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L’Italia non vuole salvare vite umane, ma impedire ai migranti di partire, dice Amnesty

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, fa il punto su quanto sta accadendo tra Libia e Italia e sulla gestione dei flussi migratori, dopo le dichiarazioni di Tripoli e del governo italiano

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“Sulle Ong credo che il mondo sia cambiato nel giro di 48ore e non credo alla casualità di tutto questo. Fino a questa primavera in cui Di Maio ha coniato l’espressione ‘tassisti del mare’ e il procuratore Zuccaro ha iniziato a raccontare su cosa stesse indagando nessuno parlava male delle Ong. In pochissimo tempo, da angeli del mare, le Ong sono diventate il male assoluto”.

A parlare è Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, che con TPI fa il punto su quanto sta accadendo tra Libia e Italia e sulla gestione dei flussi migratori, dopo il ritiro dalle attività di soccorso in mare di tre Ong e dopo le dichiarazioni di Tripoli di voler creare una zona Sar molto ampia, ben oltre le sue acque territoriali, nella quale sarebbe possibile operare solo dietro la sua autorizzazione.

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Fonti vicine al ministro dell’Interno Marco Minniti fanno sapere della volontà di sostituire le attività delle Ong chiedendo aiuto alle operazioni europee di Sophia e Triton. Questa può essere una soluzione?

Al momento si tratta di un’ipotesi che se si concretizzasse potrebbe far ritornare a quella situazione in cui non c’era bisogno delle Ong perché c’era un sistema di ricerca di soccorso in mare funzionante. E quando parlo di sistema funzionante mi riferisco all’operazione Mare Nostrum.

Diverse Ong – Medici Senza Frontiere, Sea Eye e ora anche Save The Children – hanno deciso di sospendere le attività di soccorso in mare a causa delle minacce che sostengono di aver ricevuto dalla guardia costiera libica, preoccupate per l’incolumità dei loro equipaggi nelle acque al confine. Proprio nelle ultime ore, l’ammiraglio libico Abdullah Tumia, comandante della guardia costiera di Tripoli, si è difeso da tali accuse. Lei cosa ne pensa?

Tra le Ong e le autorità libiche, credo alle prime. Tra l’altro nelle dichiarazioni rese oggi dal funzionario libico si ammette che a volte si è aperto il fuoco in mare. Quando si dimostra qualcosa con le armi da fuoco si mette comunque in pericolo la vita delle persone, siano migranti o soccorritori.

Condivido la preoccupazione delle Ong e la loro decisione di ritirarsi, anche perché la zona di ricerca e soccorso istituita dalla Libia è esattamente quella in cui c’è il maggior numero di naufragi, ma questo non è buon segnale.

Perché credo che la volontà delle guardia costiera libica non sia tanto salvare vite umane, quanto intercettare e riportare sulla terraferma le persone. E dunque se le Ong non possono entrare in quella zona è giusto che non operino.

Perché secondo lei il governo italiano ha adottato queste misure – prima il codice di condotta, poi gli accordi con la Libia – che sembrano penalizzare l’attività delle Ong? Gli sbarchi peraltro quest’anno sono diminuiti.

Gli sbarchi sono diminuiti è vero, e seppur abbiamo contribuito a migliorare l’efficienza dell’azione della guardia costiera libica, io credo che l’aspetto non vivibile di tutta la questione riguardi il confine meridionale della Libia e la cooperazione che c’è con Niger e Sudan: credo ci sia un piano ben preciso di spostare la frontiera meridionale marittima dell’Unione europea nel cuore dell’Africa e questo piano è in corso.

L’aspetto più visibile di tutta la faccenda accade in mare, ma ciò che accade sulla terraferma è ancora più terribile: si bloccano sempre più a sud le partenze, persino gli arrivi in Libia, e quando si arriva in Libia, le persone finiscono in questi centri di detenzione terrificanti.

Così facendo cosa resta del lato umano?

Il lato umano è volutamente ignorato ed è tutt’altro che sconosciuto. Non passa giorno senza che inchieste giornalistiche o testimonianze ci raccontino cosa sono questi centri di detenzione in Libia.

La cosa è nota e fa parte del piano sperando che il costo umano di tutto questo sia meno visibile del costo umano che vedevamo negli annegamenti, se non altro perché prima qualcuno arrivava come sopravvissuto e raccontava. Ora immaginare cosa possa succedere quando il focus non è il mare ma la terraferma è difficile.

In questi ultimi giorni, hanno destato scalpore le dichiarazioni di una fonte anonima che sostiene di aver lavorato su Vos Hestia di Save The Children. Secondo tali informazioni, rilasciate a una testata web, e poi riprese anche dal blog di Beppe Grillo, il lavoro delle Organizzazione non governative viene descritto come un business più che come un salvataggio di vite umane. Cosa ne pensa?

Non voglio fare un processo di beatificazione delle Ong, metto le mani sul fuoco per quelle che conosco, come Medici Senza Frontiere e altre, e se qualcosa è stato fatto che va contro la loro missione lo si vedrà al termine di un’indagine approfondita e indipendente, non certo prima.

Dopodiché, io credo che quelle 48 ore siano state determinanti ma che dal fallimento di missioni come Mare Nostrum si sia iniziato a dare addosso alle Ong. Queste organizzazioni sono subentrate facendo quelle classiche attività di sostituzione alle mancate prestazioni delle istituzioni, come accade sempre nel mondo.

Evidentemente fare questo nel Mediterraneo ha dato fastidio a un disegno politico diverso. Non di salvare, ma di non far partire affatto i migranti.

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Ma perché adesso questa prova di forza?

È una prova di forza inutile perché si accanisce contro l’umanitario. Il disegno dell’Italia, che resta pur sempre il paese più esposto, era quello di fermare le partenze e non di soccorrere, se le Ong hanno la missione opposta – che è appunto quella di soccorrere – è ovvio che sia iniziata questa prova di forza unilaterale.

Come ha valutato il codice di condotta stilato per le Ong?

Inizialmente in maniera negativa. Amnesty ha preso le parti di Medici Senza Frontiere che ha posto due obiezioni rilevanti: una di tipo tecnico sul divieto di trasbordare altre persone che avrebbe posto dei problemi rispetto all’efficacia del salvataggio, e una più generale riguardante l’imposizione di personale armato a bordo delle Ong.

Inizialmente è stato giudicato inaccettabile e io sono d’accordo, non puoi avere personale armato dentro un campo profughi o un ospedale e questo sembra normale, quando si dice che non lo si vorrebbe sulle navi allora nasce lo scandalo.

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Il codice non è una legge, è stato una prova di forza davanti all’opinione pubblica per dimostrare che c’erano i buoni e i cattivi in un mondo che è largamente di buoni.