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L’esercito birmano spara contro i civili Rohingya in fuga

Le violenze sono ricominciate dopo che una fazione armata vicina alla comunità musulmana perseguitata ha attaccato i militari birmani, causando oltre 100 morti tra insorti e uomini delle forze di sicurezza del paese asiatico

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Credit: Reuters

Al confine tra Bangladesh e Birmania continuano le violenze iniziate venerdì 25 agosto tra le forze di sicurezza birmane e alcuni miliziani di una fazione armata vicina alla comunità Rohingya.

Sono infatti ancora in corso gli scontri nello stato di Rakhine, tra l’esercito di Naypyidaw e i gruppi paramilitari dell’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa).

Questa formazione, nota in passato come Harakah al-Yaqin, o Movimento per la fede, ha rivendicato la responsabilità degli attacchi coordinati a 30 tra commissariati di polizia, posti di frontiera e basi militari, avvenuti nella mattinata del 25 agosto e che hanno causato oltre 100 morti tra miliziani e appartenenti alle forze di sicurezza birmane.

Gli attacchi hanno causato un’escalation del conflitto tra il governo birmano e la guerriglia che si batte contro la discriminazione della minoranza che abita tra lo stato di Rakhine, il Bangladesh e l’India.

La guerra aveva visto una fase di tregua non dichiarata tra l’ottobre 2016, quando un’altra serie di attacchi dell’Arsa aveva causato la repressione dell’esercito di Naypyidaw, e il febbraio 2017, quando il governo birmano aveva addirittura annunciato la fine delle operazioni militari nella regione.

Il governo di Naypyidaw ha poi fatto sapere di aver evacuato migliaia di abitanti non musulmani della regione. “Quattro mila birmani etnici sono già stati evacuati”, ha detto all’agenzia di stampa Reuters Win Myat Aye, ministro del Welfare del governo birmano, riferendosi ai soli cittadini di religione buddista.

L’esercito di Naypyidaw ha fatto sapere che la misura è necessaria per identificare i miliziani ribelli. “Tutti gli abitanti del villaggio che restano sono insorti, ciò che fanno è come una rivoluzione. Non importa se muoiono o no, non possiamo sapere chi di loro sono ribelli”, ha detto a Reuters una fonte anonima dell’esercito birmano.

“Stiamo fornendo cibo a chi collabora con il governo dello stato e le autorità locali” ha aggiunto poi il ministro Win Myat Aye, senza fornire dettagli sui piani del governo per aiutare i Rohingya.

Intanto migliaia di appartenenti a questa minoranza musulmana stanno fuggendo dalle proprie case per attraversare il confine con il vicino Bangladesh. Secondo alcuni reporter dell’agenzia di stampa francese AFP presenti sul posto, le forze armate birmane hanno sparato contro i civili in fuga, usando alcuni mortai e granate.

“Circa tremila Rohingya sono giunti ​​al fiume Naf che separa la Birmania dal Bangladesh” ha poi raccontato a Reuters Manzurul Hassan Khan, comandante del corpo di frontiera del Bangladesh.

“Circa 500 Rohingya, soprattutto donne e bambini, ha trascorso l’ultima notte in una zona paludosa in attesa di attraversare il confine”, ha detto Khan.

Il ministero degli esteri del Bangladesh, attraverso un comunicato ufficiale, si è detto preoccupato delle “migliaia di cittadini birmani disarmati” riunitisi alla frontiera in attesa di entrare nel paese.

Fin dagli inizi degli anni Novanta infatti, decine di migliaia di Rohingya sono scappati dai militari e dai nazionalisti buddisti al potere in Birmania, rifugiandosi nel confinante Bangladesh, paese a maggioranza musulmana e in alcuni casi attraversando il confine con l’India, paese a maggioranza indù.

Così ad oggi in Bangladesh vivono almeno 400mila Rohingya. La presenza di questa comunità rappresenta una fonte di tensione tra le due nazioni asiatiche perché sia il governo di Dacca sia quello di Naypyidaw li considerano cittadini stranieri.

A questa comunità il governo birmano nega infatti la cittadinanza. Nonostante le loro radici nella regione risalgano a diversi secoli fa, i Rohingya sono ancora considerati dai cittadini birmani come immigrati clandestini provenienti dal vicino Bangladesh.

Dal canto suo, il governo di Dacca non riconosce ai Rohingya l’appartenenza alla comunità nazionale e tratta i rifugiati dalla vicina Birmania come comuni immigrati. Neanche l’India riconosce la protezione internazionale agli appartenenti a questa comunità che fuggono dalle persecuzioni dell’esercito di Naypyidaw.

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Esiste infatti un piano di New Delhi per espellere quasi 40mila Rohingya che vivono in India, perché il governo indiano li considera alla stregua di immigrati illegali.

Papa Francesco, nell’Angelus in piazza San Pietro, pronunciato domenica 27 agosto, ha voluto dedicare una preghiera per questa comunità musulmana perseguitata e ha chiesto la fine delle violenze perpetrate contro i Rohingya.

Le Nazioni Unite hanno più volte accusato il governo birmano di aver commesso crimini contro l’umanità nelle proprie offensive militari contro i Rohingya.

A luglio, gli Stati Uniti hanno chiesto al governo di Naypyidaw di permettere l’accesso al paese e in particolare alla zona delle operazioni a una commissione di inchiesta dell’Onu sulle violenze in corso contro questa comunità.

L’amministrazione guidata da Aung San Suu Kyi ha però rifiutato l’accesso alla commissione d’inchiesta, negando le accuse delle Nazioni Unite.

Il trattamento discriminatorio dei circa 1,1 milioni di Rohingya, comunità a maggioranza musulmana, presenti in un paese quasi integralmente buddista, rappresenta al momento il più importante problema di rispetto dei diritti umani in Birmania.

Il paese asiatico si ritrova ad affrontare la questione dell’integrazione di una comunità che è vista come estranea dalla maggioranza della popolazione, mentre cerca di uscire da decenni di dittatura militare che ha oppresso l’opposizione birmana e limitato i diritti e le libertà nel paese.

Mentre il paese ha visto una timida ma ferma apertura nel 2010 – anno in cui è stata liberata la leader dell’opposizione e premio Nobel per la pace nel 1991, Aung San Suu Kyi – le condizioni di vita dei Rohingya non sono cambiate.

Nonostante la vittoria alle elezioni del 2015 e il suo insediamento come consigliere di stato – una sorta di primo ministro – il governo guidato dall’ex attivista per i diritti umani birmana non ha fatto nulla per impedire la repressione della minoranza musulmana.

Dall’ottobre 2016 oltre 87mila appartenenti a questa comunità sono fuggiti nei paesi vicini dalle repressioni della maggioranza buddista del paese e dei militari, andando ad aggiungersi alle altre migliaia già rifugiatisi in quei paesi a seguito delle precedenti persecuzioni.

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