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In Malesia c’è una lista di indicatori per capire se qualcuno è gay

Il vademecum pubblicato da un giornale malese ha scatenato le proteste degli attivisti, preoccupati per la sicurezza della comunità LGBTQ+

Immagine di copertina
A reveller takes part in the Gay Pride Parade in Sao Paulo, Brazil, on June 02, 2013. According to organizers, near 4 million supporters are attending the event, making it the biggest gay parade in the world. AFP PHOTO / NELSON ALMEIDA / AFP PHOTO / NELSON ALMEIDA

A inizio febbraio 2018 il giornale malese Sinar Harian ha pubblicato una guida per riconoscere persone omosessuali. La lista di presunte caratteristiche rivelatrici, che include numerosi stereotipi, ha sollevato le ire degli attivisti malesi.

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I tratti distintivi elencati si differenziano per uomini e donne.

Gli uomini gay sarebbero più facili da identificare, grazie a caratteristiche estetiche. Secondo il quotidiano, infatti, amano portare barbe, i vestiti aderenti e di marca e la palestra, dove andrebbero non tanto per allenarsi quanto per ammirare gli atleti.

Le lesbiche invece “odiano gli uomini e adorano sminuirli”, e amerebbero inoltre stare da sole, o andare in giro abbracciate o tenendosi per mano.

Numerosi attivisti si sono subito scagliati contro l’articolo, accusandolo di mettere in pericolo delle vite.

In Malesia l’omosessualità è considerata un reato, punibile con sentenze che vanno fino a vent’anni di reclusione secondo una “legge sulla sodomia” risalente al periodo coloniale.

Leggi anche: La mappa dei paesi in cui l’omosessualità è ancora un reato

Il 10 febbraio Arwind Kumar, attivista e star dei social in Malesia, ha pubblicato un video che ridicolizza la lista e ne mette in luce la pericolosità, concludendo:

“Se davvero volete educare la società spiegate i tratti distintivi di pedofili, molestatori, omicidi, sequestratori, persone che davvero mettono in pericolo le vite altrui. Come diavolo fa un gay a mettere in pericolo la tua vita?”

Ecco il video, che su Facebook ha fatto oltre 100mila visualizzazioni in due giorni.

 

Le accuse all’articolo si riferiscono al particolare clima di violenza che nell’ultimo anno ha colpito le persone LGBTQ+ malesi: nell’ultimo anno si sono verificanti infatti diversi episodi di barbarie omofoba.

Nel 2017 il diciottenne T Nhaveen è stato picchiato e bruciato vivo dai suoi compagni di classe che lo chiamavano “pondan”, travestito.

Pochi mesi dopo Sameera Krishnan, transessuale ventisettenne, è stata attaccata con un coltello e tre colpi di pistola durante un assalto al suo negozio di fiori.

Molte altre violenze sono state perpetrate nei confronti di persone sospettate di essere omosessuali.

Secondo gli attivisti l’articolo di Sinar Harian, incoraggiando a pensare per stereotipi e fornendo addirittura alcuni indicatori con cui poter più facilmente etichettare un soggetto come LGBTQ+, renderebbe i membri della comunità (e non solo) più facilmente soggetti agli attacchi.

Anche nelle istituzioni malesi, d’altronde, l’omofobia è quasi completamente sdoganata: il ministro dell’Interno chiesto alla Disney di tagliare una “scena gay” del nuovo film La bella e la bestia, e un articolo apparso sul sito web del ministero della Salute, intitolato “perché una persona dovrebbe essere lesbica?”, indicava tra le “cause” del fenomeno la scelta di dare priorità alla carriera.

Nel luglio 2017, inoltre, un concorso del ministero della Salute ha messo in palio premi fino a 4mila ringgit (circa 800 euro) per i migliori video a tema “prevenzione e conseguenze dell’omosessualità”.

La competizione, volta secondo il portavoce del ministero a stimolare la creatività dei giovani sensibilizzandoli su un “sano stile di vita”, comprendeva diverse categorie. I video per prevenire l’omosessualità sono stati presentati con l’etichetta “gender confusion”.

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