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Bello il discorso sullo stato dell’Unione di Juncker, ma darà seguito a quello che ha detto?

Il commento di Olimpia Troili

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Jean-Claude Juncker

Un discorso ambizioso e pieno di buoni propositi quello di Juncker sullo stato dell’Unione di oggi. Il problema è capire quali avranno seguito e quali no prima che l’Unione europea imploda.

Le spinte centrifughe, seppure arginate dall’esito delle ultime elezioni olandesi e francesi, non sono depotenziate.

Con la confusione sulla Brexit e l’atteggiamento di Ungheria e Slovacchia a seguito del rigetto del loro ricorso alla Corte di Giustizia europea sui ricollocamenti dei rifugiati, per non parlare della scellerata deriva del Gruppo di Visegrad e la sospensione parziale di Schengen, l’urgenza di salvare l’Unione resta più attuale che mai.

Però, se anche solo alcune delle proposte che ha fatto Juncker avessero un seguito immediato, almeno dal punto di vista del recepimento nell’agenda politica delle istituzioni europee, cominciando dalla revisione del Trattato di Dublino, dall’ampliamento delle competenze della neonata Procura Europea al campo della criminalità transnazionale, dalla nascita di un’agenzia europea per la sicurezza cibernetica sarebbero davvero un balsamo per lenire le ferite di un corpo europeo che giace immobile da troppo tempo. Un corpo che inizia a puzzare di cadavere.

Per non parlare poi della prospettiva reale di un aumento consistente del bilancio europeo affiancata dall’ipotesi della creazione di un Ministro delle finanze unico, nonché un utilizzo più esteso del meccanismo decisionale a maggioranza qualificata in Consiglio: tutte quante proposte che devono essere perseguite al fine di rafforzare l’Ue.

Dal punto di vista della democrazia europea, le proposte volte alla rivitalizzazione di una dimensione che non ha mai avuto spazio sufficiente, la creazione di liste transnazionali per le elezioni europee, le consultazioni pubbliche da avviare in tutta Europa sul futuro dell’Unione, la continuazione del meccanismo degli spitzenkandidaten per l’elezione del Presidente della prossima Commissione e l’eventuale accorpamento di questo incarico con quello della presidenza del Consiglio europeo, sarebbero certamente buone cose ma siamo sicuri che siano sufficienti?

Se le istituzioni europee non mettono al centro una profonda riforma del loro funzionamento in senso democratico forse non sarà dato loro il tempo per la progressiva trasformazione che vanno delineando, perché l’edificio europeo è più molto più fragile di quanto sembri.

Certo, l’esigenza di una riflessione condivisa sul futuro dell’Unione europea intrapresa anche su iniziativa della Commissione è necessaria ma forse è ora di giungere a qualche conclusione chiara e dargli seguito. Con le elezioni tedesche alle porte le istituzioni europee non possono permettersi di non avere un piano. Pena l’egemonia tedesca su questi temi in un rapporto di forza decisamente sbilanciato rispetto al resto dell’Unione.