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L’eroico discorso della giudice che ha condannato Larry Nassar

Scrittrice di romanzi gialli, professoressa, ufficiale e giudice: chi Barracuda Aquilina, nuovo idolo del movimento #MeToo che ha condannato Larry Nassar

Immagine di copertina

Larry Nassar, ex medico sportivo della nazionale statunitense di ginnastica artistica, è stato condannato a minimo 40 anni di reclusione per aver abusato sessualmente delle atlete per oltre vent’anni.

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La durata esatta della pena deve ancora essere definita dalla giudice Rosemarie Aquilina, e potrebbe arrivare fino a 175 anni, che si aggiungono ai 60 cui Nassar è già stato condannato per possesso di materiale pedopornografico.

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Il comportamento di Rosmarie Aquilina è stato fin da subito non convenzionale per un’aula di tribunale. Mostrando a più riprese il suo supporto alle tante testimoni, che ha definito “forti e coraggiose”, ha permesso di parlare a chiunque volesse denunciare gli atti criminali dell’ex medico.

Così le 88 testimonianze iniziali sono diventate 168, portate dalle voci di atlete, famigliari, allenatori. Dopo ogni racconto la giudice ha dedicato parole di conforto e sostegno a chi aveva testimoniato, elogiandone la forza.

Nassar è invece stato apostrofato duramente più di una volta. “Ho appena firmato la sua condanna a morte” ha detto Aquilina leggendo la sentenza “non merita di uscire di prigione mai più”.


Il suo insolito approccio alla gestione del processo ha rapidamente reso celebre Barracuda Aquilina, com’era chiamata quando diventò la prima ufficiale donna della Guardia nazionale del Michigan.

Quando il medico le ha consegnato una lettera in cui chiedeva di non essere costretto ad assistere alle testimonianze delle vittime, poiché temeva per la sua salute mentale, accusando la giudice di aver trasformato il processo in un “circo mediatico”, Rosemary Aquilina l’ha platealmente gettata in terra.

“Questa lettera non vale neanche la carta su cui è stata scritta. È delirante. Non sono stata io ad orchestrare tutto questo, è stato lei con le sue azioni criminali”.

 

“Sono un giudice che crede nella riabilitazione, quando è possibile, ma non penso che con lei sia possibile. La sua lettera mi dice che ancora non ci arriva. Non manderei i miei cani a farsi curare da lei, signore”.

La giudice Aquilina ha invece sottolineato a più riprese la sua intenzione di ascoltare le ragazze. “Il sistema vi ha chiaramente deluse. Da piccole non avevate nulla da guadagnare dalle vostre denunce, ma la vostra voce è stata ignorata. Ve lo prometto, qui la ascolteremo”.

Le sue toccanti parole alle testimoni, che Aquilina si impegna a chiamare “sopravvissute” invece di “vittime”, hanno permesso alle ragazze di sentirsi ascoltate e sicure mentre parlavano, e le hanno garantito il rispetto e la gratitudine di quasi tutti i presenti.

Doug Powell, padre dell’atleta Kassie Powell, ha detto: “Giudice Aquilina, ha il mio applauso, il nostro applauso, quello di tutta l’aula”.

 

Ha invitato le ragazze a lasciare il loro dolore in tribunale, in una sorta di liberazione catartica, per potere poi tornare nel mondo a fare cose cose meravigliose.

“L’inerzia è un’azione. Il silenzio è indifferenza. La giustizia richiede azione e una voce, e questo è esattamente ciò che è accaduto qui in quest’aula”.

A Rachel Denhollander, che per prima ha parlato degli abusi di Nassar ad un giornale, ha detto: “Hai fatto sì che tutte queste voci contassero. Sei la persona più coraggiosa che abbia mai messo piede in questo tribunale”.

Nonostante sia ormai una celebre eroina del movimento #MeToo, acclamata da migliaia di persone in tutto il mondo, il suo appassionato approccio alla professione potrebbe legittimamente sollevare qualche dubbio.

 

In un caso simile è molto naturale schierarsi immediatamente dalla parte delle vittime, e desiderare giustizia e rispetto per ragazze che hanno passato la vita vedere ignorata la loro sofferenza.

Il fatto che il medico si sia dichiarato colpevole permette inoltre di mettere da parte i dubbi sulle sue responsabilità, e concentrare su di lui una spontanea sete di vendetta.

È lodevole il fatto che la giudice Aquilina sia stata capace di creare uno spazio sicuro per le sopravvissute, tuttavia la sua non velata durezza verso l’imputato potrebbe averne compromesso l’imparzialità.

La posizione super partes di un giudice assicura che gli imputati siano tutelati fino in fondo, garantendo un trattamento equo ad ognuno di loro, in modo che nessuno riceva una pena ingiusta.

Un colpevole, per quanto raccapricciante possa essere stato il suo comportamento, resta pur sempre un imputato, e questo gli dovrebbe garantire per ciò stesso di essere trattato in modo imparziale e non “vendicativo”.

La giudice stessa ha però dichiarato durante il processo: “Come posso essere imparziale quando ho un’indagine, la tua dichiarazione di colpevolezza e tutte queste bellissime vittime che si sono fatte avanti? Non ho già deciso, ma ho delle idee.”