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Un italiano è stato condannato a morte in Thailandia per l’omicidio di un connazionale

Denis Cavatassi è stato arrestato nel 2011 insieme a tre thailandesi con l'accusa di aver commissionato l'omicidio di Luciano Butti

Immagine di copertina
Luciano Butti, vittima dell'omicidio per cui Denis Cavatassi è stato condannato a morte / Afp photo / Saeed Khan

Denis Cavatassi, un italiano di 50 anni, è stato condannato a morte da un tribunale thailandese per l’omicidio del connazionale Luciano Butti avvenuto nella città di Phuket nel 2011.

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I due erano soci di un ristorante aperto in Thailandia sull’isola di Phi Phi, dove la vittima viveva dal 1991.

Cavatassi, originario di Teramo, è stato arrestato all’epoca insieme a tre thailandesi con l’accusa di aver commissionato l’omicidio e aver assoldato un sicario dietro il pagamento di 150mila baht, pari a 3mila cinquecento euro.

Dal canto suo, Cavatassi si è sempre proclamato innocente.

Dopo il suo arresto l’uomo è stato rilasciato su cauzione ma, invece di tornare in Italia e sfuggire al giudizio di una corte thailandese, ha atteso l’esito del processo convinto di ricevere l’assoluzione, che invece non è arrivata.

Adesso è in corso il processo di appello, con la speranza della famiglia di Cavatassi che la sentenza venga ribaltata.

I fratelli Romina e Adriano, in particolare, stanno cercando di portare l’attenzione mediatica sul caso, sostenuti dall’avvocato Alessandra Ballerini, esperta di diritti umani, insieme alla quale hanno raccontato la storia di Cavatassi in Senato il 6 febbraio 2018.

Oltre ai familiari, erano presenti Amnesty International, l’associazione “Prigionieri del silenzio” e il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani.

Manconi ha dichiarato: “Denis Cavatassi non ha in alcun modo avuto un processo equo che rispettasse quei diritti e quelle garanzie che tutti gli ordinamenti giuridici e tutti gli Stati di diritto prevedono”.

”La verità non è stata cercata e nessuna indagine minimamente adeguata è stata finora realizzata”.

”Chiediamo al ministero degli esteri e al governo italiano di vigilare sulla vita e l’incolumità di Denis Cavatassi i cui diritti processuali sono stati costantemente violati”, ha aggiunto il senatore.

Negli ultimi tempi l’unico modo attraverso cui Cavatassi ha potuto comunicare con l’esterno sono state le lettere spedite ai familiari in Italia.

Non può avere contatti telefonici con l’esterno e le uniche notizie che arrivano in Italia sono quelle che provengono dalla moglie e dagli amici thailandesi che vanno regolarmente a visitarlo.

Subito dopo il suo arresto scriveva: “Mi trovo rinchiuso in un carcere medioevale accusato di omicidio[…]. Questo drammatico avvenimento mi ha sconvolto la vita. Ho visto detenuti con evidenti problemi, malattie della pelle su tutti, abbandonati a loro stessi per mancanza di personale medico e medicine all’interno della struttura carceraria. Ho ancora davanti agli occhi e nelle narici le condizioni igieniche assolutamente indegne di questo luogo. Siamo in 200 in una cella che può contenerne meno della metà, se di notte mi giro su un lato non trovo più lo spazio per rimettermi supino”.

Attualmente Denis è ricoverato in un ospedale di Bangkok in attesa di essere operato per un’ernia inguinale, ma le sue condizioni di salute sono buone.

La sorella Romina ha detto a Repubblica: “Le nostre speranze sono che venga assolto e dichiarato innocente, quale è”.

“Vorremmo che il suo e il nostro inferno finisse, ma vorremmo anche che a tutti, colpevoli o innocenti che siano, venisse garantito un processo equo e un trattamento più umano”, le sue parole.

Il processo di appello si svolgerà davanti alla Corte suprema thailandese, composta da da tre giudici.

Denis Cavatassi è arrivato in Thailandia dopo aver lavorato 6 mesi ad un progetto di sviluppo agrario in Nepal come volontario con una Ong italiana.

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In una delle ultime lettere ha scritto: “Mi rendo conto solo ora che il destino possa riservare delle esperienze che vanno oltre ogni immaginazione. Prima di vivere tutto questo non avevo mai riflettuto a fondo sul concetto di giustizia e di punizione, o su come, spesso, si possa essere troppo facilmente giustizialisti di fronte a quello che potrebbe essere anche un errore giudiziario”.