quell’intervista era sulla questione sudamericana e mi chiedevano cosa pensassi del Venezuela.

Io ho detto una cosa semplice che non ha a che fare con il sostegno all’omofobia o alla messa al bando degli avversari politici.

Voglio essere franca e so di essere impopolare: quando arrivano notizie, come per esempio sulla questione cubana, sui media europei e su quelli nordamericani non sono riportate in maniera neutra. Non dico sia tutto falso, ma sono notizie certamente orientate rispetto alla realtà effettiva.

Io conosco bene la realtà cubana e se la dovessi conoscere dai giornali ovviamente non ci sarebbe nessuna corrispondenza tra ciò che ho letto e ciò che ho visto.

Non so se sia così per il Venezuela perché mi giungono versioni contrastanti, ma ho imparato a diffidare di questi racconti soprattutto quando sono fatti rispetto a governi non amici, soprattutto in seguito alla guerra economica che hanno mosso contro questo Paese.

Io ho semplicemente affermato che mi sembrava interessante, perché si stava parlando di modelli di governo, la sperimentazione fatta da Chavez e poi proseguita da Maduro rispetto a una forma di gestione del potere e di rappresentanza che è sia verticale che orizzontale, ovvero che passa per il parlamento ma che passa anche per le case del popolo.

Tutto questo aldilà della sua effettiva applicazione, ponendo anche il dubbio sulla sua effettiva attuabilità.

Non si sono semplicemente affidati al deputato, ma hanno creato anche dei comitati di quartiere.

Non pensa che l’abolizione del 41 bis possa essere vista come un passo indietro nella lotta alla mafia?

È stata interpretata così e questo penso che dimostri che non siamo populisti.

L’ONU dice che il 41 bis è una forma di tortura e credo che sia una forma totalmente inefficace e se viene ritenuto da tutti una tortura c’è qualche problema a tenerlo nell’ordinamento.

Se noi leggessimo ciò che scrivono sull’Italia in merito a questo, troveremmo delle accuse di tortura come il caso Diaz per esempio.

Noi poniamo un punto totalmente politico sul 41 bis: il carcere secondo noi non deve essere una discarica sociale in condizioni di assoluta privazione.

Noi crediamo nelle misure alternative al carcere, ma allo stesso tempo sosteniamo il bisogno di creare nuove strutture carcerarie.

Nessuna forza politica in questi anni ha fatto qualcosa di concreto contro i fenomeni di sovraffollamento.

Il carcere deve essere un luogo di punizione che mette il detenuto nella condizione di non ledere, ma allo stesso tempo questo luogo deve rispettare i suoi diritti.

Non diciamo che il boss mafioso debba essere lasciato libero, ma che vengano rispettati i suoi diritti senza vessarlo.

La lotta alla mafia si fa dando lavoro alla gente, togliendogli gli affari.

Come pensate di abrogare l’articolo 7 che sancisce gli accordi con la Chiesa?

Sappiamo che attuarlo sarà molto difficile, perché siamo un Paese in cui la Chiesa attua molte ingerenze.

Qualsiasi partito che si definisca progressista, dovrebbe ribadire la laicità dello Stato.

Se in Italia ancora adesso si discute della revisione sulla legge unioni di fatto e di rivedere la legge sul testamento biologico è perché c’è un forte legame tra Stato e Chiesa.

Adesso c’è un Papa che dice cose che sono molto più di sinistra di quasi tutti gli esponenti politici e questa è una constatazione drammatica per gli esponenti di sinistra.

Qual è la prima cosa che fareste al governo e perché votare Potere al Popolo?

La prima cosa sarebbe rivedere le leggi sul lavoro, abolire il jobs act, reintrodurre l’articolo 18 che il governo Renzi riteneva un ostacolo, il quale era una garanzia per i soggetti deboli.

Oggi si parla di voto utile, discorso quanto mai vano con questa legge elettorale.

Il voto utile per noi non è un voto che va a perpetuare la distruzione della scuola, distruzione del lavoro e della sanità.

È un voto a chi ti rappresenta: noi questi problemi li affrontiamo, li viviamo e crediamo che un voto a Potere al Popolo sia un voto a coloro che davvero rappresentano la condizione delle persone normali, è un voto che vuole andare contro le barbarie del razzismo e della lotta fra poveri.

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