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L’uomo che si è dato fuoco in Polonia – Storie di un mondo in rivolta
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L’uomo che si è dato fuoco in Polonia – Storie di un mondo in rivolta

Un estratto del libro di Paolo Brogi, Ce n'est qu'un début, storie di un mondo in rivolta

21 Nov. 2017

Notizie come questa, terribile, potevano allora restare segrete. Nonostante che i testimoni diretti fossero centomila e più. Uno stadio intero, il Dziesieciolecia di Varsavia, gremito con dentro le autorità politiche, il segretario del partito, i giornalisti, i fotografi, i cineamatori. E un uomo che si dà fuoco per protesta. Per anni e anni non abbiamo saputo nulla del polacco Ryszard Siwiec.

Neanche quando il mondo, quattro mesi dopo il sacrificio umano di questo coraggioso polacco che si è dato fuoco l’8 settembre del 1968, avrebbe saputo del rogo di Jan Palach, il giovane studente di filosofia cecoslovacco autoimmolatosi il 16 gennaio 1969 in piazza San Venceslao a Praga per la stessa tragedia politica: la fine della primavera di Dubcek, l’invasione della Cecoslovacchia, il tallone di ferro dei carro-armati del Patto di Varsavia sulla fragile democrazia tentata per la prima volta all’Est.

Incredibile. Come incredibile resta la sequenza di fotogrammi che sono stati recuperati in seguito e che mostrano in quel settembre del ’68 il gesto terribile di un uomo di 59 anni, un impiegato laureato in filosofia, sposato e padre di cinque figli, che lucidamente si dà fuoco di fronte a centomila presenti e a tutto il bureau politico del partito guidato da Wladislaw Gomulka. Siwiec, cristiano e ispirato a valori antibolscevici come quelli del maresciallo Pilsudski, ha creduto nei movimenti della primavera d’oltrecortina, la repressione di Praga e quell’estate all’ombra dei carri armati lo hanno definitamene spinto verso questa estrema forma di protesta. L’8 settembre si dà fuoco.

Un filmato postato oggi su Youtube mostra l’orrore di quel giorno. Perché circolasse abbiamo dovuto attendere però Solidarnosc, i primi anni ’80, la pubblicazione di foto e  immagini sul rogo di Ryszard Siwiec, il libro di memorie edito dalla famiglia nel 1981  dove è stato trascritto e reso pubblico per la prima volta il messaggio che Siwiec ha registrato prima del suo atto di protesta. Infine il film che nel 1991 il regista polacco Maciej Drygas gli ha dedicato: “Ascoltate il mio grido” (Usłyszcie mój krzyk).

Che cosa si vede in quelle immagini oggi facilmente reperibili su you tube?

Si vede un uomo  vestito a festa, in giacca cravatta e col basco in testa, sulle gradinate dello stadio mentre le fiamme cominciano ad avvolgerlo. L’uomo si è appena cosparso di liquido solvente e si è dato fuoco mentre è in corso una grande adunata di massa, la festa del raccolto giunta al suo decimo anniversario. Wladislaw Gomulka, il segretario del partito al potere, sta per prendere la parola, dentro lo stadio sfilano i giovani comunisti in costume tradizionale.

L’uomo brucia e intorno a lui si crea un vuoto sulle gradinate, gli spettatori si allontanano di qualche metro, solo due o tre volenterosi si avvicinano a quella torcia umana che sta bruciando con le braccia alzate, come in un sacrificio. L’uomo parla, non si sentono le sue parole, grida. Si saprà poi che sta invocando “la nostra e vostra libertà”. Dice pariole come “onore, patria”, poi “io protesto”. Ma i fotogrammi non ce lo fanno sentire, sono scattati da distanza, è come un tragico film muto.

Due giovani gli sbattono addosso le giacche, nel tentativo di spegnere le fiamme. Il rogo continua, l’uomo non smette di gridare. Alcuni poliziotti con i loro cappelloni alla sovietica  si avvicinano dai bordi del campo. Nell’arena continuano a sfilare i giovani in costume tradizionale, le ragazze con le trecce bionde raccolte, i gruppi transitano guardando interdetti verso la gradinata.

Poi finalmente qualcuno toglie la giacca e la camicia a Siwiec. Si vede la sua pelle distrutta con larghe chiazze più chiare. Lui continua a parlare.

Quello che dice ce lo ha rivelato il testo del nastro in cui in precedenza Siwiec ha registrato i suoi pensieri, il suo ultimo grido: “Tutti voi, in cui arde ancora una fiammella di umanità! Risvegliatevi! Ascoltate il mio grido! il grido di un comune, vecchio uomo, il grido di un figlio della nazione che ha amato la propria e l’altrui libertà sopra ogni cosa, anche più della sua stessa vita! Risvegliatevi! Non è ancora troppo tardi!“.

Nel nastro Siwiec accusa l’Unione Sovietica di imperialismo, un impero che vuole scatenare una nuova guerra mondiale.

L’uomo viene portato al Szpital Praski, è formalmente arrestato, la sua stanza viene controllata dalla Służba Bezpieczeństwa, la polizia segreta. L’unica persona che riesce a fargli visita è la moglie Maria, Siwiec resiste per quattro giorni prima di spegnersi il 12 settembre. La polizia riesce più tardi ad intercettare una sua lettera testamento diretta alla moglie in cui Siwiec annunciava il suo futuro gesto.

Tutt’intorno intanto  gli è stato creato il vuoto, foto e riprese sono state accuratamente bloccate, la Centralna Agencja Fotograficzna ha requisito tutto il requisibile. La Polish Film Chronickle ha uno  spezzone di sette secondi, non se ne fa nulla. Non tutto però sarà distrutto.

I giornali non parlano del gesto di Siwiec, anche la stampa occidentale non ne viene a sapere nulla. La redazione polacca di Radio Free Europe riceve la notizia dopo qualche giorno, ma la direzione non giudica la notizia attendibile.

Subito è scattata la macchina del fango: quell’uomo ha preso fuoco perché è un ubriacone, stava trangugiando vodka, deve aver acceso un fiammifero per fumare e così è finito tra le fiamme…

Il tutto si riduce a una sorta d’incidente. Nessuno sa l’esatto perché. Lo scrittore Stefan Kisielewski scriverà: “Ci sono voci intorno all’auto-immolazione, ma nessuno sa per quali ragioni”.

Eppure, sarebbe bastato ricordarsi del sacrificio del monaco buddista Thich Quang Duc nel 1963, per il Vietnam…

O più semplicemente avvicinarsi alla storia di Ryszard Siwiec.

L’immolato era un galiziano, nato in quella parte allora dell’Austria-Ungheria a Debice. Si era trasferito con la famiglia da giovane a Leopoli oggi in Romania dove aveva studiato lettere e filosofia all’Università Jan Kazimír. Poi era stato impiegato in un ufficio finanziario a Przemysl. Con la Polonia occidentale invasa dai tedeschi aveva lasciato il lavoro e si era avvicinato alla resistenza, facendone parte. A guerra finita aveva messo in piedi una piccola azienda produttrice di vino e miele, poi però gliel’avevano nazionalizzata.  Da quel momento Siwiec era diventato un oppositore del regime comunista. A casa aveva appeso alla parete il ritratto del maresciallo Josef Piłsudski, l’anti-bolscevico degli anni 20. Poi però nel ’68 aveva creduto nei movimenti studenteschi d’oltrecortina, di notte scriveva volantini di sostegno firmati con lo pseudonimo Jan Polak.

La primavera di Praga era stata stroncata, la fiammella della libertà era stata spenta, Siwiec non aveva sopportato tutto questo e aveva elaborato con cura il suo gesto estremo. Si deve soprattutto al regista Drygas, che ha il merito di aver fatto conoscere alla Polonia e all’estero questa storia, se sono stati recuperati quei sette secondi di immagini che il regime di Gomulka non è riuscito a distruggere. Sull’onda di quella scoperta nel 2003 i ricercatori dell’Istituto Polacco per la Memoria Nazionale hanno recuperato  nuove videoregistrazioni realizzate dalla polizia segreta polacca allo stadio di Varsavia.

In seguito Ryszard Siwiec è stato insignito di alte onorificenze ceche, slovacche e polacche. A Varsavia, Přemyšl e Dębice sono state dedicate lapidi commemorative in sua memoria. A Přemyšl, dove Siwiec viveva, gli è stato intitolato un ponte. A Praga lo ricorda una targa di fronte all’Istituto per lo studio dei regimi totalitari. Nello stesso luogo nel 2010 è stato inaugurato anche un monumento a lui dedicato. Una targa lo ricorda infine anche nello stadio di Varsavia.

Siwiec è stato il primo rogo umano dell’Est. Dopo di lui compirono lo stesso gesto anche Ian Zasic ed Evzen Plocek, quest’ultimo nell’aprile del ‘69. Anche di loro si è saputo molto più tardi. Altri polacchi si sono dati fuoco negli anni successivi: Jozef Dolak, nel 1972, a Wroclav, e Walenty Badylak nel 1980, a Cracovia.

Resta impressionante questa scia di morti che ha segnato la storia dei paesi dell’Est e che in quei giorni, non solo nel ’68 ma molto più a lungo, è restata sostanzialmente ignorata da tutti compresi i movimenti di massa che in Occidente si battevano per la libertà e contro i totalitarismi.

La morte di Jan Palak, all’inizio del ’69, colpì come un maglio le giovani coscienze di allora. Non tutti, è vero, perché ci fu anche chi sollevò all’epoca un penoso distinguo sulle forme di lotta da adottare tra le quali il rogo umano non era curiosamente contemplato perché autodistruttivo. Furono sollevate anche ragioni ideologiche di vario stampo, in fin dei conti riconducibili a un annoso filosovietismo e al disprezzo verso chi rivendicava una libertà bollata come borghese.

Ce ne accorgemmo in varie occasioni quando a Pisa andammo nell’estate del ’68 e poi di nuovo nel gennaio del ’69 a distribuire i nostri volantini di denuncia in realtà dove le cellule del Pci cercavano di dettare legge. Così avvenne che il nostro volantino “Internazionalismo proletario, i nodi vengono al pettine” distribuito subito dopo l’invasione della Cecoslovacchia in agosto innesco una furibonda rissa di fronte ai cancelli della Saint Gobain. La rissa fu replicata anche per Jan Palach per il quale i dirigenti più retrivi del Pci non trovarono parole molto diverse da quelle usate a suo tempo nel ‘56 per l’Ungheria: “controrivoluzionari”. Seguirono tafferugli e schiaffi, noi eravamo dalla parte del giusto.

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