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Una proposta di pace per risolvere il dramma dei profughi siriani
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Una proposta di pace per risolvere il dramma dei profughi siriani

"Operazione Colomba", corpo di volontari che interviene nelle zone di conflitto, propone una soluzione per il rientro in patria dei rifugiati siriani che si trovano in Libano

21 Feb. 2018

Una proposta di pace dai profughi siriani

Chi siamo: Operazione Colomba, una presenza nonviolenta tra i rifugiati siriani in Libano.

Operazione Colomba è il Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII.

È composto da volontari che intervengono in zone di conflitto, anche quando dichiarate non sicure, per dare supporto alle comunità locali, vittime dei conflitti armati e sociali.

A partire dalla condivisione della vita delle vittime della violenza, agisce attraverso azioni nonviolente per abbassare il livello di violenza e per facilitare il dialogo e la mediazione del conflitto.

Da Settembre 2013 siamo presenti in Libano, da Aprile 2014 ci siamo stabiliti nel campo profughi nel villaggio di Tel Abbas, Akkar, nel nord del paese, a 5 kilometri dalla Siria.

Furono i rifugiati siriani a chiederci di dormire con loro al campo, dopo aver ricevuto minacce e violenze da parte di alcuni vicini libanesi.

Da quel momento, i volontari vivono in una tenda all’interno del campo, condividendo la vita quotidiana dei rifugiati. Il campo dove ci troviamo è un insediamento informale, come, del resto, tutti gli altri insediamenti di siriani in Libano.

La Crisi Siriana in Libano

Il governo libanese non è firmatario della convenzione di Ginevra del 1951, motivo per cui non riconosce lo status di “rifugiato”, non riconosce valore ai documenti rilasciati da UNHCR e non organizza o fornisce protezione ai siriani fuggiti dalla guerra.

Le persone vivono in soluzioni di fortuna, in tende costruite in legno e teli di nylon, o affittando stanze in case ancora in costruzione. La maggior parte dei profughi siriani è senza documenti.

Questo rende loro impossibile trovare un lavoro stabile e regolare: la netta maggioranza è soggetta a sfruttamento, costretta a lavorare intere giornate per pochi dollari di retribuzione.

Finora, sono sopravvissuti grazie al supporto di organizzazioni umanitarie che distribuiscono cibo, soldi, alloggi e medicine.

Tuttavia, il sostegno fornito dalle ONG costituisce una parziale soluzione alla complessa situazione dei siriani, dato che il numero di rifugiati ha superato 1,5 milioni.

Le capacità economiche e logistiche delle organizzazioni, non permettono un aiuto diffuso e  obbligano a fare una scelta su chi aiutare.

In Libano le condizioni sociali, politiche ed economiche hanno ovviamente risentito drammaticamente della crisi siriana dato il protrarsi dell’emergenza: la situazione dà preoccupanti segnali di instabilità.

La reperibilità delle risorse di cibo è drasticamente peggiorata, la pressione ad andarsene sui profughi siriani è in aumento, influenzata dall’informazione dei media, la vita quotidiana è diventata particolarmente insicura.

Ciononostante, dopo sei anni di guerra, contrariamente alle voci riguardo la conclusione del conflitto, ancora non è possibile un rientro sicuro per i profughi siriani. In questo momento, è urgente, più che mai, trovare una soluzione decisiva.

L’urgenza di una soluzione

Vivendo con i rifugiati nel campo, siamo stati testimoni di quanto invivibile può divenire la vita per chi è senza documenti e non può rivendicare alcun diritto né ha alcuna prospettiva per il futuro.

A partire da ottobre 2017, 20.000 famiglie sono state escluse dal programma di assistenza alimentare (World Food Program) fornito da UNHCR, attraverso il qualche ricevevano mensilmente un supporto monetario necessario per il sostentamento famigliare spendibile in cibo.

Questa misura ha portato migliaia di persone a condizione di fame e povertà estrema.

Tale manovra arriva dopo sei anni di assoluta mancanza di provvedimenti per rendere autonomi i rifugiati siriani, e dopo che le famiglie hanno dato fondo ad ogni risparmio.

Nel frattempo, la comunità libanese, impaurita ed esasperata, percepisce sempre più la presenza dei Siriani come una minaccia per il loro fragile equilibrio e chiede il loro rientro in Siria.

Negli ultimi mesi manifestazioni della popolazione libanese hanno avuto luogo in alcune città cristiane, chiedendo che i rifugiati siriani tornino nel loro paese immediatamente.

Il 26 Settembre 2017 il Presidente del Libano, Michel Aoun ha incontrato i rappresentati degli Stati parte del Consiglio di Sicurezza, l’Unione Europea e la Lega Araba, ha affermato che il suo Paese, non può più far fronte alla presenza dei rifugiati e ha fatto appello alla Comunità Internazionale perché intervengano in aiuto, organizzando il ritorno dei siriani.

A ottobre, il Primo Ministro Hariri, dimissionario, ha incontrato il Papa a Roma, discutendo con lui sulla necessità di organizzare un rientro sicuro per i rifugiati in Siria e di creare delle zone sicure.

In risposta all’emergente tensione in Libano;

considerando il conflitto e la violenza che ancora affliggono la Siria;

considerando le posizione prese anche dalle più alte figure dello Stato Libanese;

considerando anche, e sopra ogni cosa, la richiesta che tutti i siriani che abbiamo incontrato in Libano ci hanno rivolto.

Intendiamo proporre una soluzione sostenibile, contribuendo alla richiesta di zone sicure per il ritorno dei Siriani secondo garanzie e condizioni realmente umane.

Insieme ai rifugiati siriani del Libano, abbiamo elaborato una risposta che assicurerebbe l’uscita dei siriani dal Libano, secondo specifiche condizioni e criteri che possano soddisfare entrambe le parti.

Tale proposta (riportata di seguito) intende riconoscere gli sforzi compiuti finora dal Governo Libanese e dalla sua popolazione e il loro contributo a supportare i rifugiati siriani negli anni passati. La soluzione proposta è l’unica che possa realmente affrontare la crisi dei rifugiati in Libano.

Operazione Colomba ha esperienza diretta e può testimoniare la rilevanza di tale proposta, proprio per la sua convivenza continuata con i rifugiati siriani negli ultimi anni.

Questa proposta rappresenta la voce di chi è scappato dalla guerra per non essere ucciso dai bombardamenti o dal regime, e di chi ha rifiutato di combattere nelle milizie ufficiali e non può ora rientrare senza gravi conseguenze.

Ascoltando le loro parole e la speranza espressa per un ritorno a casa, abbiamo compreso insieme la necessità di creare zone umanitarie in Siria.

Fino ad ora, nessun’altra soluzione è stata presentata con la prospettiva di un  futuro per centinaia di migliaia di persone.

La loro voce è fondamentale per far giungere la voce dei civili profughi ai tavoli di negoziazione, dove ancora non  è stata ascoltata, considerata o rappresentata da qualcuno.

Una rete informale di profughi siriani del Libano, costituita da un gruppo eterogeneo di rifugiati provenienti da diverse esperienze, basati in diverse regioni del Libano, ha condiviso e contribuito alla scrittura di questa proposta.

Insieme a loro, abbiamo individuato la creazione di una specifica zona sicura come la migliore soluzione per il loro futuro: una regione disarmata, dove una comunità pacifica può insediarsi e vivere.

Riportiamo qui di seguito la proposta :

Zone umanitarie disarmate in Siria: la Proposta in dettaglio

Proponiamo una zona umanitaria disarmata, sotto  protezione internazionale, senza presenza di gruppi armati e nessun ministero del regime siriano di Damasco. È una zona esclusivamente per civili che sono stati sfollati dal regime dal territorio Siriano.

All’inizio della rivoluzione Siriana nel 2011, il numero di rifugiati in Libano non ha superato il numero di poche migliaia di persone.

Il numero si è mantenuto tale fino a Marzo 2013, quando le forze governative siriane, insieme a quelle alleate di Hezbollah non sono intervenute in Siria, nella città di Qusayr; l’operazione militare non solo ha distrutto gran parte della città:  ha  causato la fuga forzata dei Siriani che ci vivevano  – non solo i suoi abitanti, ma anche i cittadini provenienti dalla provincia di Homs, a loro volta fuggiti dalla persecuzione del Regime.

Queste operazioni militari sono continuate lungo il confine orientale del Libano, dove le persone sono state cacciate dalle proprie e case e terre, confiscate loro.

In pochi giorni la crisi dei rifugiati siriani ha avuto inizio in Libano. Il numero di profughi Siriani registrati da UNHCR è cresciuto di un milione, e ha continuato ad alzarsi con ogni operazione militare condotta dalle forze del regime e dagli alleati di Hezbollah in aree dove le proteste dei Siriani avevano domandato per libertà e diritti.

Fino ad oggi, queste aree sono sotto il controllo del regime e di Hezbollah, per lo più svuotate della loro popolazione: i proprietari di queste terre sono costretti a vivere a pochi kilometri di distanza, all’interno dei confini libanesi, causando  una crisi di sovrappopolazione per il governo e il popolo libanese.

Proponiamo quindi la creazione di una zona sicura per il rientro dei Siriani così delineata:

A- Posizione Geografica: quest’area può essere creata nella fascia  di terra che va: a nord da Qusayr a Yabroud, a Sud dal confine Libanese , a Ovest dal confine che precede le autostrade di Damasco e da Homs a Est.

B- Le ragioni di questa scelta:

  1. Tra il 60% e il 70% dei rifugiati siriani in Libano proviene dalla suddetta area e le loro terre sono ora in disabitate. Non possono tornare presso le loro terre che siano sotto l’autorità del regime di Damasco dato verrebbero di nuovo incarcerati o costretti a combattere. Questo ritorno è l’ultima soluzione possibile perché possano ricrearsi una vita accettabile e crescere i propri figli in un posto sicuro.
  2. Queste regioni sono ricche di risorse idriche e terreni agricoli, il che garantirebbe il reperimento delle risorse e la sicurezza alimentare per la popolazione.
  3. La presenza di un confine tra la suddetta regione e il Libano, che ha dato prova di capacità di rimanere il più neutrale possibile di fronte al conflitto siriano. Il Libano è quindi riconosciuto come un possibile partner, nell’interesse comune per la sicurezza e la ricostruzione della stabilità. Sarebbe un modo di ringraziare e riconoscere il Libano per ciò che ha finora fatto.
  4. Costruire le condizioni per l’interazione tra il popolo Libanese e Siriano all’interno di una zona sicura, considerando che il Libano sarebbe l’unico accesso per questa regione, da e per gli altri paesi.
  5. In termini di sicurezza, le forze armate Libanesi hanno sconfitto ogni presenza di organizzazioni terroristiche attraverso operazioni militari nella valle della Bekka e nella città di Arsal. In questo modo, ha messo in sicurezza e liberato l’area tra il confine Siriano e Libanese. Questo confine costituirebbe il limite occidentale della zona di sicurezza, ora libera dal terrorismo e protetta su questo versante dall’armata Libanese.
  6. La creazione di una zona sicura abitata da civili, in questa area particolare, porterebbe al ristabilimento di relazioni sociali, commerciali e umanitarie tra i residenti di tale area e la popolazione Libanese abitante sul confine. Permetterebbe di restituire la fiducia e l’integrazione sociale che intercorrevano tra le due popolazioni prima della rivoluzione siriana, risolvendo le ostilità nate dopo le operazioni militari.
  7. La creazione di questa area limiterebbe sensibilmente la migrazione dei Siriani in Europa e la loro fuga dalla Siria.

Gli obiettivi della proposta di pace

  1. Il ritorno di un largo numero di rifugiati Siriani alla loro terra dal Libano e da altri paesi, grazie alle misure di sicurezza garantite al suo interno.
  2. Riunire le famiglie divise e aiutarle a ritornare ad una vita normale.
  3. Porre fine all’abbandono scolastico, al lavoro minorile e allo sfruttamento, e lavorare per il recupero delle ultime generazioni  dei bambini siriani sia sul  piano  morale che sociale, lontano dalla quotidianità della guerra, dell’astio e degli estremismi religiosi.
  4. Porre fine alle problematiche riguardanti i diritti civili per i siriani profughi causate dal mancato riconoscimento dello status di rifugiato in Libano.
  5. Lavorare concretamente sui problemi di salute fisica e psicologica all’interno della comunità di rifugiati perché possano guarire e ritornare ad una vita normale.
  6. Lavorare per il ritorno dei rifugiati dai paesi di asilo vicini e lontani. Alcuni vivono ora in Europa a cause delle condizioni di povertà affrontate in Libano e per la mancanza di speranze di un ritorno alla loro terra in condizioni di sicurezza.
  7. Coinvolgere i giovani su educazione e sensibilizzazione in modo da sradicare le idee di estremismo, fanatismo e terrorismo, che l’Isis, e altri gruppi estremisti promuovono tra le giovani generazioni
  8. Riguardo l’aspetto economico: investire le energie e le risorse finanziarie sui giovani, assicurando progetti di investimento, contribuendo a costruire un futuro sicuro e impedendo il lavoro illegale per guadagnarsi da vivere.

Le sovracitate considerazioni e proposte nascono dal desiderio di evitare nuove crisi umanitarie e intendono proporre una soluzione al rischio molto concreto di nuovi conflitti armati e, allo stesso tempo, ricostruire la fiducia tra popolazioni e tornare ad una vita normale.

Questa zona umanitaria, che sarà e dovrà essere libera da ogni presenza militare, dovrà garantire le cure sanitarie primarie, così come la scuola e l’educazione per crescere una nuova generazione che creda nella pace.

Zone Umanitarie e Comunità di Pace come soluzione possibile che necessita di sostegno internazionale

La proposta si riferisce alla IV Convenzione di Ginevra per la Protezione delle Persone Civili in Tempo di Guerra: gli articoli 14 e 15 rispettivamente dichiarano il diritto di stabilire “Zone di sicurezza” e “Zone Neutralizzate”. Il secondo in particolare, afferma quanto segue:

“Ognuna delle Parti belligeranti potrà, sia direttamente, sia per il tramite di uno Stato neutrale o di un ente umanitario, proporre alla Parte avversaria la costituzione nelle regioni dove si svolgono combattimenti, di zone neutrali destinate a porre al riparo dai pericoli dei combattimenti, senza distinzione alcuna, le persone seguenti:

a. i feriti e i malati, combattenti o non combattenti;

b. le persone civili che non partecipano alle ostilità e che non compiono alcun lavoro di carattere militare durante il loro soggiorno in dette zone.”

La proposta è stata inizialmente ispirata da esempi popolari, primo tra tutti la Comunità di Pace di San José de Apartadó, in Colombia che Operazione Colomba sostiene direttamente con una presenza costante di volontari.

Questa Comunità, nata nel 1997, ha resistito ad anni di conflitto, resistendo in modo nonviolento a continue aggressioni. È divenuta un punto di riferimento per gli abitanti delle zone ad essa circostanti, un esempio di umanità e dignità in un contesto di feroce violenza e sfruttamento.

L’Alta Corte Interamericana ha riconosciuto la Comunità di Pace di San José de Apartadó e ha richiesto la protezione internazionale non armata su di loro, garantita da International Peace Brigades, FOR and Operazione Colomba.

Operazione Colomba avendo una vasta esperienza internazionale nel ruolo delle Comunità di pace e nell’azione nonviolenza per resistere all’interno di scenari di conflitto e promuovere la dignità e i diritti delle vittime del conflitto, ha offerto alla rete pacifica di rifugiati Siriani il suo supporto perché la loro proposta si concretizzi, anche offrendo e garantendo una presenza civile internazionale nell’area.

Una tale proposta è da vedere come altamente rilevante dall’Unione Europea e dalla Comunità Internazionale, dal momento che:

  • Arriva direttamente dai civili che sono stati sfollati e sprovvisti di ogni diritto civile e umano.
  • Contribuisce a dare stabilità all’interno del Medio Oriente, nonostante prevedibile opposizione da parte del governo siriano. Di fatto, è impossibile immaginare la stabilità di un Paese senza considerare il destino di milioni di suoi abitanti.
  • Una zona neutrale è il più grande interesse per la comunità internazionale, non solo dei civili siriani non allineati al regime. Permetterebbe di ridurre radicalmente la pressione sui confini Europei e può divenire un modello e un banco di prova per ripetere operazioni simili in contesti differenti (considerando per esempio il Nord dell’Africa)

Da Novembre 2016 Operazione Colomba ha diffuso la proposta e cerca nuovi sostenitori

  • A novembre 2016, la proposta è stata presentata a Hans Timmermans, vice-presidente del Parlamento Europeo
  • A Febbraio 2017, la proposta è stata consegnata a Federica Mogherini. Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e le Politiche di Sicurezza
  • Il 20 Giugno 2017 è stata presentata in conferenza stampa a Roma, presso la Camera dei Deputati, per i lancio dell’iniziativa
  • A Novembre 2017 è stata presentata all’onorevole Zanin, in rappresentanza della Commissione Difesa del Senato Italiano,  in delegazione presso il governo libanese.
  • A Dicembre 2017 la proposta è stata presentata in diversi incontri a Tosca Barucco, inviata Ue per Siria in Libano e al sottosegretario agli esteri Mario Giro.
  • Inoltre sempre a Dicembre 2017 il  14,15 e 16  abbiamo partecipato a Ginevra al Tavolo della Società Civile Siriana sostenuto dal World Church Council.
  • A Gennaio 2017 la proposta è stata presentata alla Presidente di Tamas, coalizione della Società Civile Siriana.

I prossimi mesi sono cruciali per far arrivare questo documento alle più Alte Istituzioni. Stiamo in questo momento lavorando per portare alcuni dei rifugiati Siriani ad un audizione pubblica presso il Parlamento Europeo e presso la missione ONU a Ginevra

Chiediamo dunque, a chiunque fosse interessato a prendere parte alla costruzione di una soluzione pacifica alla situazione siriana, di rendersi promotore di tale iniziativa e aiutarci nella sua diffusione e attuazione.

Per contattarci o avere maggiori informazioni:

e-mail:opcol.ls@apg23.org,                                                       

phone : +39 3206171187   Alberto Capannini

Operazione Colomba                                                           

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