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Senza accorgercene, stiamo sempre più morendo di solitudine

Lo rivela una ricerca che spiega come se si passa troppo tempo da soli raddoppi la probabilità di morire precocemente

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“La solitudine non è mica una follia, è indispensabile per star bene in compagnia”, cantava Giorgio Gaber in uno dei suoi successi.

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Se è vero che imparare a stare da soli è essenziale per la costruzione di relazioni affettive appaganti, che siano rapporti amicali o sentimentali, è anche vero però che la nostra società comincia a soffrire di una crescente sindrome da “eccesso di solitudine”.

La cultura dell’individualismo e del successo a tutti i costi che ci viene continuamente propagandata, assieme ad altri fattori come la precarietà del lavoro e la necessità di fare continui spostamenti sacrificando la dimensione affettiva, finiscono per rinchiudere molte persone in una gabbia dalla quale non riescono a entrare più in contatto con gli altri.

Secondo una ricerca del dipartimento di psicologia dell’Università dello Utah, negli Stati Uniti, l’eccesso di solitudine produce un rischio di mortalità precoce simile a quello dell’obesità.

Inoltre, se si passa troppo tempo da soli gli effetti sulla salute sono tali che il pericolo di morte prematura cresce fino al 50 per cento.

Il team di ricerca dell’Università dello Utah, guidato dal professor Julianne Holt-Lunstad, ha presentato i risultati di una serie di studi condotti nel corso degli anni.

Il primo dei meta-risultati, che analizzava 148 studi condotti sul percorso di vita di oltre 300mila individui, rivela appunto che una vita fatta di connessioni sociali e frequenti rapporti interpersonali riduce del 50 per cento il rischio di mortalità precoce.

Il secondo, che prende in considerazione 70 studi e 3,4 milioni di individui tra Europa, Asia, Stati Uniti e Australia, collega invece la mortalità infantile causata dalla solitudine all’obesità, rivelando una sostanziale analogia tra i due fenomeni.

“I risultati in molti paesi suggeriscono che siamo di fronte ad una vera e propria ‘epidemia della solitudine’, ha dichiarato il professor Holt-Lunstad.

Questo tipo di problematica si riscontra soprattutto nei paesi benestanti, ed è dovuto, oltre alle cause già citate, a fattori come: le diminuzione del numero di matrimoni, il calo della nascite, la crescita dell’aspettativa di vita.

L’assunto implicito di queste ricerche è che le persone debbano in qualche modo riallacciare le connessioni con le loro comunità di riferimento. Non solo la famiglia, ma anche le associazioni, i circoli, tutti quei contesti in cui è possibile esprimere la propria natura sociale.

Se si persegue un modello eccessivamente competitivo, vedendo ad esempio i propri colleghi di lavoro solo come dei rivali da superare per fare carriera e non delle persone con cui poter instaurare una relazione di collaborazione e amicizia anche fuori dall’orario di ufficio, il rischio è quello di “ammalarsi di solitudine”.

Una società che spinge le persone in questa direzione, insomma, risulta altrettanto ammalata, e copre sotto il mito del successo personale uno svuotamento delle relazioni umane che ha effetti estremamente nocivi anche per la salute fisica.