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Aung San Suu Kyi dice che sui rohingya c’è “un’enorme disinformazione”

La leader birmana nega le accuse della comunità internazionale sulle violenze condotte dall'esercito contro la minoranza musulmana

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Credit: Reuters/Phyo Hein Kyaw

Aung San Suu Kyi, consigliera di stato della Birmania, ha denunciato “un enorme iceberg di disinformazione” sulle violenze in corso nello stato birmano nord occidentale di Rakhine.

La premio nobel per la pace del 1991 non ha menzionato i quasi 146mila rohingya che sono fuggiti in Bangladesh dal 25 agosto, quando alcuni combattenti appartenenti alla minoranza musulmana hanno attaccato 30 avamposti militari tra stazioni della polizia e basi di frontiera in Birmania, causando la morte di oltre 100 persone.

Le pressioni internazionali

La leader de facto della Birmania, paese prevalentemente buddhista, è sotto pressione da parte dei paesi a maggioranza musulmana che le imputano il mancato intervento per fermare le violenze e la discriminazione nei confronti della comunità rohingya.

Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha ammonito riguardo al rischio di pulizia etnica e destabilizzazione in Birmania. In una lettera, Guterres ha invitato il Consiglio di sicurezza dell’Onu a impedire una “catastrofe umanitaria” e a fare pressioni sul governo di Naypyidaw perché interrompa le operazioni militari in corso nello stato di Rakhine.

Aung San Suu Kyi, in una dichiarazione rilasciata sul profilo ufficiale Facebook del consigliere di stato della Birmania – una carica equivalente a quella di primo ministro –, ha detto che il governo è intenzionato “a difendere al meglio tutti i cittadini dello stato di Rakhine” e ha ammonito la comunità nazionale e internazionale sulla disinformazione che potrebbe avere effetti sulle relazioni birmane con altri paesi.

La leader ha fatto poi riferimento alle immagini caricate su Twitter da Mehmet Simsek, viceprimo ministro della Turchia, riguardo sulle violenze perpetrate contro i rohingya. Le foto erano state poi cancellate perché non provenivano dalla Birmania.

“Quel tipo di informazione falsa pubblicata dal viceprimo ministro turco è semplicemente la punta di un enorme iceberg di disinformazione costruita ad arte per creare problemi tra i diversi paesi e con l’obiettivo di promuovere gli interessi dei terroristi”, si legge nella dichiarazione rilasciata su Facebook.

Sulla questione, Aung San Suu Kyi si era già espressa in un’intervista alla BBC nell’aprile 2017, in cui ammetteva l’esistenza di problemi con la minoranza musulmana, ma negava la pulizia etnica ai danni dei rohingya.

“Penso che ci sia molta ostilità in quella zona. Ci sono anche musulmani che uccidono altri musulmani se pensano che ci sia collaborazione con le autorità. È una divisione tra due diversi schieramenti che noi stiamo cercando di sanare”, aveva spiegato Aung San Suu Kyi .

I funzionari birmani accusano i miliziani delle fazioni armate rohingya di aver appiccato le fiamme ai villaggi e aver ucciso diversi civili nello stato di Rakhine. Ma, secondo le organizzazioni umanitarie internazionali e i profughi giunti in Bangladesh, sono invece proprio gli uomini dell’esercito che stanno obbligando questa popolazione a fuggire dal paese, attuando una campagna di incendi e uccisioni.

Secondo le Nazioni Unite, in ​​soli 12 giorni almeno 146mila rohingya hanno attraversato il confine tra Birmania e Bangladesh. Questo ha portato a 233mila il numero degli arrivi di profughi rohingya che hanno cercato rifugio nel paese dall’ottobre 2016. Il paese asiatico, uno dei più poveri della regione, non può da solo far fronte all’emergenza in corso.

Funzionari del governo di Dacca hanno rivelato all’agenzia di stampa Reuters che il Bangladesh sta mettendo a punto un piano per creare un’isola al largo delle proprie coste per poter ospitare temporaneamente le decine di migliaia di profughi rohingya giunti nel paese.

L’attuazione di questa misura, una proposta non nuova in Bangladesh, era già stata criticata dalle organizzazioni umanitarie nel 2015. Dacca però insiste che ha tutto il diritto di decidere da sé dove proteggere i rifugiati e fornire loro assistenza.

Secondo una fonte delle Nazioni Unite, il Bangladesh sta rilanciando questo progetto per fare pressione sulla comunità internazionale e non essere lasciato da solo a gestire la crisi. Intanto, sempre secondo fonti del governo di Dacca, le forze armate birmane stanno piazzando mine antiuomo al confine con il Bangladesh, allo scopo di impedire il ritorno in Birmania dei profughi fuggiti dalle violenze.

Dacca ha protestato formalmente contro il posizionamento di queste mine, ma il governo di Naypyidaw si è rifiutato di commentare.

L’eccezione indiana

Dopo essere stata criticata anche dalla giovane premio Nobel pakistana Malala Yousafszai, diversi paesi del mondo hanno disapprovato il comportamento di Aung San Suu Kyi, con una singolare eccezione: il primo ministro indiano Narendra Modi.

Modi ha detto che l’India condivide le preoccupazioni di Aung San Suu Kyi sulla “violenza estremista” in corso nello stato di Rakhine. Il primo ministro indiano ha avuto un colloquio con la leader birmana durante la sua visita nel paese, volta ad approfondire i legami commerciali tra le due economie.

Aung San Suu Kyi, in una conferenza stampa tenutasi presso il palazzo presidenziale di Naypyidaw, ha ringraziato l’India per l’appoggio dato al proprio paese sulla questione. “Vorremmo ringraziare l’India in particolare per la forza con cui ha preso a cuore la minaccia terroristica contro il nostro paese”, ha detto Aung San Suu Kyi in breve nota a margine del vertice. “Crediamo di poter lavorare insieme per assicurarci che il terrorismo non si radichi nel nostro terreno”. 

Modi ha detto che India e Birmania hanno interessi simili nella regione in materia di sicurezza.

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Riguardo i rohingya, l’India sta discutendo da tempo con i vicini governi di Bangladesh e Birmania per la deportazione di almeno 40mila persone appartenenti a questa comunità, che sostiene vivano illegalmente nel paese.

Oltre 40mila rohingya vivono in India e New Delhi sostiene che solo 14mila di loro sono registrati presso l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Esiste quindi un piano per espellere quelli che il governo indiano considera degli immigrati illegali.

L’India non ha comunque mai riconosciuto gli appartenenti a questa comunità come profughi e in ogni caso non ha ancora firmato la convenzione Onu sui rifugiati del 1951 né possiede alcuna legge a livello federale che garantisca i diritti di chi fugge da guerre e persecuzioni.

Il problema è che sia il governo birmano che quello indiano e quello bangladese negano la cittadinanza agli appartenenti a questa comunità.