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Perché molti credono a teorie assurde e come fargli cambiare idea

Solo studiando come funziona la psicologia dell'essere umano si possono smontare con efficacia le credenze cospirazioniste e del complotto

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I teorici della cospirazione hanno prodotto negli anni innumerevoli teorie riguardo l'assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Credit: Reuters/Abbie Rowe

Milioni di persone nel mondo condividono notizie infondate e si professano seguaci di teorie cospirazioniste. Com’è possibile che individui credano razionalmente a ipotesi non verificate e inverosimili?

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Le teorie del complotto popolano internet da quando è nato il web. La maggior parte di queste circola solo tra pochi utenti online e sono create ad arte grazie a Photoshop, a una webcam e alla sfacciata mancanza di vergogna di chi le pubblica. Altre invece raccolgono il consenso di milioni di utenti.

Secondo alcuni studi, i fatti, verificati e supportati con argomentazioni scientifiche, non hanno a che fare con ciò in cui le persone credono: l’essere umano e il suo sistema cognitivo si è evoluto in maniera, per così dire, “irrazionale”.

L’illusione degli schemi ricorrenti

Una delle ragioni per cui le teorie della cospirazione hanno una così vasta fortuna tra il pubblico riguarda il desiderio umano di imporre la propria struttura di pensiero sul mondo, non di ricavarla dall’esperienza che l’essere umano fa della realtà stessa.

Un altro bisogno è quello di riconoscere strutture e schemi ricorrenti – come le costellazioni stellari e i volti nelle nuvole – dove questi non esistono.

Uno studio del 2016 del Dipartimento di marketing dell’Università di Montreal mostra che esiste una correlazione tra la necessità delle persone di riconoscere nel mondo apparenti relazioni causa-effetto e la tendenza a credere in una teoria della cospirazione.

La capacità di creare correlazioni dove queste non ci sono è un tratto del carattere umano che è probabilmente risultato utile alla sopravvivenza dei nostri antenati.

“Un uomo primitivo vede un’ombra nella foresta dovuta al movimento dei rami degli alberi, e pensa che sia un predatore e scappa. Se non lo fa e non si tratta di un semplicemente movimento delle foglie, muore”, recitava un personaggio di una famosa serie tv statunitense dei primi anni 2000. “Siamo geneticamente predisposti a credere in ciò che non possiamo vedere”.

“Credi a quello che gli altri credono”

Un altro motivo l’essere umano è disposto a credere nelle teorie della cospirazione è il carattere sociale della nostra specie. Lo status di una persona all’interno della società è molto più importante da un punto di vista evolutivo che essere nel giusto.

Ciò significa che l’appartenenza a uno specifico gruppo sociale influenza le credenze individuali: se la società crede in qualcosa, le persone hanno maggiori probabilità di seguire il pensiero della mandria.

Quest’influenza sociale sul comportamento umano è stata mostrata per la prima volta nel 1961 da un esperimento condotto da Stanley Milgram, uno psicologo sociale statunitense. Lo scienziato scelse un angolo di strada molto frequentato e si mise a fissare il cielo per 60 secondi.

Pochissime persone si fermarono a controllare cosa stava guardando. Milgram scoprì così che solo il 4 per cento dei passanti era tanto incuriosito da fermarsi. In seguito lo psicologo invitò alcuni amici a unirsi a lui. Al crescere del gruppo, sempre più persone si fermavano e fissavano il cielo. Una volta che il gruppo al seguito di Milgram raggiunse le 15 persone, almeno il 40 per cento dei passanti si era già fermato a fissare il cielo.

In conclusione, più persone credono a una certa teoria, più probabilità ci sono che altri siano disposti ad accettarla come vera. In altre parole, l’appartenenza a un determinato gruppo sociale che espone le persone a un particolare modo di pensare fa sì che quella teoria venga incorporata nella visione del mondo di tutti i suoi partecipanti.

Questo principio sta alla base di tutte le campagne pubblicitarie e anche di quelle elettorali. Non è un caso che leader politici e aziende commerciali facciano così spesso riferimento all’identità del cittadino-elettore-consumatore.

Questo perché l’influenza sociale è una tecnica di persuasione molto più efficace di quelle basate sulle argomentazioni scientifiche. Ma allora, come è possibile confrontarsi con persone preda di idee errate o di teorie delle cospirazione?

Sfatare i miti non funziona?

Alcune istituzioni, anche accademiche, usano l’approccio basato sulla pratica del debunking, ossia dello “sfatare un mito”. Quando devono riportare informazioni scientifiche, alcuni giornalisti fanno ricorso al confronto tra un mito e la realtà, nel tentativo di confutare in termini scientifici falsità che circolano tra le persone come fatti reali.

Tuttavia – come mostra una ricerca pubblicata nel 2016 da un team scientifico dell’Università Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera – contrastare la disinformazione in questo modo spesso risulta non solo inefficace, ma addirittura dannoso. Questo metodo infatti può aumentare la probabilità che il pubblico dimentichi la spiegazione scientifica e ricordi solo il mito.

Questo avviene perché la teoria del complotto risulta talmente semplice e chiara che finisce per diventare più memorizzabile del fatto provato scientificamente. A peggiorare le cose, la presentazione di dati scientifici a un gruppo che possiede già convinzioni consolidate su una certa tematica può effettivamente rafforzare la visione del mondo di queste persone.

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Dal momento che certe credenze sono collegate all’appartenenza a uno specifico gruppo sociale, una spiegazione scientifica che vuole correggere delle informazioni – seppur palesemente errate – sarebbe vista da queste persone come una minaccia alla propria identità.

Così uno studio del 2010, pubblicato da un team dei dipartimenti di scienze politiche dell’Università del Michigan e della Georgia, mostra come i tentativi di contrastare la disinformazione producono spesso una percezione persecutoria tra gruppi fortemente ideologizzati.

È il cosiddetto “effetto boomerang”, perché non fa che rafforzare le convinzioni errate in quelle persone che invece si vorrebbe correttamente informare. Alcuni studi hanno mostrato come le pubblicità progresso volte a ridurre il consumo di sigarette, alcool e droghe non solo non hanno avuto l’effetto sperato, ma hanno addirittura avuto l’effetto inverso.

Come sfatare con efficacia una teoria cospirazionista

Risulta allora impossibile contrastare le teorie cospirazioniste? Secondo diverse ricerche psicologiche l’adesione a questi modi di pensare è associata al pensiero critico, dunque è certamente possibile cambiare idea per chi presta fede a tali credenze.

Una ricerca del 2014 pubblicata da un gruppo di psicologi britannici e austriaci mostra che l’adesione alle teorie della cospirazione è associata all’affidabilità percepita delle fonti di informazione. I risultati di questo studio evidenziano dunque l’utilità di promuovere il pensiero critico come mezzo per contrastare l’accettazione di tali idee.

Prima di iniziare a predicare il messaggio corretto, è necessario trovare un terreno comune con il suo destinatario. Nel frattempo, per evitare l’effetto boomerang, è necessario ignorare completamente la teoria che si vuole confutare.

È importante riassumere solo i punti fondamentali del messaggio che si vuole veicolare, senza menzionare la teoria cospirazionista, in quanto le sua natura di risposta “facile” tende a farla ricordare meglio e renderebbe inutile il processo di contrasto alla disinformazione.

Inoltre, è importante restare sul tema trattato senza sfidare la visione del mondo del pubblico all’ascolto. È utile offrire esempi e spiegazioni che suonino familiare alle credenze tradizionali di quel particolare gruppo sociale.

Per esempio, coloro che negano il cambiamento climatico sono molto più propensi a cambiare opinione se vengono presentate loro anche le opportunità di investimento di un’economia più attenta alla salvaguardia dell’ambiente.

Le storie sono poi fondamentali per confutare le teorie complottiste. Le persone sono molto più coinvolte da un racconto in cui possano identificarsi rispetto a un ragionamento scientifico, per quanto ben argomentato possa essere.

Quelle testimonianze che collegano una certa causa a un effetto rendono infatti le conclusioni che si desidera presentare quasi inevitabili. Sarà così il destinatario stesso del messaggio corretto a giungere all’informazione che si desidera veicolare, senza percepire alcuna minaccia alle proprie convinzioni personali.

Tutto ciò non significa che i fatti e i ragionamenti scientifici non siano importanti. Ma avere consapevolezza di questi tratti psicologici del carattere umano permette agli oratori di essere più convincenti e alle istituzioni di veicolare meglio i corretti messaggi informativi allo scopo di contrastare la disinformazione.

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