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Le opere dell’unica artista italiana che parteciperà al Burning Man Festival 2017
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Credit: Reuters

Le opere dell’unica artista italiana che parteciperà al Burning Man Festival 2017

Francesca NINI Carbonini è un'illustratrice italiana nata a Milano ed è presente alla manifestazione in corso in Nevada con la propria mostra Kafka 9.0

29 Ago. 2017
Credit: Reuters

Dal 27 agosto al 4 settembre a Black Rock City nel Deserto del Nevada è in corso il Burning Man Festival, dedicato “alla comunità, all’arte, all’espressione personale e all’autosufficienza”.

L’unica artista italiana invitata dagli organizzatori della manifestazione che ogni anno si conclude in occasione della festività statunitense del Labor Day è Francesca NINI Carbonini.

L’artista milanese presenta la propria mostra Kafka 9.0, una serie di 10 dipinti in cui l’illustratrice mette in scena “l’alchimia come motore del cambiamento”.

Non è la prima volta che NINI partecipa la Burning Man Festival, aveva infatti già messo in mostra le proprie opere nella città di Black Rock nell’edizione del 2014.

Due sono gli elementi che emergono dai dipinti dell’artista milanese, un uomo, a simboleggiare il genere umano in tutta la sua forza e aggressività, e un uccello, allegoria della libertà.

Kafka 9.0 è infatti un racconto della metamorfosi che trasforma l’uomo in volatile e il volatile in uomo. Da una forma all’altra emerge la consapevolezza di sé dell’essere umano, proprio come il protagonista de Le Metamorfosi dello scrittore praghese prende coscienza della propria vera natura solo dopo essersi trasformato in un animale.

Il Burning Man Festival è stato organizzato per la prima volta nel 1986, quando Larry Harvey e Jerry James, i fondatori del festival, festeggiavano il solstizio d’estate bruciando un pupazzo di legno alto di circa 3 metri sulla Baker Beach di San Francisco.

Dal 1991 però questa manifestazione si tiene nel deserto del Nevada, in una località che viene popolata e poi abbandonata proprio in occasione di questo evento annuale.

Ogni anno i partecipanti si attrezzano con materiali da campeggio, batterie elettriche e tutto il necessario alla sopravvivenza e costituiscono una vera e propria città, ribattezzata Black Rock City. Qui i cellulari non funzionano e la temperatura raggiunge di giorno i 40° centigradi.

Gli organizzatori sconsigliano la partecipazione dei bambini. La manifestazione è un’occasione di esibizione per diversi artisti e gruppi musicali o teatrali che desiderino intrattenere i presenti.

Il nome del festival deriva dal rituale dell’incendio di un fantoccio di legno. A Black Rock City non esistono nemmeno transazioni in denaro, il baratto è l’unica forma di scambio concessa infatti.

Una particolarità di questa manifestazione poi è che non lascia alcuna traccia di sé. Le foto satellitari della zona infatti, complici anche le folate di vento che trasportano sabbia nel deserto, cancellano la “città”, fino al ritorno dei suoi provvisori abitanti l’anno successivo.

La manifestazione si forma su “dieci principi” stilati dal co-fondatore del festival Larry Harvey nel 2004. Queste linee guida sono il riflesso della filosofia e della cultura della comunità come si era organicamente sviluppata alle sue origini.

Questi principi sono: inclusione radicale, dono, demercificazione, autosufficienza radicale, autoespressione radicale, sforzo comune, responsabilità civica, non lasciare alcuna traccia, partecipazione, immediatezza.

Per rispettare una di queste regole – “non lasciare alcuna traccia” – alla conclusione del festival, una squadra incaricata di pulire il tutto, la Play restoration crew, per circa un mese setaccerà l’area dove in questi giorni si è formata l’immensa città, per eliminare qualsiasi prova del passaggio delle migliaia di partecipanti.

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