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Che impatto avrà la Brexit per l’industria dell’automobile

I dubbi e le incertezze del settore automobilistico sullo scenario di un divorzio senza accordi con Bruxelles. Le paure e i numeri di un settore da 800mila lavoratori

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Credit: Afp

L’abbandono da parte del Regno Unito del mercato unico europeo vedrebbe rimodulare in maniera significativa le esportazioni che contano, per oltre il 40 per cento, sul vecchio continente. Uno dei settori chiave gravemente colpito è quello dell’industria dell’automobile, che ha nell’Unione europea il suo principale e naturale luogo di approdo.

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Lo scorso mese, la Vauxhall, di recente acquistata dal gruppo francese Psa Group, ha dichiarato di voler tagliare circa 400 posti di lavoro. Una delle prime vittime fra gli stabilimenti sarà quello di Ellesmere, nel West Midlands.

In questo stabilimento lavorano 1.800 operai specializzati che producono circa 140mila automobili del modello Astra. Psa group, dopo l’acquisto di Opel e Vauxhall dal gigante americano General Motors, è attualmente il secondo produttore europeo di automobili dopo il gruppo Volkswagen.

Dello stesso parere il gruppo Toyota che possiede un’importante stabilimento a Burnastone, nel Derby. Un impianto da 180mila vetture annue che vengono esportate per oltre l’80 per cento in paesi dell’Unione europea. Nella scorsa primavera il gruppo ha annunciato un investimento da oltre 230milioni di sterline contando sul fatto che il Regno Unito possa mantenere l’accesso al mercato unico europeo anche dopo la Brexit.

Di questi, circa 20 milioni sono frutto di un prestito effettuato dal Governo britannico che rassicurò a suo tempo il gigante dell’auto.

La Honda invece, presente con un uno stabilimento a Swindon, riesce a produrre 690 automobili al giorno. Il gigante asiatico conta sull’appartenenza alla Custom Union europea per poter far approdare i circa 350 camion che giornalmente riforniscono lo stabilimento senza ulteriori ritardi nei controlli nel porto di Dover e nel Canale della manica.

In un rapporto presentato ai parlamentari di Westminster, un ritardo medio di 15 minuti per camion si trasformerebbe in 90 ore al giorno. Certo non un toccasana per la catena di montaggio.

Un interessante report dell’autorevole National Institute for Economic and Social Research (NIESR), mette in evidenza come il mercato dell’automobile impieghi nel Regno Unito circa 800mila persone, con una produzione che è aumentata del 60 per cento a partire dall’anno 2010 e con circa 8 miliardi di sterline investite negli ultimi cinque anni.

Il tutto, ovviamente, grazie alla possibilità di avere semaforo verde nell’esportazione verso i paesi Ue, il più grande mercato di libero scambio mondiale con oltre 510 milioni di cittadini-consumatori.

Il settore auto britannico è dominato da multinazionali straniere. Nissan, le giapponesi Toyota e Honda, la tedesca Bmw e l’indiana Tata (che possiede il marchio britannico Land Rover). Presente anche l’americana Ford e per l’appunto, i due brand del gruppo Psa: Vauxhall e Opel.

Di tutto il comparto automobilistico, oltre l’80 per cento viene esportato, e di questo, il 50 per cento circa finisce nel mercato europeo.

Nel settore importazioni, le preoccupazioni ovviamente non sono minori. Nonostante tutto il Regno Unito rimane un’ottimo mercato di sbocco per il settore auto, specie per la Germania, dove circa una macchina su sette viene fabbricata con il volante a destra per essere destinata alle strade britanniche. Si tratta del 14 per cento del totale, secondo l’Associazione tedesca dell’industria dell’automobile.

Un patto d’uscita dalla Ue che non includa specifici accordi commerciali, ma che invece faccia affidamento sulle regole del Wto (Organizzazione mondiale del commercio), prevederebbe per i pezzi dell’assemblaggio, che per il 60 per cento il Regno Unito importa, i dazi siano compresi fra il 2 per cento e il 4 per cento, mentre per l’automobile terminata sia del 10%.

Il tutto si rifletterebbe ovviamente nel costo finale di vendita, chiavi in mano.