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La Repubblica Centrafricana è sull’orlo del collasso

La guerra civile in Repubblica Centrafricana, in corso da cinque anni, rischia di sfociare in un bagno di sangue di dimensione disumane

Immagine di copertina
Credit: Afp

La guerra civile in Repubblica Centrafricana, scoppiata il 10 dicembre del 2012 e tutt’oggi ancora in corso, rischia di sfociare in un bagno di sangue di dimensioni disumane, soprattutto a causa delle forti ripercussioni interne che stanno minacciando la sfera sociale, economica e sanitaria del paese.

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La crescente violenza in corso nel paese ha costretto gli operatori umanitari e alcune organizzazioni come Medici senza frontiere ad abbandonare diverse città e villaggi, mettendo a rischio le vite di migliaia di persone. Intanto le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme sulla possibilità che un nuovo genocidio colpisca l’Africa.

La Repubblica Centrafricana è un paese estremamente povero, con un’estensione due volte quella della Francia, ma con soli 1.300 chilometri di strade asfaltate. Questa ex colonia francese, è stata governata da diversi regimi militari da quando è diventato un paese indipendente e, nonostante sia una ricca esportatrice di materie prime come l’uranio, non è mai riuscita a sviluppare una crescita economica e un regime politico stabili.

Come siamo arrivati fin qui: l’origine della guerra in Repubblica Centrafricana

La guerra civile in Repubblica Centrafricana è iniziata alcuni anni fa nell’ambito degli scontri tra diverse fazioni seguite al colpo di stato che depose l’allora presidente François Bozizé, di fede cristiana. Il golpe contro il generale, che aveva a sua volta assunto il potere con un colpo di stato nel 2003, fu attuato da una coalizione ribelle composta in particolare da appartenenti alle etnie di fede musulmana, conosciute come Seleka.

In seguito, alcune milizie note come anti-balaka – letteralmente “anti-machete” – e di ispirazione cristiana, cominciarono a combattere contro la coalizione che diede vita al colpo di stato.

Dopo il colpo di stato, il leader della coalizione Seleka, Michel Djotodia, assunse il potere come presidente e sospese la Costituzione, sciogliendo il parlamento. A settembre del 2013 poi Djotodia sciolse anche la coalizione Seleka, senza tuttavia disarmare le milizie che la componevano.

Questa formazione politico-militare era in realtà costituita da un coacervo eterogeneo di gruppi. Al suo interno c’erano sia unità militari di ispirazione jihadista che combattenti provenienti dai paesi confinanti, come Sudan e Ciad.

La base di consenso di questa coalizione militare si trovava in particolare nelle province a maggioranza musulmana del nord del paese, le più povere della Repubblica Centrafricana. Già nel 2006, il presidente Bozizé era riuscito a far fronte a un’insurrezione nella parte settentrionale della propria nazione, grazie soprattutto al sostegno militare della Francia.

Secondo Marta Montanini, ricercatrice dell’Ispi, il movimento Seleka assume così “un profilo simile a quello dei movimenti ribelli delle più recenti crisi saheliane”, come quelle in Nigeria e Mali.

“Il loro bacino di reclutamento rimanda a situazioni di esasperata arretratezza e relative rivendicazioni di giustizia sociale fondate sulla redistribuzione delle risorse, in contrapposizione alla corruzione endemica dello stato centrale”, scriveva nel 2013 la ricercatrice dell’Ispi. In questo senso la frattura religiosa tra le comunità di cristiani, animisti e musulmani, è stata, secondo Montanini, “una conseguenza, più che la causa, del conflitto”.

Nel 2013, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sostenne le truppe dell’Unione africana e le truppe francesi all’interno del paese contro il regime. Parigi decise inoltre di aumentare il proprio impegno al fianco dei 12mila soldati delle forze di pace dell’Onu.

Gli scontri hanno registrato una fase di relativa calma alla fine del 2016, quando il paese ha visto la pacifica elezione dell’attuale presidente ed ex primo ministro, Faustin Archange Touadéra.

Eppure negli ultimi mesi la violenza settaria è tornata a crescere soprattutto nelle regioni centrali e sud orientali. Dal maggio 2017, oltre 100mila persone hanno dovuto lasciare le proprie case per sfuggire agli scontri.

La maggior parte dei combattimenti si è svolta nei pressi della città sud orientale di Bangassou, vicino al confine con la Repubblica Democratica del Congo. La Croce Rossa internazionale ha fatto sapere che, proprio in questa zona ad agosto 2017, 115 persone sono state uccise a seguito degli scontri.

Nel giugno 2017 era stato firmato a Roma, presso la Comunità di Sant’Egidio, un accordo di pace che prevedeva un cessate il fuoco immediato tra il governo della Repubblica Centrafricana e 14 gruppi ribelli armati. Le parti si erano accordate per la fine delle ostilità in tutto il territorio dello stato africano, eppure i combattimenti non sono mai davvero finiti.

La situazione attuale: vittime civili e scontri tra ex alleati

Secondo un rapporto pubblicato il 18 ottobre dalla missione di pace delle Nazioni Unite in Repubblica Centrafricana denominata MINUSCAla violenza settaria scoppiata di nuovo nel maggio 2017 tra le milizie una volta riconducibili alla coalizione Seleka e i gruppi armati conosciuti come anti-Balaka, ha determinato una situazione tanto grave che le organizzazioni internazionali hanno dovuto cambiare il proprio modo di operare, soprattutto nell’est del paese.

“Non possiamo più intervenire come prima sul territorio, ma abbiamo dovuto rafforzare le nostre basi solo in alcune città, da cui facciamo ora partire delle speciali squadre di emergenza”, ha detto la  coordinatrice degli sforzi umanitari delle Nazioni Unite in Repubblica Centrafricana, Najat Rochdi.

Rochdi ha anche annunciato la chiusura di diversi servizi essenziali offerti dalla missione Onu in alcune zone del paese.

“Ci sono zone in cui abbiamo dovuto interrompere la distribuzione di cibo alla popolazione”, ha aggiunto la funzionaria delle Nazioni Unite. “La situazione della malnutrizione è peggiorata sensibilmente, nel sud est del paese per esempio abbiamo già visto diversi bambini morire a causa di questo grave problema”.

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Secondo l’Onu, dal gennaio 2017, il numero di sfollati interni in Repubblica Centrafricana è aumentato del 50 per cento, raggiungendo le 600mila persone.

Il numero di rifugiati nei paesi vicini è inoltre cresciuto di altre 500mila unità. Gli sforzi internazionali non possono far fronte alla situazione, vista la mancanza di fondi.

Nel 2017 infatti, soltanto il 39 per cento dei 500 milioni di dollari destinati alle missioni umanitarie dell’Onu in Repubblica Centroafricana è giunto a destinazione.

Queste condizioni hanno un effetto diretto sulla vita quotidiana dei cittadini centrafricani, in particolare dei minori. Almeno 400mila bambini non hanno più accesso alle scuole a causa degli scontri e delle devastazioni della guerra.

Le Nazioni Unite si sono concentrate in particolare sulla denuncia delle vittime civili del conflitto. Secondo il rapporto presentato dalla missione MINUSCA, almeno 133 civili sono stati uccisi nelle regioni di Ouaka e Haute-Kotto, durante gli scontri tra le fazioni rivali.

Secondo gli investigatori che hanno lavorato al rapporto, almeno 82 uomini, 16 donne, 10 bambini e 25 persone non ancora identificate, sono stati massacrati dalle milizie nell’ambito degli scontri.

La missione Onu sostiene di poter attribuire con certezza 111 di questi delitti al gruppo Unità per la pace (UPC) e 22 al Fronte popolare per il Rinascimento della Repubblica Centrafricana (FPRC). Entrambe queste milizie appartenevano alla coalizione a maggioranza musulmana Seleka.

L’FPRC è composta soprattutto da combattenti di fede islamica, ma include anche gruppi una volta appartenenti alle milizie cristiane anti-balaka. La UPC invece, anch’essa una volta parte della coalizione Seleka, sostiene di difendere gli interessi dei pastori Fulani, un’etnia nomade dell’Africa occidentale, dedita alla pastorizia e al commercio, a cui si deve  l’introduzione e la diffusione della religione islamica in Africa occidentale tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo.

Gli abusi e le violazioni dei diritti umani documentate e denunciate nel rapporto parlano anche di rapimenti, stupri, negazione di cure mediche e soccorso umanitario, distruzione di proprietà e restrizioni alla libera circolazione.

La maggior parte delle violenze ha avuto luogo nelle città di Bria e Bakala. In particolare quest’ultima, nel solo 2016 ha cambiato mano più volte, essendo conquistata prima dall’una e poi dall’altra fazione.

Le Nazioni Unite hanno esortato i gruppi armati a cessare le violazioni dei diritti umani e le violenze sui civili, chiedendo al governo del presidente Faustin-Archange Touadera di perseguire i responsabili e di proteggere la popolazione procedendo al disarmo delle ex milizie Seleka.