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La rivoluzione in Iran che non c’è mai stata, e cosa succede ora

A qualche giorno dalla fine delle proteste in Iran, Nicola Pedde, direttore dell'Institute for Global Studies, analizza per TPI cosa è successo e cosa c'è da aspettarsi nel prossimo futuro

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Credit: Anadolu Agency/Afp

Le proteste iniziate a Mashad e nelle periferie settentrionali dell’Iran lo scorso 28 dicembre, e poi continuate a Tehran, sono terminate.

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In parte per intervento delle forze di sicurezza, che hanno sedato spesso anche con la violenza le manifestazioni, ma anche e soprattutto per la scarsa consistenza delle proteste stesse, che non hanno mai e in alcun modo assunto la forma di una rivolta o, peggio, di una rivoluzione.

Chi protestava, e perché

Le proteste dei giorni scorsi a Tehran hanno una matrice molto eterogenea, e sono iniziate soprattutto in alcune province settentrionali, dove storicamente è più radicata la capacità elettorale delle forze ultraconservatrici.

È tuttavia da segnalare un antefatto a questa crisi, che permette di comprendere alcune delle dinamiche attraverso le quali il meccanismo delle proteste è iniziato e si è poi amplificato fino a raggiungere la capitale.

Agli inizi di dicembre, infatti Rohani ha pubblicamente chiesto al Parlamento un intervento urgente contro quella che ha definito la “mafia finanziaria”, capace di controllare da sola in modo illecito finanze che per consistenza superano di gran lunga il valore del Pil iraniano.

Un riferimento generico, che tuttavia ha un significato ben preciso per gli iraniani, che non mancano di cogliere un diretto riferimento all’ex presidente Ahmadinejad, su cui sembra stringersi sempre più la maglia delle investigazioni relative agli scandali che nel 2011 hanno portato all’arresto di numerosi esponenti di spicco del sistema finanziario e bancario e di quello industriale, nell’abito di un’indagine che ha permesso di scoprire come le banche concedessero prestiti senza alcuna garanzia ad alcuni imprenditori, cui successivamente veniva concesso – in barba ad ogni normativa – di comprare a prezzi irrisori compagnie pubbliche, privatizzate attraverso procedure illecite.

Uno scandalo enorme, del valore stimato di 2.8 miliardi di dollari, che ha portato all’accusa e alla condanna di numerose persone e alla fuga all’estero di molte altre.

Il 27 dicembre, proprio il giorno prima che i disordini iniziassero nel nord del paese, la Guida Ali Khamenei aveva pronunciato un duro attacco contro Ahamadinejad nel corso di una conferenza pubblica, anche in questo caso senza nominarlo personalmente, ma lasciando chiaramente intendere chi fosse l’obiettivo dei suo strali.

La Guida aveva infatti detto che “chi ha governato controllando tutte le leve del potere non può oggi ergersi a giudice, ma deve anzi rispondere del suo operato”.

Le proteste iniziate in alcune province settentrionali il 28 dicembre, quindi, hanno una matrice molto particolare, nella gran parte dei casi riconducibile alle organizzazioni politiche di area ultraconservatrice, che hanno portato sparuti gruppi di manifestanti per strada protestando contro il governo ed in particolare contro Rohani, reo di aver tradito le aspettative degli iraniani con il JCPOA e di non aver portato alcun beneficio all’economia iraniana.

Piccoli gruppi, nei primi due giorni della protesta, spesso non più grandi di 50 o 60 persone, cui nemmeno le forze di polizia hanno prestato molta attenzione, portati in piazza al solo scopo di distrarre l’attenzione dei media dalle accuse verso l’ex presidente.

Ciò che nessuno aveva previsto, tuttavia, è stata la capacità di queste piccole – quanto strumentali – manifestazioni di fungere da catalizzatore di un diffuso malcontento, essenzialmente connesso alle questioni economiche ed occupazionali, ma anche in questo caso molto variegato sul territorio.

Dal 30 dicembre in avanti, quindi, l’eco di queste proteste ha generato anche a Tehran alcune decine di attività, raggruppando in cortei e manifestazioni diverse tra loro – anche geograficamente – motivazioni e gruppi del tutto distinti.

Se il cuore della protesta è stato certamente alimentato dal malcontento per la mancata fine dell’embargo dopo l’accordo del JCPOA – fallimento non certo imputabile al presidente Rohani, peraltro – non sono mancati slogan contro la corruzione, il crescente dato della disoccupazione e più in generale il costo della vita e dei generi di prima necessità.

A queste proteste, tuttavia, si sono aggiunte quelle di molti altri gruppi, che per ragioni diverse tra loro hanno trovato il coraggio di scendere in piazza unendosi alle altre manifestazioni.

Abbiamo quindi visto i terremotati delle regioni recentemente colpite dal sisma, che lamentavano non solo la scarsa qualità delle abitazioni costruite dalle aziende di Stato, crollate con il terremoto nonostante la presunzione di anti-sismicità, ma anche l’essere stati mal aiutati e di fatto dimenticati dal governo.

Poi alcune migliaia di piccoli risparmiatori, caduti nella trappola di tre finanziarie che, attraverso il sistema delle piramidi finanziarie, hanno truffato moltissimi risparmiatori chiudendo all’improvviso gli uffici e lasciando i molti – ingenui – clienti nella disperazione.

Gruppi e motivazioni molto diverse tra loro, quindi, senza alcuna cabina di regia organizzativa e men che meno politica, che non ha favorito alcuna coesione od organizzazione della protesta.

In tal modo è assolutamente erronea qualsiasi comparazione con i fenomeni sociali del 2009, che al contrario ebbero una forte motivazione politica e soprattutto una chiara cabina di regia nelle mani di Mir Hossein Mousavi e Mehdi Kharrubi.

Una protesta legittima, certamente, quella della fine del 2017, ma del tutto estranea a dinamiche di altro tipo se non quelle del generale malcontento della popolazione per la frustrazione di dover sopportare il peso di una pesante disoccupazione, alimentata in primo luogo dall’impossibilità di far ripartire l’economia stante il blocco delle sanzioni e l’immobilità di molti degli attori internazionali che avevano firmato nel 2005 il JCPOA.

Cosa accadrà

Come prevedibile, una protesta acefala e senza guida politica non aveva possibilità di durata nel tempo.

Non è stato quindi necessario da parte delle forze di sicurezza adottare una postura repressiva come quella del 2009 per avere la meglio sui manifestanti, che nella gran parte dei casi si sono dispersi in modo autonomo.

Ciononostante, le ragioni per la protesta non sono né banali né trascurabili per il governo, che dovrà adesso affrontare con maggiore impegno almeno il programma per lotta alla disoccupazione, che ha ormai raggiunto percentuali insostenibili soprattutto nelle fasce giovanili, e alla corruzione all’interno sopratutti di una parte del sistema finanziario ed imprenditoriale.

È necessario segnalare come, dall’avvio del governo Rohani, complice un clima politico molti più rilassato, si sono moltiplicate le manifestazioni di protesta soprattutto a Tehran e nelle grandi città, che vedono costantemente gruppi di cittadini scendere in piazza per lamentare il peso della crisi generale o quelle di settore.

Non cesserà quindi l’azione popolare in direzione del governo, che ha tuttavia le mani legate stante l’impossibilità di far realmente decollare il piano economico connesso al JCPOA per l’intransigenza degli Stati Uniti, che di fatto impediscono anche al sistema bancario europeo di poter dare seguito alle molte iniziative siglate dalle compagnie locale e quelle europee, ma ancora ferme allo stadio di Memorandum of Understanding.

Una situazione critica, che potrà essere ulteriormente incrementata dal crescente clima di tensione con le forze ultraconservatrici, e soprattutto dalla possibilità – tutt’altro che remota – che l’ex presidente Ahmadinejad sia sottoposto ad una indagine formale da parte della magistratura.