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Breve guida per capire cosa sta accadendo in Iran

Oltre 20 morti dall'inizio delle proteste, più di 400 manifestanti arrestati. Ma cosa c'è dietro le manifestazioni che stanno sconvolgendo il paese? Ecco un riassunto semplice e chiaro

Immagine di copertina
Credit: Stringer / Anadolu Agency

Da giovedì 28 dicembre 2017 l’Iran è attraversato da accese e violente proteste che fino ad ora hanno causato la morte di almeno 21 persone.

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Il numero dei morti non è ancora confermato. Alcune testate giornalistiche, come la Bbc, riferiscono di 22 morti, il  New York Times e il Guardian di 21.

Ben 9 persone sono rimaste uccise nella notte tra l’1 e il 2 gennaio 2018, quando 6 manifestanti sono morti in un attacco a un commissariato nella città di Qahderijan, situata al centro dell’Iran, due persone hanno perso la vita a Khomeinishahr, e un membro dei Guardiani della rivoluzione è morto a Najafabad.

L’inizio delle proteste

Scoppiate giovedì scorso a Mashad – una città molto conservatrice di due milioni di abitanti nel nord-est dell’Iran – come proteste contro l’aumento dei prezzi e la corruzione, le dimostrazioni si sono diffuse a macchia d’olio in molte città e sono sfociate in violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine.

Questa mappa mostra l’evolversi delle violenze e la diffusione sul territorio iraniano.

In tutto sono circa 450 i manifestanti arrestati da sabato scorso, riferisce il vicegovernatore per la sicurezza di Teheran, Ali Ashgar Nasserbakht, citato dall’agenzia semi-ufficiale iraniana Ilna.

“Il 90 per cento delle persone catturate”, precisa il ministero dell’Interno iraniano, “è composto da teenager e da giovani con un’età media di 25 anni”.

Secondo questo bilancio, 200 persone sono state arrestate sabato, 150 domenica e 100 il primo gennaio.

Le proteste contro il carovita e per chiedere migliori condizioni economiche, sfociate poi in manifestazioni antigovernative, sono iniziate mercoledì 27 dicembre, e hanno ben presto assunto i toni di manifestazioni antigovernative la cui portata ha coinvolto in prima persona il presidente iraniano Hassan Rouhani e perfino la potente guida spirituale della Repubblica islamica, l’ayatollah ultraconservatore Ali Khameni.

Queste proteste sono le più grandi dimostrazioni di dissenso pubblico dalle manifestazioni svoltesi nel 2009 contro la rielezione di Ahmadinejad, quando nacque il “movimento dell’Onda Verde” per denunciare i brogli elettorali nelle elezioni presidenziali.

Per cosa si protesta

L’alta diffusione della corruzione è uno dei fattori che hanno alimentato la protesta. A causa del livello di corruzione, l’Iran è 131esimo su 176 paesi misurati nell’Indice Transparency International che misura il livello di corruzione percepita, un vero e proprio costo che erode il Pil.

Tuttavia, le ragioni delle proteste sono principalmente economiche: si chiedono migliori condizioni di vita e si protesta contro gli altissimi indici di disoccupazione giovanile e contro l’aumento dei prezzi.

L’aumento del costo della vita è dovuto alla necessità della Repubblica islamica di finanziare gli interventi militari in Siria, Iraq, Libano e Yemen.

L’apparato militare e le forze di intelligence sono incarnate dai Guardiani della Rivoluzione, che rispondono direttamente alla Guida Suprema della Rivoluzione, Ali Khamenei, e gestiscono anche gran parte delle risorse economiche nazionali senza curarsi troppo delle altre istituzioni della Repubblica islamica, a cominciare dal governo del presidente Hassan Rohani.

La popolazione accusa il regime di aver sperperato ingenti risorse finanziando Bashar al-Assad in Siria, gli Huti nello Yemen, gli Hezbollah nel Libano, gli sciiti del Bahrein e i gruppi jihadisti di Gaza.

Per questo motivo, tra le proteste in strada si sono però cominciati a sentire anche slogan politici, contro Ali Khamenei e contro il governo di Hassan Rouhani.

A questo si aggiunge un sistema bancario considerato dall’FMI fragile e con una forte esigenza di ricapitalizzarsi e di ridurre debiti insoluti e titoli tossici e che va incontro ad una forte concentrazione prevista nei prossimi anni.

La protesta dei giovani

I manifestanti sono soprattutto giovani e persone molto povere, che vivono in provincia o in città medio-piccole e che non sembrano avere un orientamento politico comune di riferimento.

Queste sono grosse differenze rispetto alle proteste del 2009, a cui parteciparono persone della classe media, che abitavano soprattutto nelle grandi città come Teheran e che erano vicine ai riformisti.

In questo caso la ribellione è venuta dall’interno e i suoi attori sono diventati subito i giovanissimi del tutto stranieri al potere teocratico e patriarcale.

La ragazza simbolo delle proteste

Una ragazza iraniana senza il velo che sventola il suo ‘hijab’ bianco nel mezzo di una strada affollata è diventata il simbolo delle proteste delle donne che chiedono maggiori diritti, in parallelo alle proteste di altra natura che stanno sconvolgendo il paese.

La donna, un’attivista che si batte contro l’obbligo dell’”hijab”, è stata arrestata mercoledì 27 dicembre mentre manifestava in strada.

La giovane aveva aderito a “My stealthy Freedom”, il movimento partito su Facebook e promosso dalla giornalista e attivista iraniana Masih Alinejad che promuove i diritti delle donne. Nel luogo dove è stata arrestata la donna, in piazza Enghelab, sono stati lasciati fiori e lettere che esprimono ammirazione per il suo gesto coraggioso.

Il ruolo del presidente Rouhani

Il presidente Rouhani, conosciuto come un clerico moderato e rifomatore, ha riconosciuto in televisione il diritto a manifestare evitando però la violenza.

“Il popolo iraniano è libero di manifestare, basta che le proteste siano autorizzate e legali e che non si trasformino in violenza. Una cosa è la critica, un’altra la violenza e la distruzione della proprietà pubblica”, ha detto il presidente.

L’imperativo per il regime iraniano è ora contenere le proteste e fare in modo che non si allarghino a un punto tale da non poter esser più controllate.

Proprio per evitare i raduni di strada, le autorità hanno bloccato, anche se “solo temporaneamente”, l’accesso ai social network, in particolare Telegram e Instagram.

A Teheran, città finora coinvolta in maniera marginale nelle manifestazioni, sono stati dispiegati moltissimi poliziotti in tenuta anti-sommossa, checkpoint per le strade e mezzi con cannoni ad acqua.

Nonostante il linguaggio diplomatico del presidente Rouhani, il vice ministro dell’interno, Hossein Zolfaghari, ha dichiarato sul sito web semi-ufficiale di Jamaran: “Da stanotte i disordini saranno controllati più seriamente”.

Inoltre, il capo della Corte Rivoluzionaria della provincia di Teheran, Moussa Ghazanfarabad, ha annunciato che alcune delle persone arrestate potrebbero essere accusate di Muharebeh (guerra contro Dio), un reato che prevede la pena di morte.

Trump difende i manifestanti

L’escalation delle violenze sta alimentando una tensione internazionale.

L’evolversi della tensione è seguita da vicino da Washington in particolare da Donald Trump che, difendendo il diritto di critica dei manifestanti, è accusato dagli ayatollah di cavalcare la protesta per fini politici anti Iran.

Le nuove sanzioni minacciate nei mesi scorsi dall’amministrazione Trump  – che ha messo in discussione l’accordo sul nucleare di Obama  – potrebbero colpire i Guardiani della rivoluzione.

“L’Iran sta collassando su tutti i fronti nonostante il terribile accordo (sul nucleare) siglato dall’amministrazione Obama. Il grande popolo iraniano è stato oppresso per tanti anni. La gente è affamata di cibo e libertà. Assieme ai diritti umani la ricchezza della nazione è stata depredata”, scrive su Twitter il presidente statunitense.