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Il divorzio che diventò un matrimonio: l’asse Usa-Regno Unito domina ancora il mondo

Quello fra Regno Unito e Stati Uniti è un legame che resiste nei secoli senza soffrire il logorio del tempo. Una relazione privilegiata che va oltre i presidenti e premier di turno

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“Penso di essere molto più fortunato dei cittadini che rappresento, per avere l’onore e il privilegio di poter stare davanti a lei nelle vesti di diplomatico.

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E dovrei considerare me stesso l’uomo più felice di tutti se avessi la possibilità di essere lo strumento con cui raccomandare il mio Stato alla benevolenza di  sua Maestà, facendo risorgere la stima, la fiducia e l’affetto, o in migliori parole, il buon rapporto fra i nostri popoli che, nonostante siano separati dall’oceano e sotto differenti governi, condividono la stessa lingua, una religione simile e sono consaguinei.”

Siamo a Londra, è il 1 giugno del 1785. John Adams ha 49 anni, ha appena concluso il suo incontro con il Re britannico Giorgio III, che lo ha riconosciuto come ambasciatore degli Stati Uniti d’America nel Regno Unito.

John Adams e il popolo che rappresenta non sono più sudditi di Sua Maestà, sono cittadini liberi anche agli occhi del monarca.

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Il Re Giorgio III lo guarda dopo aver udito queste parole, gli dice che nonostante sia dispiaciuto per la loro separazione dalla madre patria, suo malgrado ne deve prendere atto.

Dura pochissimo la conversazione fra i due, dopodiché l’uomo si china tre volte camminando all’indietro, senza dare mai le spalle al sovrano, ed abbandona la stanza.

Forse bisogna partire da questo momento per capire a fondo il rapporto speciale che, dopo lo strappo da Londra avvenuto due secoli e mezzo fa, tiene strettamente legate, fra alti e bassi, il Regno Unito e gli Stati Uniti d’America.

Nei successivi 150 anni, gli americani iniziarono a prosperare economicamente, ancor più lo fecero i loro ex-padri britannici nel secolo che ha mostrato al mondo la grandezza dell’impero vittoriano.

Un secolo, l’Ottocento, che senza dubbio ha incoronato il Regno Unito come indiscusso protagonista.

Il Novecento invece, come ben noto, ha come dominatore principale gli Stati Uniti, sotto tutti i punti di vista. Sul piano economico, militare e per la loro capacità di influenza e peso nello scacchiere geopolitico mondiale.

Theresa May, attuale premier del Regno Unito, cita spesso il concetto di “Special relationship”, riferito a ciò che vuole ottenere per la Gran Bretagna nel dopo Brexit.

Tale definizione trae le sue origini da un suo illustre predecessore, anche lui del partito conservatore e monumento nazionale, Sir. Winston Churchill.

Proprio lui, nell’agosto del 1941, insieme a Frank Delano Roosevelt, firmò quello che è meglio conosciuto come il Patto Atlantico, a bordo della nave Prince of Wales.

In seguito, la creazione dell’Onu e  poi della Nato sotto la spinta americana in funzione anti-sovietica, ha rafforzato il legame privilegiato fra Londra e Washington.

Un legame rinforzatosi nei decenni, specie negli anni ’80, quando alla Casa Bianca approdò Ronald Reagan e al numero 10 di Downing Street la lady di ferro Margaret Thatcher.

Due figure politiche caratterizzate dalle spinte liberiste date all’economia, con una deregolamentazione che ha visto la presenza dello stato meno marcata all’interno del mercato.

In campo strettamente politico, in seno alla Nato, terreno comune per il matrimonio anglo-americano è stato il “nemico” sovietico, che con il Patto di Varsavia gli si contrapponeva.

Legame indissolubile dimostrato quando nel 1982 gli argentini decidono di andarsi a riprendere le isole Malvinas, Falklands per i britannici che ci piazzarono la bandiera 150 anni prima e tutt’ora sotto dominio di Sua Maestà come territorio d’oltremare.

Il Regime militare argentino con a capo il Generale Leopoldo Galtieri, di chiare origini italiane, invadette le isole.

Quello argentino è un alleato chiave per gli americani, un giocatore fondamentale nel risiko anti-comunista, specie nell’area dell’ America latina. E’ tra due fuochi Ronald Reagan.

Da una parte il “regime amico” argentino, dall’altra i fidati ed ex-padri britannici.

Mediazione fallita, sia a Washington che alle Nazioni Unite e guerra in arrivo con l’indiscusso successo di Londra: sgombero delle truppe di Galtieri e Union Jack che risventola sulle isole discusse, lontane 500 chilometri dalle coste argentine.

Il tutto è costato oltre 900 vittime, ma il messaggio della Thatcher e del Regno Unito fu cristallino su come, anche dall’altra parte dell’Oceano, l’influenza e la forza britannica contassero eccome.

Nemmeno il presidente statunitense gli poté resistere, mettendo sull’altare l’allora Argentina amica degli Usa, il piede di Washington nel continente latino.

Nel 1986 furono gli inglesi a prestare le basi aeree e navali per il bombardamento americano alla Libia per disarcionare il regime di Gheddafi, in quel caso sena successo.

Sarà invece nel 2011 che insieme alla Francia, che diede inizio all’operazione, il Regno Unito intervenne in Libia a mettere fine al regime (e alla vita) di Gheddafi, lasciando comunque il paese nel caos.

Le buone relazioni hanno sempre goduto di ottima salute anche quando alla Casa Bianca arrivò Bill Clinton e il premier britannico era Tony Blair.

Il “nuovo democratico” e il “nuovo laburista”, una terza via per la sinistra sinistra. L’arrivo del repubblicano Bush non ha cambiato il legame, nonostante per vocazione politica lo avrebbe dovuto fare. Stati Uniti e Regno Unito procedono mano nella mano nella sedicente guerra al terrorismo islamico, dopo l’11 settembre del 2001.

L’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan certifica la buona salute del matrimonio.

L’arrivo di Barack Obama e di David Cameron, quest’ultimo nel 2010, ha visto i due impegnati nella risoluzione della crisi finanziaria scoppiata nel 2008.

David Cameron rivince le elezioni nel 2015, nonostante politiche di austerity per rimettere a posto i conti pubblici, ma perde l’appuntamento elettorale più importante della sua carriera: il referendum sulla Brexit, che lo costringe alle dimissioni.

Gli subentra l’allora ministro dell’Interno Theresa May, mentre a Washington Barack Obama terminava il suo secondo mandato.

Theresa May va a cercare maggiore legittimazione politica con delle rocambolesche elezioni anticipate, che vince senza una maggioranza e chiedendo l’aiuto del piccolo partito nordirlandese Dup per formare un governo tutt’ora in piedi, seppure azzoppato.

Alla Casa Bianca è arrivato invece Donald Trump, che ha in agenda e come missione primaria il rilancio dell’identità americana e la difesa del suo mercato interno.

Un nuovo protezionismo direbbe qualcuno, vista la sua intenzione di rinegoziare anche il Nafta, il trattato di libero scambio fra Usa, Messico e Canada.

La Gran Bretagna ha notificato lo scorso marzo all’Unione euroepa l’intenzione di abbandono, e nel 2019 ne sarà formalmente fuori seppure con un periodo di transizione ancora tutto da definire.

Avrà le mani libere nella diplomazia, e dovrà trovare nuovi alleati specie in campo commerciale.

Intanto, gli abitanti d’ oltremanica sono ancora fra i pochi paesi che onorano gli impegni finanziari con la Nato, con il 2 per cento del Pil da destinare alla difesa.

La Gran Bretagna tiene stretto il suo potere di veto nel consiglio di sicurezza dell’Onu, come gli Stati Uniti. Fa parte del “Five eyes”, il sistema di gestione condiviso del servizi segreti dei cinque grandi paesi anglofoni insieme al Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, e appunto, gli Stati Uniti d’America.

Per decenni il Regno Unito è stato il ponte su cui transitavano gli Usa per il vecchio continente, il sasso su cui poggiavano il piede in Europa per capire le mosse di Bruxelles.

Nonostante il presidente americano e la premier britannica non siano esattamente compatibili, come qualche incidente di percorso ha dimostrato, il matrimonio gode di ottima salute.

Il nuovo ambasciatore americano a Londra,il successore nei secoli dell’allora John Adams,  Robert Wood Johnson, ha manifestato la vicinanza e il supporto statunitense nella vicenda Brexit, a prescindere dal suo esito.

Sono trascorsi oltre duecento anni da quando il diplomatico John Adams, timidamente, venne ricevuto dal Re Giorgio III.

In quelle parole di speranza per il mantenimento di buoni rapporti c’era l’essenza del cordone ombelicale mai reciso fra i sudditi di Sua Maestà e la futura prima potenza planetaria.

Quando andò via chinandosi e mai dando le spalle per rispetto, è nata la relazione speciale oltre oceano, mai messa in discussione nei secoli successivi, seppur con qualche momento difficile.

Ma capita anche nei migliori matrimoni.

Passano i papi ma la Chiesa rimane. Allo stesso modo passano presidenti e premier, ma l’asse Londra- Washington resta, e con tutta probabilità, starà in piedi ancora a lungo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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