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Ecco perché la tua autostima non deve dipendere dal tuo lavoro

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Credit: Afp

Sulla scala di priorità della vita di ognuno, il lavoro occupa sicuramente uno dei primi posti e spesso finisce per essere l’elemento che definisce la nostra identità.

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Identificarsi con il proprio lavoro è per certi aspetti positivo, ma spesso ha degli effetti collaterali, come sottolinea la psicoterapeuta Julie de Azevedo Hanks in un articolo pubblicato su Science of Us. “Tendiamo a collegare il nostro comportamento, le nostre performance e la nostra produttività con la nostra autostima”, sottolinea la dottoressa. Questo comporta che quando falliamo un compito lavorativo, spesso ci sentiamo del tutto incapaci.

Nel 2015, la scrittrice e professoressa Elizabeth R. Thornton ha pubblicato un libro su questo tema, intitolato The Objective Leader: How to Leverage the Power of Seeing Things As They Are.

L’autrice è partita proprio dalla sua esperienza personale. Nel libro racconta che il suo lavoro coincideva con la sua autostima a tal punto che quando ha iniziato a sperimentare i primi fallimenti, Thornton non è stata in grado di accorgersi di ciò che stava accadendo. Quando finalmente se ne è accorta, ha deciso di scrivere un libro.

Thornton ritiene che l’unica arma per non lasciarsi inghiottire dal proprio lavoro sia l’obiettività. Solo grazie al pensiero razionale è possibile rendersi conto che la propria personalità non si esaurisce con il lavoro che si svolge.

L’attaccamento emotivo al proprio lavoro è positivo, ma non bisogna eccedere. È necessario, infatti, ricordare che esistono tanti altri lati della propria personalità, che non hanno minor valore.

Nel suo libro, Thornton ha identificato alcuni “schemi mentali” che influenzano la performance lavorativa. Alcuni si possono riassumere nelle seguenti espressioni:

  • “Ho bisogno che gli altri mi apprezzino per ritenermi brillante”
  • “Mi paragono costantemente con gli altri per determinare quanto valgo”
  • “Devo essere perfetto/a in tutto ciò che faccio”
  • “Il mio valore personale dipende da quanto sono in grado di controllare gli altri e i risultati”

Questi schemi mentali rendono difficile lavorare obiettivamente e intrappolano l’individuo in un circolo vizioso e non virtuoso.

Thornton incoraggia a smettere di lamentarsi e a costruire un’identità personale al di fuori del lavoro. Nel far questo fornisce alcuni – solo apparentemente – semplici suggerimenti:

  • “Prova a lamentarti meno”. È lecito lamentarsi ma è necessario evitare di rimuginare troppo sulla faccenda. Ad esempio, stabilire un limite di tempo giornaliero per discutere della questione potrebbe essere utile.
  • “Sii obiettivo”. È necessario comprendere che non si sempre si è in grado di controllare le conseguenze delle proprie azioni.
  • “Ricordati che sei di più del tuo lavoro”. In psicologia esiste il concetto di complessità del sé. Ciò significa che esistono varie facce dell’identità individuale. È quindi positivo intraprendere attività stimolanti al di fuori dell’attività lavorativa, come ad esempio iniziare un corso di fotografia o bere un caffè con un amico.