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Perché di Elvis (e del rock) non è rimasto nulla

A quarant’anni di distanza dal 16 agosto 1977, data della morte di Elvis Presley, la sua influenza sulla musica contemporanea è ormai soltanto nostalgia

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Quarant’anni dal 16 agosto 1977, quarant’anni dall’estate del punk e della disco music, quarant’anni dalla morte di Elvis.

Come Marilyn, Audrey e la rara schiera di star riconoscibili dal solo nome proprio, anche nel 2017 Elvis Aaron Presley, ex camionista di Tupelo, Tennessee, non necessita di particolari presentazioni: il suo volto è ancora lì a riempire speciali televisivi e mostre di Pop Art come a ornare calamite da frigorifero.

Nei suoi Stati Uniti, come altrove, si tengono ancora sfide tra imitatori del Re, tutti armati di vestiti sgargianti, basette esagerate e impegnati a copiarne i leggendari movimenti di bacino. Elvis è insomma l’icona ancora riconoscibilissima per indicare un’epoca, una musica, una certa America.

Ma in questi quarant’anni cos’è rimasto davvero del re del rock? Anche se forse la domanda giusta è un’altra: cos’è rimasto del rock?

La sua salute è dibattuta almeno dalla morte di Elvis, che cadde proprio nell’anno in cui da una parte si schieravano gli iconoclasti del punk britannico, pronto a distruggere gli idoli di un tempo, e dall’altra impazzavano i balli di John Travolta nella Febbre del sabato sera, che del rock erano nemici giurati.

Musicalmente, l’Elvis di quegli ultimi anni non era più un faro per nessuno: ormai dipendente da ogni genere di farmaci, grasso, sudato, imbacuccato in costumi sempre più ridicoli, Presley si esibiva per un pubblico di nostalgici che speravano di trovare in lui una scintilla di quello che era un tempo, o di quello che loro stessi erano un tempo.

La sua ultima vera hit era stata Burning Love, del 1972, ed era già l’ultima zampata di un vecchio leone ormai superato da un decennio di musica che, dai Beatles in poi, aveva studiato a memoria la sua lezione per poi cambiare completamente le regole, esplorando territori fino ad allora sconosciuti.

Come ha detto Bruce Springsteen, suo discepolo mai pentito: “Elvis aveva liberato i corpi, Bob Dylan le menti”. E una volta che le menti dei giovani dell’epoca erano state aperte, era difficile che si tornasse indietro.

Se c’era una cosa però che nessuno all’epoca ancora metteva in dubbio, era l’influenza straordinaria che Elvis, con la sua musica e ancor di più con il suo atteggiamento, con le sue movenze e la sua gioventù sfacciata, aveva instillato in una generazione di musicisti folgorati dalle sue apparizioni televisive in bianco e nero.

In seguito, non si può dire che sia stato esattamente così.

La musica di successo del decennio successivo alla sua morte, gli anni Ottanta, era già proiettata su suoni, melodie e immaginari spesso molto distanti dai tre accordi del blues o dalle tonalità del gospel, e da allora in poi se ne sarebbe distanziata sempre di più.

Già nel 1989 diversi protagonisti della scena musicale lo avevano rinnegato, e l’esempio più evidente è Fight the Power dei Public Enemy, pionieri del rap che ne facevano un protagonista in negativo della recente storia americana, cantando: “Elvis era un eroe per molti, ma non ha mai significato un cazzo per me/Era uno stronzo razzista, puro e semplice/Fanculo lui e John Wayne”.

Per quanto il razzismo di Elvis non abbia molte evidenze, è indubbio che per una parte del pubblico musicale ormai l’ex Re rappresentasse il destrorso che andava alla Casa Bianca a stringere la mano di Nixon, un bianco che aveva fatto fortuna con la musica dei neri e in generale il volto di un mondo antico spazzato via dalla controcultura.

Non tutti però la pensavano così. Nel 1986 Paul Simon realizzava il suo disco di maggior successo, Graceland, intitolato come una miracolosa “terra della grazia” ma anche come il nome della villa-museo-baraccone del Re, che nel 1988 viene mostrata come meta di pellegrinaggio anche in Rattle & Hum, il documentario sulla band più famosa dell’epoca, gli U2.

La direzione era un’altra, nonostante questi casi di ammiratori indefessi. Progressivamente le classifiche avevano visto sempre meno chitarre, sempre meno accordi blues, sempre meno rock’n’roll incastonato nelle trame musicali contemporanee.

L’hip hop da una parte, la dance dall’altra: sono questi i generi che hanno forgiato le hit dell’ultimo decennio. Oggi le rockstar si chiamano Beyoncé e Jay-Z, non solo venerati come intrattenitori ma rispettati come coscienza collettiva, frequentati da presidenti e analizzati da professori universitari.

Dire che il rock è morto è un cliché evitabile, vista la sua continua morte e rinascita in un’evoluzione che prende periodicamente forme diverse. Ma se è Elvis ne è stato il re, si può senza timori dire che non ci siano principi ereditari in attività, in grado di infiammare intere generazioni rifacendosi con forza alla sua ispirazione.

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Nel 1977, in occasione della morte di Presley, il critico musicale Lester Bangs scrisse che “non saremo più d’accordo su qualcosa come siamo stati d’accordo su Elvis”, sostenendo quindi che era finita l’epoca degli idoli unificanti e che ogni ascoltatore di musica si sarebbe rinchiuso nei suoi gusti privati e divisivi.

Quarant’anni dopo la morte di Elvis, e quarant’anni dopo quell’articolo, si può dire che forse Bangs aveva ragione solo a metà. Dalle playlist personali di Spotify alle cuffie degli iPhone siamo sicuramente tutti più isolati e individualisti nei nostri gusti musicali, ma le Beyoncé e gli Jay-Z del caso dimostrano che un’accettazione di massa è ancora possibile.

Quello che invece è sempre più evidente a quarant’anni di distanza è la riduzione a mito, icona e oggetto pop inoffensivo del rock come genere musicale, proprio come già successo a Elvis, che del rock fu il re.

Parlare di una scomparsa definitiva o dell’assenza di musicisti rock in genere sarebbe una falsità, ma il potere d’incidenza, la capacità di coinvolgimento e l’influenza sulle nuove generazioni sono ormai sbiaditi, ridotti alla seconda fila dietro a nuovi protagonisti.

Basti pensare alle sorelle Kardashian, icone dell’inconsistenza della fama social, che hanno recentemente lanciato una linea di t-shirt con i loro volti sovrapposti ai loghi di band come Metallica e Kiss. O ai bambini in età pre-scolare con le magliette di Ramones e Joy Division. Un recupero di facciata di venerati maestri ormai ridotti a brand.

Dal canto suo Elvis resterà, a quarant’anni come probabilmente a cento dalla sua morte, come simbolo di un’epoca, come faccia da associare al rock’n’roll così come oggi associamo Verdi all’opera e Mozart alla musica sinfonica, ma come l’opera e la musica sinfonica probabilmente non infiammerà i cuori delle prossime generazioni, e probabilmente nemmeno il rock lo farà.

Ma forse, per un ex camionista di Tupelo, Tennessee, potrà bastare.