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Un paese senza diritti e vicino al collasso economico: ecco come è nata la crisi del Venezuela

L'ex poliziotto ribelle Oscar Perèz è stato brutalmente ucciso in un raid Guardia Nazionale a Caracas. Ecco come si è arrivati a questo e perché

Immagine di copertina

Il governo del Venezuela ha confermato martedì 16 gennaio di aver ucciso Óscar Pérez , un ex poliziotto che si era ribellato al presidente Nicolás Maduro.

“Ci stanno sparando con il lanciagranate. Le mura di casa sono piene di fori. Siamo feriti, non sparate”, sono state le sue ultime parole pronunciate in un video, pubblicato su Instagram, in cui Perez si è mostrato con il volto insanguinato.

Insieme a lui, altri sei ufficiali sono morti durante un assalto di cento uomini delle truppe governative, in una casa situata a El Junquito,nella parte occidentale di Caracas, dove il gruppo di ribelli era stato individuato da lunedì.

Pérez era in fuga dallo scorso giugno, quando aveva attaccato con lanci di granate, da un elicottero della polizia, due edifici governativi nella capitale venezuelana.

Come si è arrivati a questo?

Il Venezuela si trova nel bel mezzo di una crisi economica e politica senza precedenti, caratterizzata da gravi carenze di cibo e medicinali, tassi di criminalità in ascesa e un esecutivo sempre più autoritario.

I sostenitori di Maduro attribuiscono la colpa ai prezzi del petrolio in calo e alle élite imprenditoriali “corrotte” del paese. Gli oppositori del presidente e del suo predecessore, Hugo Chavez, affermano invece che le difficoltà economiche del Venezuela sono il frutto di anni di speculazione governativa e cattiva gestione economica.

Ma per capire la situazione attuale bisogna fare dei passi indietro.

Il governo di Hugo Chavez

Chavez era un ex ufficiale militare che aveva provato a salire al potere per la prima volta nel 1992, con uno sfortunato tentativo di colpo di stato per il quale aveva pagato con il carcere.

Ma, dopo una campagna elettorale in cui aveva denunciato la corruzione diffusa e aveva promesso di impegnarsi a utilizzare la vasta ricchezza petrolifera del Venezuela per ridurre povertà e disuguaglianza, era riuscito ad ottenere il comando del paese vincendo le elezioni del 1998.

Nei suoi primi anni di mandato, la popolazione venezuelana, grazie ad alcune leggi a sostegno delle fasce più deboli, si era dimostrata largamente soddisfatta.

Ma Chavez e i suoi seguaci, durante 15 anni di legislatura, “hanno costruito un sistema in cui il governo ha il potere di minacciare e punire i venezuelani che interferiscono con il loro programma politico”, riferisce José Miguel Vivanco , direttore delle Americhe del Human Rights Watch, che aggiunge: “Oggi quel sistema è saldamente radicato, e i rischi per giudici, giornalisti e difensori dei diritti sono maggiori di quanto non siano mai stati sotto Chavez”.

Proprio un rapporto dell’Osservatorio dei diritti umani sul Venezuela, pubblicato nel settembre 2008, ha documentato come le istituzioni democratiche e le garanzie dei diritti umani siano state gravemente messe a rischio durante il primo decennio della presidenza di Chavez.

Da allora, la situazione dei diritti umani nel paese è diventata ancora più precaria.

Chavez, infatti, la cui retorica spesso traeva ispirazione da Simon Bolivar, mirava ad allineare i paesi latinoamericani contro gli Stati Uniti.

Guidava infatti la formazione di ALBA , un blocco di governi latinoamericani socialisti e di sinistra, e aveva stabilito l’alleanza di Petrocaribe, con cui il Venezuela aveva accettato di esportare petrolio a tassi scontati a diciotto Stati dell’America centrale e dei Caraibi.

Chavez, durante la sua presidenza, espropriò milioni di acri di terra e nazionalizzò centinaia di aziende private e beni di proprietà straniera.

Ampliò molto, inoltre, i poteri della presidenza. Poco dopo il suo insediamento, convinse gli elettori ad approvare una nuova Costituzione definita da lui stesso “la migliore Costituzione al mondo“,  che gli permetteva di candidarsi per un ulteriore mandato, rimuovere una camera del Congresso e ridurre il controllo civile sui militari.

Nel 2002 resistette ad un tentativo di colpo di stato, e nel 2009 guidò un referendum con il quale vennero tolti limiti al mandato presidenziale.

Le ultime elezioni in cui Chavez fu eletto risalgono al 2012, anno in cui si cominciò a diffondere la notizia che fosse gravemente malato.

La Costituzione venezuelana stabilisce che, se il presidente è impossibilitato a svolgere la sua funzione, è il vicepresidente che assume il comando dello Stato fino a quando non vengono indette nuove elezioni.

Chávez, prima di recarsi a Cuba per un intervento chirurgico, nominò quindi Nicolás Maduro come suo successore.

Maduro vinse poi facilmente le elezioni del 2013.

La crisi economica

La compagnia petrolifera statale Petroleos de Venezuela, SA (PDVSA) controlla tutte le esportazioni, compresa la produzione e la vendita di petrolio che rappresenta il 95 per cento dei proventi da esportazione del paese.

Quando i prezzi del petrolio globale sono scesi da 111 dollari al barile, nel 2014, a 27 dollari al barile nel 2016, l’economia già traballante del Venezuela ne ha profondamente risentito. Quell’anno, il PIL è sceso dal 10 al 15 per cento e l’inflazione è salita al massimo storico dell’800 per cento.

Molti oppositori criticarono il governo Chavez per aver sperperato anni di rendite petrolifere record e accusarono la PDVSA di cattiva gestione e clientelismo.

Nel 2017, più di cinquanta dipendenti associati all’industria petrolifera nazionale sono stati arrestati con l’accusa di corruzione e appropriazione indebita. Nel novembre dello stesso anno, Maduro aveva nominato il comandante militare e lealista Manuel Quevedo al timone sia della PDVSA che del ministero del petrolio.

La crisi economica del Venezuela è contrassegnata da un’inflazione sempre crescente e da carenza di cibo, forniture mediche e beni di prima necessità come carta igienica e sapone.

Nel 2016, uno studio universitario locale ha rilevato che oltre l’ 87 per cento della popolazione ha dichiarato di non avere abbastanza soldi per comprare il cibo necessario.

Un altro studio ha rilevato che il 30 per cento dei bambini in età scolare è malnutrito. Secondo i rapporti emessi da Human Rights Watch, l’amministrazione di Maduro nega lo stato di crisi e, sminuendo la necessità di ricevere aiuti, blocca lo sforzo da parte dell’Assemblea nazionale guidata dall’opposizione di cercare assistenza internazionale.

Nel giugno 2016, il ministro degli Esteri, Delcy Rodríguez, ha persino dichiarato al Consiglio permanente dell’Organizzazione degli Stati americani (OSA) che “non c’è crisi umanitaria in Venezuela. Non c’è. Lo dico con piena responsabilità”.

Povertà e mancanza di opportunità stanno incentivando gli alti tassi di violenza del Venezuela, che è diventato uno degli stati più pericolosi del mondo, secondo solo a El Salvador.

Nel 2016 il Venezuela ha registrato il tasso di omicidi più alto di sempre, a 91,8 omicidi ogni 100mila residenti, secondo l’Osservatorio venezuelano della violenza, un gruppo di monitoraggio indipendente.

L’amministrazione di Maduro ha schierato l’esercito per combattere il crimine di strada, ma i gruppi per la tutela dei diritti umani e i media stranieri hanno denunciato violenze e abusi di potere diffusi, tra cui incarcerazioni ed esecuzioni extragiudiziali.

La crisi umanitaria si è estesa anche oltre i confini del Venezuela e il numero di richiedenti asilo venezuelani è più che raddoppiato dal 2016 al 2017. Migliaia di persone disperate attraversano la vicina Colombia e il Brasile, mentre altri rischiano la vita nei viaggi in barca verso la vicina isola di Curaçao.

Secondo le stime, solo nel 2016, ben 150.000 venezuelani hanno lasciato il paese. Ma gli oppositori di Maduro che restano continuano, nonostante le violentissime repressioni da parte della guardia nazionale, a ribellarsi e manifestare contro il governo.

Il 28 giugno 2017 proprio Oscar Perez, uno di questi oppositori, a bordo di un elicottero ha sganciato granate contro due edifici governativi a Caracas, esponendo lo striscione “Libertà. Articolo 350”, in riferimento a un articolo della Costituzione venezuelana che garantisce il diritto di resistenza ai cittadini contro governi antidemocratici o che violino i diritti umani.

Nel frattempo, l’amministrazione di Maduro conserva il sostegno degli alleati in Bolivia, Ecuador e in diverse nazioni caraibiche.

Come riporta il NYtimes, la Cina ha prestato al Venezuela oltre 60 miliardi di dollari dal 2001 ed è il maggior creditore del paese sudamericano.

Il ministero degli Esteri cinese ha emesso un voto di fiducia nel novembre 2017, affermando che “il governo e le persone del Venezuela hanno la capacità di gestire adeguatamente il problema del debito”.

Il Venezuela ha cercato di stringere significativi legami anche con la Russia negli ultimi anni.

Prima del crollo dei prezzi del petrolio nel 2014, il Venezuela era destinato a diventare il più grande importatore di equipaggiamento militare russo entro il 2025.

Nell’agosto 2017, la compagnia petrolifera russa Rosneft stava rivendendo circa 225.000 barili di olio PDVSA al giorno, ovvero il 13 per cento delle esportazioni totali venezuelane.

Un accordo bilaterale, raggiunto a novembre, per ristrutturare più di 3 miliardi di dollari del debito del Venezuela verso la Russia, ha riaffermato il sostegno di Mosca a Caracas.