Me

Smettiamola di trattare la violenza sulle donne come fosse un improvviso momento di follia

TPI ha intervistato l'illustratrice Anarkikka, secondo la quale va urgentemente cambiata la narrazione della violenza sulle donne, non insistendo sulla retorica dell'“amore criminale” dove non c’è mai stato amore, sulla spettacolarizzazione dello stupro

Immagine di copertina
Credit: Anarkikka

Il 28 settembre si tiene la giornata mondiale per l’aborto libero. In Italia, seppur formalmente garantito dalla legge 194, il diritto all’aborto è, nei fatti, progressivamente negato. Il movimento Non una di meno, scenderà in piazza per protestare contro questa situazione, in occasione della giornata internazionale per l’aborto libero, sicuro e gratuito e per manifestare contro la violenza sulle donne.

“Continuiamo a raccontarla come se fosse un’emergenza, invece è un problema strutturale, che ha radici profonde nella nostra cultura, e andrebbe trattato come tale”, dice Stefania Spanò, meglio conosciuta come Anarkikka. Illustratrice e vignettista, da sempre racconta per immagini i diritti negati, con particolare attenzione alle problematiche femminili. Anche lei ha deciso di partecipare alla manifestazione organizzata a Roma.

Le pagine di cronaca riportano sempre più spesso casi di violenza sulle donne. Secondo lei qual è il vero problema?

Non affrontarlo. I casi sono gravissimi, certo, ma non sono singolari. La maggior parte degli stupri e delle violenze si consumano tra le mura domestiche. Giornali, radio e tv dovrebbero parlarne ogni giorno. Invece è “l’evento” a fare notizia.

In che senso è l’evento a fare notizia?

La narrazione della violenza da parte dei media ci riporta spesso a un racconto falso, pieno di luoghi comuni. Immagini che fotografano il culmine di reiterate situazioni violente, come frutto di improvvisi momenti di follia, di raptus inesistenti. Notizie che raccontano di uomini “abbandonati”, gelosi, depressi, che diventano vittime di impulsi dominanti (assolventi). E in questo contesto giunge ancora una volta, sottile ma inesorabile, il dito puntato contro una donna, una moglie, una compagna di un carnefice che spesso viene definito come “triste, solo e incompreso”.

C’è un tipo di comunicazione che trova direttamente responsabile del pensiero violento?

C’è una comunicazione che sulla cattiva informazione, sul sensazionalismo, fa la cresta. Quella che insiste su un “amore criminale” dove non c’è mai stato amore, sulla spettacolarizzazione del dolore e la strumentalizzazione di uno stupro.

Eppure la donna viene definita ancora come una persona “giuridicamente fragile”, bisognosa di una protezione di genere

L’idea di una donna da proteggere rafforza quella dell’uomo protettore, quindi forte, “paterno”, “necessario” alla nostra sopravvivenza, individualità, autonomia. È una donna che non è in grado di farcela da sola, perciò bisognosa di una guida, di qualcuno che le indichi la strada.

Perché si pensa che “un paio di shorts” possano giustificare uno stupro?

Niente può giustificarlo. Punto. Si torna sempre lì. Si colpevolizza la donna, la si rimprovera per le sue scelte di vita, per i suoi comportamenti. Si lascia intendere che indossando il vestito “sbagliato” si sia messa in pericolo con le sue stesse mani e se “la sia cercata”. Mistificando, in questo modo, la realtà. Gli stupri avvengono in ogni condizione e luogo, a prescindere dall’età, dall’abbigliamento, dallo stile di vita delle donne abusate. Si formulano manuali di “buona condotta”, inutili e pieni di consigli così scontati da essere un insulto alla loro intelligenza.

Ma c’è chi, come il senatore Vincenzo D’Anna, considera “la donna una fonte di desiderio, un istinto primordiale”

Purtroppo è la tipica espressione di una cultura maschilista che invece di assumere su di sé, come uomo e come persona delle istituzioni, la responsabilità di una società sessista e piena di stereotipi, ricalca il pensiero assai diffuso che le donne sono in qualche modo responsabili di quello che accade loro, e che gli uomini siano vittime di un non meglio precisato istinto animalesco. Chi stupra non lo fa per soddisfare un bisogno fisico, ma per esprimere un controllo sulla donna.

A questo punto sono necessarie “leggi speciali”?

No, ma giuste e nel rispetto e la certezza delle stesse. Non è evocando la pena di morte o la castrazione che si risolve la violenza. Quella è solo altra violenza.

È una battaglia senza fine, quella per i diritti delle donne?

Io confido che avrà fine.