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“Quello che resta della Palestina è un piccolo giardino che cresce all’ombra di un muro”

TPI ha ascoltato la testimonianza di Awal, un palestinese cristiano che dopo aver vissuto in Italia per quasi vent’anni ha deciso di tornare nella sua terra, che sembra ormai non esistere più

Immagine di copertina
Credit: Ali Dia/ Afp

È passato più di un mese dalla dichiarazione con cui Trump ha riconosciuto a Gerusalemme lo status di capitale dello stato di Israele.

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Da allora, i territori occupati della Palestina hanno sperimentato momenti di forti tensioni sociali e politiche.

Nello specifico, una serie di manifestazioni di protesta e di rivolta si sono susseguite in una escalation di violenza che, nel solo mese di dicembre, ha causato la morte di 15 palestinesi, di cui 13 nella striscia di Gaza e due nel West Bank occupato.

Più di 4mila sarebbero invece le persone rimaste ferite negli scontri a causa del fuoco israeliano, dell’inalazione di tear gas e delle operazioni di arresto notturne.

Questa cifra, in accordo con i dati OCHA – L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari – rappresenterebbe il 56 per cento dei feriti palestinesi nell’intero 2017 per opera delle Forze di sicurezza di israeliane.

È utile inoltre considerare il numero dei palestinesi detenuti nel periodo successivo alla dichiarazione del presidente statunitense: secondo i dati UNSCO – L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura – aggiornati al 27 dicembre, ammontano a 610 i palestinesi incarcerati, di cui 170 minori e 12 donne.

La situazione di instabilità sembra adesso essere rientrata, ma permane la tensione specialmente nelle aree limitrofe al muro di separazione, ai check point militari o agli insediamenti illegali.

TPI ha ascoltato la testimonianza di Awal, un palestinese cristiano che dopo aver vissuto in Italia per quasi vent’anni ha deciso di tornare nella sua terra per ricostruire la sua identità partendo da una piccola attività commerciale.

Awal ha spiegato perché ha scelto di tornare in Palestina, cosa è accaduto dopo che il muro di separazione è stato costruito di fronte alla sua farmacia, e cosa resta di quella terra che sembra ormai non esserci più. 

Awal, come inizia la tua storia in Italia?

Inizia negli anni Ottanta a Perugia, una città che è stata molto dura per me: c’erano molti stranieri come me a quel tempo.

Ogni giorno, alle 4 del mattino, ci alzavamo per andare a fare la fila per iscriverci all’università, ma non riuscivamo mai ad averne la possibilità perché eravamo in troppi.

C’erano tanti arabi, palestinesi, giordani, iraniani; anche tanti greci. Dopo due mesi stavo per rassegnarmi perché non riuscivo a entrare all’università, né a trovare una casa in cui abitare.

Non c’era nessun posto per dormire per noi; non riuscivamo a trovare una casa, un hotel o una famiglia che potesse ospitarci; era anche difficile trovare chi parlasse inglese.

Andavi a vivere in una baracca con altri studenti palestinesi. Ricordo che eravamo così tanti da dover fare i turni per dormire, e non avevamo neanche il bagno. Insomma, un’esperienza difficile.

Perché sei tornato in Palestina?

Quando sono tornato, nel 1998, avevo finalmente avuto l’occasione di aprire la mia farmacia.

Dalla Palestina avevo ricevuto il permesso di costruire il mio negozio e iniziare a lavorare facendo ciò per cui avevo studiato.

Tornavo dopo quasi vent’anni di avventure in Italia: prima a Perugia, poi a Trieste, una città che mi ha fatto davvero sentire a casa.

Forse anche perché lì ho conosciuto la storia degli istriani, dei “palestinesi d’Italia” come li chiamavo io. 

Non hai pensato di tornare durante la prima intifada, anche per dare sostegno alla causa?

In realtà sì. Ma avevo anche tanta paura di rimanere poi bloccato lì e perdere l’opportunità di studiare farmacia, che era il mio sogno: volevo proseguire l’attività di mio padre.

La cosa che ci faceva soffrire è che insieme agli altri studenti palestinesi di Trieste (eravamo tre) ci rendevamo poco conto di ciò che davvero stava accadendo.

Ricevevamo poche notizie, ed era vietato per le nostre famiglie mandarci dei soldi per aiutarci. Così abbiamo dovuto lavorare molto per non interrompere l’università.

Durante la seconda intifada invece eri in Palestina, cosa ricordi?

Avevo alle spalle pochi anni di lavoro nella farmacia. Che erano andati benissimo. La strada che è davanti al mio negozio, la Jerusalem-Hebron road, era piena di attività commerciali.

Appena scoppiata l’intifada e con la costruzione del muro, ben 64 negozi dovettero chiudere. Anche io ho rischiato; da un giorno all’altro ho azzerato le vendite e alla fine ho buttato un intero magazzino di farmaci.

Ormai siamo rimasti qui io e mio fratello, che ha un mini market giusto accanto alla farmacia. Eravamo rimasti soli già durante l’intifada, non c’era nessuno oltre noi.

Ricordo che una volta un ufficiale dell’esercito israeliano ci chiese: “Ma per chi aprite voi?”. Noi rispondemmo: “per cambiare aria!”.

Nel mezzo della yanee, ossia della guerriglia urbana, noi continuavamo ad aprire anche se non c’era mai nessuno. Aprivamo per noi. E tutte le mattine e le sere i soldati ci vedevano aprire e chiudere i cancelli dei negozi.

Cosa rappresenta il muro?

All’inizio lo vedevo come una protezione per noi. È strano lo so, però in quei tempi la vera violenza era quella dei coloni.

Davano fuoco ai nostri alberi, alla nostra terra. Quella per noi era la vera minaccia. All’epoca credevamo che Sharon ci avesse fatto un grande favore senza volerlo.

Se veniva un israeliano a spararmi qui come potevo difendermi? Chi avrebbe pensato alla mia famiglia? Allora il muro poteva essere una protezione. Avevamo più paura di loro, dei settlers, che non dei soldati.

Nel tempo però il muro non è stato più una protezione, ma è diventato tutt’altro… 

Non solo limita la nostra libertà di movimento, ma costituisce un massacro dal punto di vista economico.

Una volta per arrivare a Ramallah da qui impiegavo 20 minuti. Adesso servono due ore. Allora di quale stato palestinese vogliamo parlare? Uno stato senza strade?

Hai mai pensato di prendere le armi?

No, assolutamente. Io sono contrario. Lo ero anche durante la seconda intifada. Ci sono altre vie. E poi c’è un semplice motivo.

Noi non siamo e non saremo probabilmente mai all’altezza di vincere. Ci sono altri strumenti che sono più forti delle armi.

Il BDS (movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) per esempio?

Quella è una strada percorribile. Ma ancora non so che impatto avrà. Boicottare qui è quasi impossibile. Tutto ciò che vedi è totalmente, o in parte, made in Israel ormai.

O comunque passa da là. Muri, strade, supermercati. Ci vorrebbe una ri-educazione collettiva.

Allora in cosa credi Awal?

Io credo in una cosa piccola e semplice – e credo che la nostra autorità debba lavorare in questo senso e smetterla con l’istigazione alla violenza – credo che la nostra gente debba sopravvivere. Sopravvivere nella nostra terra.

È questo il tuo contributo alla Palestina, Awal?

Esatto, è restare qui. E fare anche il volontariato. Anche quella è una forma di solidarietà sociale.

È passato un mese dalla dichiarazione di Trump. Cosa ne pensi?

Niente, non è cambiato niente. Ciò che mi preoccupa non è tanto la dichiarazione ma quello che arriverà più avanti.

Mi preoccupa quello che cambierà in futuro… Violenza su violenza, violenza che genera altra violenza. Questo non va bene.

Ormai però le rivolte si sono fermate, no?

Questa è solo la superficie della realtà. Ciò che resta sotto, non si vede ancora. Ma rischia di emergere presto. Vedo che ci sono altri scenari e ciò che penso davvero è che alla fine prenderanno tutta la Cisgiordania e ci cacceranno tutti.

Vogliono tutto. Questo è il finale che vogliono. Toglierci tutto a poco a poco. E allora ci sarà altra violenza, altri massacri, altre morti piccole.

Non è un controsenso continuare a parlare di Gerusalemme come capitale della Palestina se per un palestinese del West Bank è più difficile raggiungere Gerusalemme che non andare all’estero?

Questo è il vero punto. Il vero danno, la vera umiliazione. Non ciò che dice Trump. È che ti stancano; ti impongono così tante restrizioni al punto che non ce la fai più.

E lasci tutto. Te ne vai. Gli stiamo lasciando la terra. E per un palestinese la sua terra è la sua identità, l’unica che ci resta.

Andare a Gerusalemme in autobus significa vedere, al check point, i palestinesi costretti a scendere per mostrare e sottoporre al controllo dell’autorità israeliana i permessi che hanno per raggiungere la città. Alcuni vengono bloccati e rimandati indietro. Come ci si abitua a questo?

Vedi, io credo che una buona filosofia sia quella che se non puoi fare niente, allora devi poter accettare la situazione in cui ti trovi. Non significa rassegnarsi, ma accettare e andare avanti.

Non mi sento un cittadino di seconda categoria. Non sono mica un criminale. Sono un piccolo farmacista di Betlemme. Il fatto è che non puoi lasciarti sopraffare dalla rabbia, dalla depressione. Bisogna sopravvivere e andare avanti.

E come gestisci la rabbia incamerata nel tempo?

C’è una cosa che dico ai miei bambini: “Se tu hai lo scopo di farmi arrabbiare e io mi arrabbio, significa che hai raggiunto il tuo scopo. Però se tu vuoi farmi arrabbiare, allora io cosa faccio? Comincio a ridere”.

Questo atteggiamento disarma e a questo penso ogni volta che attraverso il check point e vengo controllato. Se un giorno non mi fanno passare, sorrido e torno indietro. Riprovo domani.

È Sumud (in arabo resilienza)?

Esatto, sumud. È l’unica possibilità. Nonostante tutto, continuare ad esserci. Aspettare che passi la storia sopra di noi, che il tempo ci attraversi. E sperare.

Cosa resta della Palestina Awal, cosa si è invece perso?

Restano tracce di Palestina ovunque. Basta saperle guardare.

Certo, si è persa la libertà, soprattutto quella di movimento. Ma restano le pietre. Loro sono sopravvissute alla storia.

Sono le pietre della città vecchia, di quando ero piccolo e correvo per le scale di Betlemme, le pietre di quando c’erano i miei nonni.

Non le pietre della rabbia, ma quelle della memoria. Ecco, terra e memoria costruiscono la nostra l’identità.

E in tutto questo carico di dolore, dove sono le cose belle?

Awwad mostra una foto dal suo telefono in cui c’è un piccolo orto.

Malgrado tutto il dolore, la sofferenza, questa è la mia risposta: il mio giardino. Sai quanto dista dal muro? Meno di 30 metri. Questo vuol dire vita.

Far crescere un giardino all’ombra di un muro, di separazione, di guerra. Questa è sumud. È saper vivere, sopravvivere e resistere in questo paese, in Palestina.

E non solo possiamo vivere ma dobbiamo farlo, e per farlo occorre ricercare la dignità nelle cose belle. E questo piccolo giardino, questo per me è una cosa bella.