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Mia sorella di 15 anni rifiutata a un concorso di canto perché nera

Una ragazza di origini ghanesi voleva partecipare a una competizione di canto a Verona, ma è stata vittima di un episodio di razzismo. Il fratello ha raccontato a TPI l'accaduto

Immagine di copertina

“Italiani si nasce non si diventa, e si nasce da genitori italiani…io la penso così ed è riservato esclusivamente a italiani di fatto”. Questo è quanto si è sentita rispondere Dora, 15enne di Verona, quando ha chiesto informazioni per un concorso canoro.

La ragazza è di origini ghanesi, ma è nata in Italia, dove vive con la sua famiglia che si è trasferita oltre 30 anni fa.

Dora voleva partecipare al Canta Verona Music Festival, un concorso canoro indetto nella sua città e per il quale aveva chiesto informazioni tramite la pagina ufficiale creata per l’evento.

Ha scoperto però che il colore della sua pelle non era adatto al tipo di evento. Nonostante la cittadinanza italiana, lei non era “abbastanza italiana” per prendere parte alla competizione.

“Salve vorrei avere maggiori informazioni riguardo al concorso”, aveva scritto Dora all’organizzatore del concorso. “Non accetto stranieri”, era stata la risposta del gestore della pagina. “Perché non si accettano stranieri? se ho cittadinanza italiana non sono straniera, di conseguenza posso partecipare, no?”. “No!!!! Italiani si nasce non si diventa, e si nasce da genitori italiani…io la penso così ed è riservato esclusivamente a italiani di fatto. Ci sono anche cinesi con citt.itali. ma non sono italiani di fatto…”, si concludeva lo scambio di messaggi per chat.

Dopo aver fatto gli screenshot della conversazione, la ragazza ha avvertito suo fratello Emmanuel per raccontare l’accaduto, il quale si è subito messo in contatto con l’uomo che aveva dato queste risposte e chiedere delle scuse da riportare alla sorella.

A TPI, Emmanuel B., ingegnere di 24 anni, ha raccontato la vicenda, spiegando la volontà di far emergere il caso lasciando nell’anonimato la persona protagonista delle frasi razziste, per far sì che si facesse luce esclusivamente sull’episodio e non sull’autore.

“Mia sorella è ancora piccola e, nonostante abbia già vissuto episodi simili in passato, non è giusto si trovi a fronteggiare queste situazioni. Io ci sono abituato, quasi tutti i giorni ho vissuti episodi di razzismo, anche quando frequentavo la scuola in periferia di Verona. Ma la mia famiglia vive qui da sempre, siamo italiani, ci sentiamo italiani, e con il tempo ho imparato a rispondere a queste provocazioni”.

Cosa hai fatto quando tua sorella ti ha raccontato cosa le era successo?

Ho visto chi fosse il responsabile di quelle frasi, ho visto il suo profilo Facebook in cui dichiara che il suo orientamento politico è “fascista”. Poi gli ho scritto dicendogli che doveva chiedere scusa a mia sorella. Lui mi ha risposto che non è un razzista ma che quella è la sua opinione. Ho cercato di fargli capire che il problema non sono le sue opinioni, il problema è scrivere che un concorso è riservato a cittadini italiani e che mia sorella non lo è perché è figlia di genitori non italiani. Quando invece anche loro lo sono.

E poi cosa hai fatto?

Ho insistito per le scuse, perché mia sorella stava vivendo la cosa con grande disagio e aveva bisogno di sostegno. E siccome sono molto diretto, gliel’ho detto. Gli ho anche detto: se chiedi scusa non ti denuncio.

Volevi denunciarlo davvero?

Il punto più che altro era fargli capire la gravità di quello che aveva detto e fare in modo che mia sorella non rimanesse eccessivamente scossa.

E lui?

Non è stato semplice, gli screenshot fatti da mia sorella hanno cominciato a circolare in rete e lui ha ricevuto molte critiche per quanto aveva dichiarato. Ma solo dopo diversi giri di parole e dopo che si è accorto che mia sorella aveva diffuso quella conversazione si è deciso a chiedere scusa.

Come mai avere reso pubblica questa vicenda?

Volevamo mandare un messaggio forte: io e la mia famiglia siamo qui da 30 anni. Noi siamo la seconda generazione, mia sorella con il Ghana ha poco a che fare. Ma se qualcuno le dice che non è italiana, finisce con il trovarsi psicologicamente in una terra di mezzo. Mi sono anche confrontato con mia sorella maggiore, che è una consulente legale, per capire cosa fare.

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Hai ancora intenzione di denunciarlo?

Lo farò, non per vendetta. È una questione morale che va oltre noi. Se non lo facciamo noi, che siamo qui da trent’anni, chi è in Italia da meno farà altrettanto, portando a un circolo omertoso. E la vicenda non avrebbe l’importanza che invece deve avere. Vi chiedo però di non diffondere le sue generalità. Io sono un lavoratore e capisco cosa vuol dire essere mandati in pasto all’opinione pubblica.