Ho picchiato la mia compagna per anni, ecco come ne sono uscito
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Ho picchiato la mia compagna per anni, ecco come ne sono uscito

Due uomini violenti, ora pentiti, raccontano come hanno superato il disagio psicologico a causa del quale commettevano atti di violenza domestica

29 Ago. 2017  

“Ho avuto comportamenti di violenza fisica, verbale e psicologica soprattutto contro ex compagne e fidanzate, ma anche nei confronti di mia madre e di mio padre. A un certo punto c’è stata la ribellione nei confronti di chi maldestramente mi ha introdotto, sicuramente senza volerlo, a questi atteggiamenti”.

Gaetano ha 40 anni e vive in Romagna, in un comune vicino Forlì. “Faccio questa intervista perché mi auguro sia veramente utile, fosse anche solo per una persona”, chiarisce al telefono, dopo aver accettato di raccontare la sua storia a TPI.

In alcuni casi Gaetano ha usato atteggiamenti violenti anche con amici o sconosciuti. Ma principalmente si è trattato di atti contro il sesso femminile. “L’80-85 per cento degli episodi erano rivolti contro le mie compagne”, racconta. “Il mio alzare le mani, nella fattispecie, era schiaffeggiare. Cioè quello che avevo a mia volta ricevuto. Schiaffoni, scappellotti dietro la nuca, qualche calcio. Mai pugni nel viso. Perché di fatto pugni nel viso non ne ho mai ricevuti”. 

Gaetano non ha mai avuto problemi con la giustizia, solo un richiamo da parte dell’avvocato di una sua ex ragazza. Ma non si limitava ad alzare le mani.

“Ero forse molto più violento psicologicamente che non fisicamente”, spiega l’uomo. “Parlo di sottomissione, costrizione, imposizione. Il mio ultimo rapporto è finito non tanto per gli schiaffoni. Sicuramente quelli hanno contribuito, però ha influito molto la pressione psicologica”.

Gaetano dava infatti gli orari alla sua fidanzata per tornare a casa dal lavoro. Se l’orario non veniva rispettato, iniziavano le discussioni, che sfociavano negli schiaffoni se non otteneva le risposte che voleva. Dietro non c’era gelosia, spiega, ma l’insegnamento ricevuto e subito.

“Le violenze psicologiche sulle donne avvengono all’ordine del secondo”, sostiene Gaetano. “Lo dico perché io oggi vedo e ascolto, e vedo e ascolto in un’altra maniera. La gente non si rende conto, pensa che la violenza sia solamente alzare le mani, ma quella psicologica distrugge ancora di più degli schiaffoni. Quelli fanno male lì per lì, il resto invece rimane dentro e da estirpare non è facile a una persona a cui hai massacrato la testa. Alcune delle mie ex fidanzate si sono rivolte a qualche psicologa. In alcuni casi le ho spinte io, pur sapendo che mi avrebbe giocato contro”.

I tre giorni dopo

Mentre la violenza psicologica non si vede, e quindi chi ne è autore non sempre comprende di mettere in atto un atteggiamento violento, di quella fisica ti rendi sempre conto. “Nel mio caso avevo sempre due problemi quando la facevo. Avevo il problema di ciò che avevo fatto e il problema con me stesso. Dopo aver usato la violenza stai male, sei una persona spaccata a metà”, spiega Gaetano.

“Una volta la mia ex fidanzata mi disse: ‘Finita la sfuriata, la discussione, il problema, ero quasi contenta. Non solo perché era finita, ma perché sapevo che tu per due o tre giorni eri tranquillo, un agnellino’. Questo perché ti fai schifo. Hai tre giorni in cui sai le cazzate che hai combinato. Quindi per tre giorni c’è la tregua. E questo è esattamente quello che succedeva nella mia famiglia: per due-tre giorni andava bene tutto, anche quello che magari non andava bene la settimana prima. Oggi questa cosa la capisco, prima no. Ma credo che valga per tutti”.

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“Questa è una cosa che deve venire fuori”, sottolinea Gaetano. “La gente pensa di essere superman, invece deve capire che se sta male è il momento di farsi curare. Non che è sufficiente star male quei tre giorni e poi basta. I momenti in cui ti senti male devono fare in modo che tu prendi coscienza del tuo problema e vai”.

Proprio questa sofferenza, alla lunga, ha spinto l’uomo a chiedere aiuto: “Quando mi trovavo insieme a persone che parlavano di episodi di violenza, anche se magari loro non sapevano nulla di me, io restavo in silenzio e dentro marcivo di dolore. Oppure quando al telegiornale parlavano di episodi di natura violenta – e ne parlano spesso – venivo ferito continuamente perché so come funzionano queste cose”.

Una sera, poco dopo essere stato lasciato dalla sua fidanzata, Gaetano ha visto uno spot sul tema della violenza di genere su una televisione locale. In quel momento, racconta, ha sentito la necessità di sistemare il suo modo di essere: “Mi facevo schifo, volevo sentirmi a posto in mezzo alla gente, alla società, volevo essere uguale agli altri, non diverso”.

In cerca di aiuto

Gaetano ha deciso di rivolgersi al Centro per il trattamento di uomini maltrattanti (Ctm) di Forlì quando si è accorto che stava fallendo come uomo.

“Avevo la necessità di essere una buona persona – cosa che penso di essere in realtà – al di là degli errori che ho fatto nella mia vita”, racconta. “Ho deciso di reagire in maniera forte, energica, di andare a chiedere aiuto. Sono andato e non ho quasi mai saltato una seduta, se non per motivi di lavoro o di necessità. Ho sempre mantenuto il mio impegno”.

Il Ctm di Forlì è uno dei centri che in Italia offre un percorso di psicoterapia e consulenza agli uomini che hanno messo in atto comportamenti violenti o che sentono di avere difficoltà nella gestione della rabbia.

Sono uno dei pochi centri privati in Italia, ma sin dalla loro costituzione nel 2012 si sono interfacciati da subito con la rete Irene, che associa tutti i soggetti pubblici che si occupano di violenza domestica per quanto riguarda la presa in carico e la consulenza nei confronti di chi la subisce, e, in particolare, con il Centro Donna di Forlì.

Insieme a queste organizzazioni lavorano anche sul territorio e nelle scuole per la prevenzione della violenza di genere in ogni sua forma.

“Il tema della violenza di genere tocca da vicino molte più persone di quello che si immaginano. Ma al telegiornale finiscono solo i fatti di violenza più esplicita, che sono la punta dell’iceberg. In realtà ci sono tutta una serie di episodi di violenza che sono molto più diffusi e sono quotidiani”, spiega a TPI il referente del centro Michele Piga. “Nel 2014 abbiamo ottenuto una convenzione con il comune di Forlì, attraverso l’assessorato alle pari opportunità, che ci ha consentito, attraverso un bando, di essere nominati come riferimento per il trattamento di uomini autori di violenza”, prosegue. 

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Ogni anno il centro prende in carico una trentina di casi di uomini che si rivolgono a loro per avviare percorsi psicoterapeutici. “La nostra difficoltà è spesso legata alla motivazione che spinge chi si mette in gioco rivolgendosi a noi”, spiega Piga. “Noi la chiamiamo motivazione ‘spintanea’”. 

Inizialmente gli uomini sembrano essere spinti da motivazione sincera, ma spesso gli operatori scoprono che la vera ragione per cui si rivolgono loro ha poco a che fare con il voler controllare la propria tendenza alla violenza, ma è una motivazione indiretta. Talvolta dietro c’è la raccomandazione da parte di un avvocato, affinché, data una serie di procedimenti legali già avviati, l’uomo si faccia vedere ben disposto, altrimenti rischia, ad esempio, di perdere la possibilità di vedere i figli. 

“Spesso gli operatori del Ctm devono cercare la vera motivazione, in modo da gettare fondamenta solide per questo percorso. E senza una vera motivazione al cambiamento è difficile avere un percorso efficace”, dice Piga.

Nel caso di Gaetano, il percorso si è concluso con successo perché lui era fortemente motivato a spezzare la catena degli insegnamenti ricevuti. “Alla base c’è un po’ di volersi bene, di dignità, e di voler camminare a testa alta”.

La storia di Paolo

Tempo fa Paolo ha interrotto il percorso di psicoterapia. Aveva scoperto l’esistenza del Ctm con una semplice ricerca su internet. Stava cercando qualcosa che avesse a che fare con la gestione della rabbia, delle emozioni.

Nell’ultimo periodo c’erano state delle discussioni, un aumento delle litigate con quella che ora è la sua ex compagna. A TPI racconta di essere andato “abbastanza in là” nel suo modo di rapportarsi con lei.

Convivevano da tempo e insieme hanno anche due figli adolescenti. Lei in passato si era rivolta a un centro antiviolenza; lui lo sapeva, anche se lei non glielo aveva mai detto direttamente.

“Non sono mai arrivato a ferirla o a rendere necessario l’intervento dei medici del pronto soccorso”, sostiene Paolo. “Le mie aggressioni erano verbali, ma ci sono un sacco di sfaccettature nella violenza. Ci siamo spintonati, è successo anche che ci ‘strapazzassimo’ un po’ a vicenda, però mai per fortuna delle cose particolarmente gravi”.

Dopo aver iniziato una prima volta il percorso, Paolo lo ha abbandonato: “Mi ero allontanato per circa un anno. Pensavo di doverci arrivare da solo, che fosse una cosa che potessi e dovessi far scattare dentro di me. Ma evidentemente non è così semplice e ho ripreso da tre-quattro mesi”.

L’uomo è tornato al Ctm dopo aver mandato all’aria la sua duratura relazione: “Nello specifico è stato dopo una litigata abbastanza importante, dopo un’esternazione violenta, ho capito che era il caso di riprendere in mano la situazione”. 

Anche il rapporto con i figli è stato messo molto alla prova, anche se ora è stato ripristinato. “Abbiamo avuto dei momenti, sempre conseguenti a questi episodi e anche per dei periodi abbastanza lunghi, in cui i rapporti si erano interrotti. Ma attualmente vedo i miei figli regolarmente senza nessun problema”, racconta.

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Paolo ora vede il responsabile del Ctm settimanalmente per le sue sedute di psicoterapia. Una delle condizioni che gli sono state poste è di dare continuità al lavoro. Inoltre usa la tecnologia per mandare dei messaggi vocali al suo referente, durante la settimana, per raccontare o appuntare le sue riflessioni e il suo stato d’animo. Durante la seduta tornano insieme sull’argomento. 

“Come tutti i percorsi psicologici non è un pulsante che accendi o spegni. Loro come indicazione danno un periodo di almeno un anno quindi io ho ancora un po’ di strada davanti”, spiega a TPI. “Però sì, dei benefici li comincio a vedere. Cerco di mettere in pratica quello su cui lavoriamo, quelli che sono i pensieri che facciamo insieme, e qualcosa si muove nella consapevolezza e poi anche nella pratica cerco e mi sembra di gestire un po’ meglio le situazioni”.

Il pensiero che più di una volta gli è tornato in mente è che la violenza è una delle cause della sua separazione, una delle più importanti: “Poi ci sono altre cause di motivo caratteriale. Però continuo a pensare che questo ha avuto un ruolo cruciale, come lo ha per certi versi anche nel confronto con i miei figli, quindi è anche un atteggiamento che io sto provando a cambiare proprio in generale”.

Paolo dice di aver adottato questo “atteggiamento” anche con i suoi figli, senza mai arrivare ai livelli raggiunti con la sua compagna. “Il danno nei rapporti e nella relazione con le persone più vicine è stato ed è pesantissimo. Per cui consiglio di rivolgersi a degli specialisti, che sia il Ctm o un altro percorso. Farsene carico è basilare”.

Il “salvavita” di Gaetano

Anche se ha concluso il suo percorso di psicoterapia ed è convinto di aver risolto il suo problema con la violenza, Gaetano si definisce “attualmente single, felicemente single”.

“Sto cercando il mio equilibrio, penso di essere a un ottimo punto e credo che quando sarà, se sarà, arriverà la persona giusta”, dice. “Durante questo percorso mi sono sempre ripromesso che, finché non avessi raggiunto un determinato obiettivo, non avrei più voluto avere una relazione con una donna. Proprio per non farle male, per rispettarla”.

Prima di rivolgersi al Ctm Gaetano aveva provato un percorso con un’altra psicoterapeuta.

“Nell’altra dottoressa sentivo più la durezza, non comprendevo molto gli argomenti. Il mio cervello non assumeva le informazioni. Quindi avevo perso un po’ la speranza”, racconta. “Invece, il dottor Vasari del Centro è riuscito a toccare i tasti giusti. Con lui riesco a parlare, a ragionare, a capire sopratutto, ad apprendere i ragionamenti che mi fa fare, a volte involontariamente, perché in effetti è un meccanismo che assumo poi da solo”.

Alla base di tutto, secondo Gaetano, c’è la conoscenza di sé stessi. Saper riconoscere la propria rabbia vuol dire anche imparare a controllarla, a gestirla.

“Ho inventato un salvavita, è un interruttore che quando ci sono determinate situazioni, per me pericolose, lui magicamente interviene. Fa saltare la corrente e fa sì che non si brucino gli elettrodomestici”, spiega. “I primi giorni rimanevo stupito, oggi non me ne rendo neanche più conto”.

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Il salvavita è il percorso fatto. È aver raggiunto la consapevolezza che ci si può comportare in un’altra maniera, che non c’è solo la strada della violenza. “Ci sono altre strade, tra cui quella della ragionevolezza. Non è per forza obbligatorio farsi rispettare usando la violenza fisica o mentale”, dice. 

Gaetano, che adesso ha concluso il percorso, è riuscito anche a raccontare il suo disagio alla famiglia e ad amici. “Ho riconosciuto in pieno il mio disagio. Proprio perché non sono scappato, proprio perché l’ho affrontato in questi termini anche con delle persone, anche di sesso femminile, sono riuscito ad avere dei risultati quasi eccellenti”, sostiene.

“Il fatto di aprirsi arriva quando hai piena consapevolezza di voler guarire. Quindi tutto gioca a tuo favore, se ne parli ti metti in gioco ancora di più, vuol dire che hai coscienza di quello che sei in tutti i sensi, sai di essere anche una persona buona, di cuore, piena di valori. E la gente questo me lo riconosce, anche le donne che purtroppo ho malmenato. Se oggi lei ci parlasse le direbbero queste cose, come le hanno dette tra loro e mi sono arrivate per bocca di altre”

Non si nasce violenti, secondo Gaetano, e sicuramente si può guarire dalla violenza. “Ci vuole impegno e sacrificio, e voglia di rispettare il prossimo. Le nostre compagne, i compagni, i genitori, noi stessi prima di tutto, perché prima veniamo noi. Perché, ripeto, poi stai male. E se stai male non sei una persona utile”.

*Gaetano e Paolo sono nomi di fantasia in quanto le persone intervistate hanno richiesto l’anonimato.

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