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Alcune donne musulmane hanno denunciato molestie sessuali subite durante il pellegrinaggio a La Mecca

Con l'hashtag #MosqueMeToo decine di donne stanno raccontando i palpeggiamenti subiti nel luogo più sacro dell'Islam

Immagine di copertina

Dall’inizio di febbraio 2018 moltissime donne musulmane hanno cominciato a denunciare sui social network le molestie sessuali subite durante l’Hajj, l’annuale pellegrinaggio a La Mecca considerato sacro dalla comunità islamica.

Questa notizia puoi leggerla direttamente sul tuo Messenger di Facebook. Ecco come

Tutto è partito con la testimonianza di Sabica Khan, pakistana, che nei primi giorni di febbraio ha trovato la forza di raccontare la sua storia su Facebook.

L’episodio è avvenuto nel settembre 2017 durante il Tawaf, la parte finale del pellegrinaggio in cui la folla compie sette giri intorno alla Kaaba, la costruzione cubica situata al centro della Sacra Moschea de La Mecca.

“Durante il terzo giro intorno alla Kaaba – scrive Sabica – ho notato che all’improvviso qualcuno faceva pressione con forza contro il mio posteriore.

Mi sono paralizzata, per capire se fosse intenzionale. Poi l’ho ignorato e ho continuato a ad avanzare lentamente, perché c’era una gran folla”.

Il sospetto è però diventato certezza quando si è sentita afferrare ai fianchi. La ragazza ha allora preso la mano dell’assalitore, allontanandola con decisione dal suo corpo, per poi cercare invano di girarsi a guardarlo.

Il molestatore era però già svanito nella calca assembrata intorno alla Kaaba.

Come capita in tutti gli assembramenti, anche nel pellegrinaggio sono più frequenti i crimini (molestie, scippi, borseggi), proprio per la facilità di nascondersi facilmente e non essere identificati o inseguiti.

Durante l’Hajj le agglomerazioni di folla sono inevitabili, specialmente in quella parte del pellegrinaggio, e i religiosi che accompagnano i gruppi di pellegrini invitano esplicitamente a rispettare le donne durante il rituale, riconoscendo quindi il problema delle molestie come tangibile.

“Tutti i miei ricordi del pellegrinaggio alla città santa sono stati eclissati da questo orribile fatto” conclude Khan. Il post ora non è più visibile su Facebook, ma ha dato coraggio a tante altre donne musulmane, che l’hanno commentato e ripreso su vari social denunciando a loro volta.

 

 

Non solo star: l’eco del movimento di denuncia contro le molestie sintetizzato dall’hashtag #MeToo sta rimbalzando ovunque, e ovunque pianta semi di coraggio che fanno fiorire voci forti e consapevolezza.

Mona Eltahawy, attivista e femminista musulmana di origine egiziano-statunitense, ha però deciso di lanciare un’altra campagna, chiamata #MosqueMeToo, hashtag già diventato di tendenza su Twitter.

“Il mio problema con #MeToo è che, nonostante mi faccia piacere che le donne parlino di molestie sessuali pubblicamente, temo che sia diventato un fenomeno che riguarda solo ciò che gli uomini bianchi fanno alle donne bianche famose” ha dichiarato Elathawy a Deutsche Welle.

“Quindi ho fatto partire #MosqueMeToo, perché #MeToo ha una piattaforma globale da cui però molte donne si sentono escluse per il fatto di non essere bianche o famose”.

Lei stessa ha subito molestie durante il pellegrinaggio che intraprese nel 1982, a quindici anni, come ha rivelato trent’anni dopo nel suo libro “Il velo e l’imene: perché il Medio Oriente ha bisogno di una rivoluzione sessuale”.

Per anni non osò raccontarlo ai suoi genitori per timore, ingigantito ulteriormente dalla santità del pellegrinaggio.

“Da anni parlo della questione e ho sempre incontrato donne che mi dicono ‘è successo anche a me’, ma è difficile valutare la portata del problema perché il tabù e la vergogna che accompagnano gli abusi sessuali, tra l’altro accaduti in uno dei luoghi più sacri per l’Islam, alza la pressione sulle donne affinché stiano in silenzio”.

Anche la stessa Sabica Khan, nel suo post, scriveva della difficoltà di raccontare la storia, “per timore di ferire sentimenti religiosi”.

 

 

“Le musulmane stanno tra l’incudine e il martello” spiega Mona Elathawy a El Paìs. “Da una parte la comunità islamica vuole che non parliamo, e se denunciamo diamo un’arma alla destra razzista e islamofoba”.

Secondo l’attivista è però venuto il momento di rompere il silenzio:  “Noi donne non abbiamo fatto niente di cui vergognarci. Gli uomini devono smettere di aggredirci”.