Me

Di Maio, Berlusconi, Renzi: perché i leader politici cambiano idea di continuo?

Dall'euro, al jobs act, fino alla Rai: le posizioni dei partiti sono sempre più dettate dalla profilazione dei gusti degli elettori ottenuta con i big data. La conseguenza è l'azzeramento dei programmi politici

Immagine di copertina

Voglio abolire il Jobs Act perché ha solo aumentato la precarietà. Anzi no, in fondo è una buona riforma (Silvio Berlusconi).

Questa notizia puoi leggerla direttamente sul tuo Messenger di Facebook. Ecco come

Se ci fosse un referendum su questo tema voterei per uscire dall’euro. Anzi no, non è certo questo il momento di uscire dall’euro (Luigi Di Maio).

Voglio abolire il canone Rai. Anzi no, stiamo valutando se differenziare il costo per fasce di reddito, ma ci sono anche molte altre ipotesi (Matteo Renzi).

Dal 15 al 26 gennaio partecipa al TPI Journalism Workshop con i migliori giornalisti italiani. Scopri come

Che le campagne elettorali fossero infarcite di promesse irrealizzabili e di sparate acchiappavoti non lo scopriamo certo oggi.

La schizofrenia dei mesi che precedono le elezioni sta però evidenziando, in questo caso, un fenomeno non certo inconsueto ma comunque più accentuato rispetto al passato, quello delle giravolte dei leader dei partiti su temi cruciali per il futuro del paese.

Ecco allora che un candidato premier, che dovrebbe avere una visione di lungo periodo retta su convinzioni solide e inscalfibili, può svegliarsi al mattino parlando come Marine Le Pen e andare a dormire la sera dopo aver rilasciato, sullo stesso tema, dichiarazioni degne del più consumato filo-europeista.

Sul tema delle promesse irrealizzabili o comunque dannose (se poi realizzate) si sta scrivendo molto. Il Messaggero ha calcolato che l’abolizione delle tasse universitarie proposta da Grasso costerebbe allo stato 1,9 miliardi (che andrebbero a carica della fiscalità generale). Col canone Rai, saremmo a 1,8.

Poi c’è la flat tax di Berlusconi, che propone un’aliquota unica al 20 per cento. Si potrebbe andare avanti all’infinito.

Perché si prometta è piuttosto chiaro. Ma perché, invece, si cambia idea di continuo?

Una delle ragioni, certamente non l’unica, ha a che fare con l’utilizzo sempre più frequente degli algoritmi e dei big data da parte degli apparati dei grandi partiti.

Una serie di strumenti che stanno accentuando la trasformazione dei partiti stessi in agenzie pubblicitarie, il cui obiettivo principale è quello di offrire all’elettore-cliente proprio ciò che desidera in quello specifico momento.

Il fenomeno della profilazione degli utenti da parte dei giganti del web è noto da tempo. Google utilizza i dati sulle nostre precedenti ricerche per far apparire contenuti analoghi in quelle successive, Facebook ci fa vedere i post degli amici con cui interagiamo più spesso, Netflix ci suggerisce film simili a quelli che abbiamo visto in passato.

I numerosi pericoli che si nascondono dietro la dittatura degli algoritmi sono stati messi in luce da sociologi e studiosi di nuove tecnologie. Se Facebook e Google mi mostrano soltanto contenuti in linea con quello che già penso, come potrò mettere in discussione le mie idee e aprirmi ad un sano confronto con opinioni contrastanti?

L’obiettivo dei giganti del web è in primo luogo commerciale: dare all’utente-cliente ciò che vuole, come lo vuole e quando lo vuole, per aumentare traffico e vendere i dati alle aziende. Queste ultime, infatti, possono utilizzare la profilazione degli utenti per creare messaggi pubblicitari su misura.

Il problema è quando questo modo di procedere invade il campo della politica, mettendo in mano alle macchine comunicative dei partiti una mole di dati che, prima dell’avvento e dello sviluppo delle tecnologie digitali, non era pensabile possedere.

Se un partito è in grado di conoscere fin nei minimi dettagli interessi, opinioni e gusti e degli elettori, se sa quali sono i siti più cliccati del momento, cosa c’è scritto su quei siti, che messaggi veicolano, quali internauti li visitano e quali no, e se questi dati vengono poi messi processati nel frullatore degli algoritmi per farne uscire profili “elettorali” sempre più precisi, ecco che si può calibrare molto più facilmente anche il messaggio politico in base ai “trend” del momento.

Ho fatto inavvertitamente una dichiarazione sul jobs act che rischia di inimicarmi la classe imprenditoriale del Nord? L’intelligenza artificiale mi permette di comprendere che è meglio rimangiarmela anche a distanza di poche ore.

Chi non ricorda le innumerevoli giravolte del Movimento Cinque Stelle sui migranti, con Di Battista che prima assumeva pose da missionario per poi opporsi insieme a tutto il suo partito allo ius soli?

E che dire dello stesso Pd, la cui retromarcia sulla legge sulla cittadinanza, oltre che per ragioni di numeri in parlamento, potrebbe spiegarsi anche con la presa di coscienza di andare contro il sentimento diffuso degli elettori-clienti?

Il problema dell’utilizzo politico dei big data è particolarmente scottante in Italia per la presenza di un movimento, quello di Grillo, gestito proprio da una società informatica come la Casaleggio Associati.

In un libro uscito quest’anno e intitolato “La rabbia e l’algoritmo. Il grillismo preso sul serio”, Giuliano da Empoli ha messo in luce proprio come, grazie al sistema di dati che la Casaleggio Associati mette a disposizione dei Cinque Stelle, lo stesso movimento abbia gioco facile a orientare la sua posizione sui grandi temi del paese in base a quello che la gente vuole sentire in uno specifico momento.

Ecco spiegata ad esempio la comica manovra che, in un momento di scarsa popolarità di Farage e dello Ukip, ha portato i Cinque Stelle a proporsi per un’alleanza col gruppo parlamentare europeo dell’Alde (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa), il più europeista di tutti e lontano anni luce dalle tesi sempre professate dai grillini sull’Europa.

Sarebbe sbagliato, in ogni caso, ritenere che il fenomeno riguardi solo i Cinque Stelle. Gli apparati tecnologici e comunicativi di cui dispongono i grandi partiti consentono a tutti di intercettare le preferenze degli elettori sulla base della loro profilazione e dei dati raccolti.

L’intelligenza artificiale, in questo modo, diventa uno strumento potentissimo per trasformare i partiti stessi in agenzie pubblicitarie e per mortificare la proposta politica nei suoi aspetti legati ai valori, alle idee e alle visioni di lungo periodo.

Anche per questo tutti cambiano opinione così in fretta quando si accorgono che una proposta non vende bene come prima, o quando si rendono conto di aver rilasciato in maniera inavvertita una dichiarazione che va contro il “sentiment” degli elettori, accuratamente estrapolato attraverso la raccolta dei dati.