Cercare la verità per Giulio Regeni a Cambridge è più comodo che disobbedire ad Al Sisi
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Cercare la verità per Giulio Regeni a Cambridge è più comodo che disobbedire ad Al Sisi

Le indagini ruotano attualmente sulla testimonianza della tutor di Regeni a Cambridge, ma la verità è al Cairo, e per trovarla è necessario rompere il muro di omertà eretto dal governo egiziano

06 Nov. 2017  
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Credit: AFP PHOTO / POOL / CHARLES PLATIAU

Da quando la procura di Roma è tornata a chiedere, tramite rogatoria, di acquisire la testimonianza di Maha Abdelrahman – la docente che da Cambridge seguiva la ricerca di Giulio Regeni sui movimenti sindacali degli ambulanti egiziani – l’attenzione dei media e dei politici si è rivolta in modo particolare a quanto accade sopra lo stretto della Manica, come se davvero in quel luogo si celasse la verità sulla morte del giovane ricercatore.

La speranza del pubblico ministero Sergio Colaiocco, che ha chiesto la rogatoria, è di colmare una delle molte lacune nelle indagini sulla tortura e l’omicidio del ricercatore italiano ottenendo risposte alle numerose domande finora rimaste inevase.

Proprio parlando della professoressa Rahman, Giulio aveva confidato le sue preoccupazioni a un amico qualche mese prima di essere sequestrato. I genitori di Regeni e l’avvocata Alessandra Ballerini, che li assiste nella battaglia per la ricerca della verità, hanno trovato nel computer del ragazzo le conversazioni telematiche alla base della rogatoria con cui si ribadisce la richiesta di interrogare la tutor.

È vero dunque, Giulio aveva delle perplessità, non era del tutto sereno in merito alla ricerca che stava portando avanti e il passato della sua tutor lo rendeva inquieto.

“Sì, perché go sentì de storie poco piacevoli. La mia secondo anno (una collega, secondo l’interpretazione degli inquirenti italiani) no la pol più tornar in Egitto legalmente, e la vedi lo psicologo”, diceva ad un amico in una delle conversazioni telematiche rinvenute.

Una sua collega, alunna della stessa Abdelrahman e anch’essa ricercatrice al Cairo, non aveva avuto più la possibilità di ritornare in Egitto in modo legale e, stando a quanto confessava Giulio, aveva avuto bisogno di un supporto psicologico dopo la permanenza nel paese.

Ma perché tutta questa attenzione per il Regno Unito? Perché d’improvviso la professoressa Abdelrahaman è diventata il personaggio chiave che potrebbe portare a una svolta nelle indagini?

Perché al governo di Abdel Fatah Al Sisi non piace che in Italia si continui a parlare di questa vicenda, e soprattutto non piace che si reclami quel tipo di attenzione per i diritti umani – come la libertà di espressione e di opinione – che sembra non trovare largo consenso nel paese africano.

Questa estate, Amnesty International, l’associazione che difende i diritti umani, ha pubblicato un rapporto in cui ha denunciato l’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) egiziana per rapimenti, torture e sparizioni forzate “nel tentativo di incutere paura agli oppositori e spazzare via il dissenso pacifico”.

Il rapporto, intitolato “Egitto: Tu ufficialmente non esisti. Sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo”, rivela una vera e propria tendenza che vede centinaia di studenti, attivisti politici e manifestanti, compresi 14enni, sparire nelle mani dello stato senza lasciare traccia.

“L’Egitto non pratica tortura”. Questa la risposta del presidente egiziano alla prima domanda sul caso Regeni che gli è stata posta durante la conferenza stampa del 24 ottobre, mentre era in visita dal suo omologo francese Emmanuel Macron nei saloni dell’Eliseo.

“Noi egiziani non accetteremmo nessuna forma di pratica violenta o dittatura o violazione dei diritti umani”, ha specificato Al Sisi.

Lo stesso Al Sisi che non ha accolto di buon grado la lettera di Germania, Gran Bretagna, Canada, Paesi Bassi e Italia redatta lo scorso venerdì, nella quale si esprime “profonda preoccupazione” per la detenzione dell’avvocato per i diritti umani e consulente legale della famiglia Regeni.

La lettera fa riferimento a Ibrahim Metwally, il legale rinchiuso nel carcere di Tora, a sud del Cairo, da quasi due mesi con l’accusa di “cospirazione”. Proprio oggi, lunedì 6 settembre, l’ Egypt’s State Security Prosecution (SSP), il tribunale di sicurezza nazionale legato al ministero dell’Interno egiziano, ha ordinato la detenzione di Ibrahim Metwally, per altri 15 giorni.

A distanza di due giorni dalla lettera redatta dai 5 stati, arriva pronta la risposta, tutt’altro che distensiva, del governo egiziano: “l’Egitto”, si legge nella nota del ministero degli Esteri diffusa dall’agenzia Mena, “ha espresso la sua forte indignazione per un gesto che costituisce un’ingerenza evidente e inaccettabile negli affari interni”.

Succede così che gli ambasciatori dei cinque paesi autori della lettera vengono formalmente convocati dal viceministro degli Esteri egiziano Ihab Nasr.

Dopo neanche due mesi dall’insediamento del nostro nuovo ambasciatore al Cairo, ecco che il governo egiziano tuona e il nostro rappresentante in Egitto è costretto a correre ai ripari per non rovinare quell’ineludibile rapporto che lega i due paesi per fini commerciali.

A questo punto sorge spontanea una domanda: come si comporterà l’ambasciatore Giampaolo Cantini? Come risponderà alla convocazione del ministro egiziano? E, soprattutto, accompagnerà i legali della famiglia Regeni al Cairo quando nel giro di qualche settimana si recheranno a chiedere copia del famoso fascicolo aperto in Egitto sulle indagini avviate dopo il ritrovamento del corpo di Giulio?

Perché questo è l’unico punto sul quale bisogna indagare sul serio. La verità è al Cairo, non a Cambridge.

Il vice ministro degli Esteri egiziano ha chiesto agli ambasciatori dei cinque paesi di non lasciarsi ingannare “da false notizie, di non proclamarsi più ‘tutori di altri stati’ e di smettere di interpretare le situazioni interne ad un paese in modo non obiettivo”.

Quali sarebbero le false notizie? Chi sono i veri responsabili? Le domande sul caso di Giulio Regeni sono ancora molte ma quelle più importanti sembra siano state dimenticate.

Una su tutte: che fine ha fatto Mohamed Abdallah, il capo del sindacato indipendente degli ambulanti che tradì Giulio filmandolo e consegnando il materiale ai servizi di sicurezza egiziani?

Sul suo ruolo e su quello che potrebbe rivelare su Giulio è calato un insostenibile silenzio.