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Perché il terrorismo islamista è sempre più europeo

Tutto fa pensare, invece, che la strage spagnola certifichi la nascita, anzi il consolidamento, di un terrorismo islamista autoctono, europeo. Il commento di Fulvio Scaglione

Immagine di copertina
A police officer stands by a cordoned off street. REUTERS/Stringer

Gli attentati che, a Barcellona e Cambrils, hanno scosso la Spagna, sono stati ovviamente rivendicati dall’Isis. Ma il Califfato, chiuso com’è in pochi angoli di Siria e Iraq, sembra ormai rivendicare qualsiasi attacco di questo genere, e certe dichiarazioni hanno perso qualunque credibilità.

Tutto fa pensare, invece, che la strage spagnola certifichi la nascita, anzi il consolidamento, di un terrorismo islamista autoctono, europeo. È la dinamica stessa del duplice attentato, rozza e insieme sofisticata, a dirlo.

Grande il numero dei terroristi in vario modo in azione, almeno una decina tra Barcellona, Cambrils e Alcanar, dov’è esploso un covo adibito alla preparazione di ordigni esplosivi. Assai strutturato il piano, che evidentemente prevedeva attacchi anche con bombe o forse addirittura kamikaze, e feroce l’ambizione: la strage doveva essere ancora più vasta, sull’esempio di quella del concerto pop di Manchester nel maggio scorso.

Ma il risultato, alla fine, è stato ottenuto replicando quanto abbiamo già visto a Berlino, Nizza, Londra, Parigi e in altre grandi città europee, con l’arma e la tattica più rozza, cioè lanciando un veicolo (per di più noleggiato poco prima, quindi rintracciabilissimo, come quello usato dieci giorni fa per falciare i soldati a Levallois-Perret) sulla folla.

E quando i servizi di sicurezza avranno finito di analizzare il profilo dei terroristi scopriremo, come in tutti gli altri casi, un mix di immigrati regolari e irregolari, di insospettabili sconosciuti alle autorità e di piccoli delinquenti. Magari con qualche fanatico già noto per la sua militanza, ma nella maggioranza personaggi qualunque di colpo conquistati alla causa dell’islamismo.

Le modalità, dunque, sono le stesse della miriade di attentati che ci hanno colpito negli ultimi tempi. E se c’è un Anno Mille in questa trasformazione del terrorismo islamista, che da “terrorismo in Europa” è diventato “terrorismo d’Europa”, possiamo forse rintracciarlo nella serie di accordi strategici siglati nel 2016 tra la Russia alleata di Bashar al-Assad in Siria e la Turchia di Recep Erdogan, appena scampato al tentato colpo di Stato.

Accordi in campo economico e militare, ma soprattutto politico, che portarono alla chiusura del confine tra Turchia e Siria, ovvero al blocco di quella che era stata per anni l’autostrada dei rifornimenti in uomini e mezzi dell’Isis.

Attraverso la Turchia, erano corsi ad arruolarsi nell’Isis circa 70mila uomini di decine di paesi diversi. Tutte le stime, anche quelle più conservative, parlano di almeno 6mila europei, originari soprattutto di Francia, Regno Unito e Germania.

Il blocco del confine con la Siria, quindi, ha avuto conseguenze importanti su due fronti. In Medio Oriente, e in particolare sul fronte siriano, l’Isis non ha più ricevuto i necessari ricambi in uomini e mezzi, e infatti ha cominciato a perdere inesorabilmente terreno. In Europa, invece, i volontari ancora disposti a partire sono rimasti bloccati qui.

E nel frattempo sono cominciati a tornare i reduci, i superstiti delle battaglie dell’Isis e degli altri gruppi terroristici che cercano scampo rispetto alla sconfitta finale.

Un bacino di militanti affascinati dal terrorismo e un folto manipolo di reduci che si sono sperimentati in guerra e hanno un capitale d’esperienza da trasmettere. In più, il fattore immigrazione: che non è la causa del terrorismo e nemmeno la principale via di reclutamento, ma che offre ai predicatori del radicalismo (lo abbiamo visto in Germania e altrove) il pubblico di persone sradicate, spaesate e spesso proprio disturbate che essi prediligono.

Il nuovo terrorismo europeo è nato dall’incrocio di questi elementi. E la sconfitta militare dell’Isis, al contrario di quanto si è spesso pensato, non lo deprime ma semmai lo eccita, ne aumenta la frustrazione e il desiderio di vendetta.

Se vogliamo in qualche modo intervenire per stroncarne e, meglio ancora, prevenirne le azioni, dobbiamo analizzare la sua natura di terrorismo urbano. Colpire in un pigro e sguarnito centro di provincia sarebbe ancora più facile ma non è un caso se i terroristi si accaniscono sulle grandi città o addirittura sulle metropoli.

È il loro habitat naturale, perché lo stagno in cui nuotano e scoprono il verbo dell’estremismo politico-religioso è quello delle grandi periferie, dei quartieri in cui si ammassa l’immigrazione più recente, dei palazzoni dei mille subaffitti, delle carceri, dei centri di preghiera spontanei e di origine misteriosa. Tutti quei non-luoghi che ribollono di squallore e rabbia e che per questo preferiamo tagliar fuori dalla nostra vita quotidiana. E che invece dovremmo illuminare a giorno e studiare con attenzione.

* Articolo a cura di Fulvio Scaglione