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Caro Giulio, donaci il coraggio dei tuoi 30 anni

Il 15 gennaio 2018 Giulio Regeni, il ricercatore ucciso al Cairo nel 2016, avrebbe compiuto 30 anni. TPI lo ricorda così

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“Siamo un campo di grano maturo, a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. È viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più, si pensa e si capisce come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui siamo saliti, la strada per cui scenderemo”.

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La scrittrice Oriana Fallaci parlava così dei 30 anni. “Si ride e si piange come non ci riuscirà mai più” scriveva ne “Il sole muore”.

Il 15 gennaio 2018, Giulio Regeni avrebbe raggiunto la cima di quella montagna, avrebbe riso e pianto a suo piacimento e goduto di un’età forte e complicata, avrebbe vissuto l’emozione di tenere tra le mani una vita ancora in divenire.

Ma il piacere di poter sognare e costruire il proprio futuro, Giulio Regeni, non lo ha avuto, e quel che resta di questo triste anniversario è il vuoto di una verità negata.

Quella verità che tutti si ostinano a cercare nel Regno Unito, tra le carte e gli oggetti di Maha Abdel Rahman, la tutor di Giulio a Cambridge, dimenticando il dettaglio che quel 3 febbraio 2016, il corpo del giovane ricercatore torturato e umiliato fu ritrovato al Cairo, non a Cambridge.

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Cosa si sta davvero cercando per Giulio? Una verità o un colpevole di comodo?

Sulla figura di Maha Abdel Rahman restano ancora molte ombre. In questi giorni la docente ha giurato, come due anni fa, che Giulio scelse da solo l’argomento della sua ricerca.

Una versione che – osserva il quotidiano “La Stampa” – contraddice quanto confidato da Regeni alla madre in una chat di Skype del 26 ottobre 2015, nella quale affermava che “era stata proprio la docente ad insistere affinché lui svolgesse quella ricerca sul sindacato degli ambulanti della capitale egiziana”, indagine che gli fu fatale.

I dubbi sul suo ruolo e sulle sue responsabilità devono ancora essere fugati. 

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Ma perché, se il presunto coinvolgimento degli apparati di sicurezza egiziani è più che un ragionevole dubbio, nessuno indaga anche in quei luoghi?

Nello scenario di dinieghi e depistaggi egiziani, non si ha notizia di una sola perquisizione su mandato italiano in Egitto, dove si trovano gli assassini.

Nessun procuratore italiano ha chiesto delucidazioni sull’incarcerazione di Ibrahim Metwally, uno degli avvocati del team Regeni al Cairo, in carcere dal 12 settembre 2017 perché colpevole di aver esercitato i suoi diritti alla libertà di espressione e associazione.

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Di lui non si parla e non si chiede. Eppure il modo in cui è stato catturato e imprigionato, le accuse discutibili che gli vengono mosse e le condizioni carcerarie in cui è costretto a vivere dovrebbero scuotere la nostra opinione pubblica e spingere per qualche domanda in più.

I racconti dei Paola Deffendi e Claudio Regeni, le chat che sono state pubblicate e i video nei quali Giulio è stato ripreso di nascosto delineano il quadro di un ragazzo coraggioso e onesto, che non si sarebbe accontentato di una verità temperata.

Probabilmente Giulio e i suoi 30 anni non avrebbero accettato alcun compromesso, nemmeno in nome di una real politik che difende gli “ineludibili partner” commerciali al di là del Mediterraneo.

Il 14 gennaio sono passati esattamente 4 mesi dal ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo, eppure da allora sembra che il nostro rappresentante in terra egiziana non abbia avuto la giusta dose di coraggio per esigere qualcosa in più dalle autorità che stanno indagando sulla morte di Giulio. 

Caro Giulio, in nome della verità, donaci il coraggio dei tuoi 30 anni, quelli che tu non puoi vivere, scrivere e raccontare.

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