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Macron neocolonizza la Libia ma l’accordo con Haftar e al-Sarraj è scritto sulla sabbia

Dietro i sorrisi di circostanza di Macron e dei leader libici rimane lo scenario di un mosaico di ”Libie” difficile, se non impossibile, da conciliare. Il commento di Giorgio Ferrari

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Credit: Philippe Wojazer

Le strette di mano non bastano. Non basta che il presidente del Consiglio presidenziale di Tripoli Fayez al-Sarraj e il comandante dell’Esercito nazionale libico Khalifa Haftar riuniti alle porte di Parigi nel castello di La Celle-Saint-Cloud abbiano adottato la dichiarazione congiunta sull’avvenire della Libia proposta (la bozza era già scritta e circolava da tempo) da Emmanuel Macron.

Di questa Camp David in miniatura all’ombra dell’Eliseo il giovane presidente può legittimamente menare vanto per rinfocolare la troppo rapidamente perduta popolarità e insieme per ricordare all’Italia – comme d’habitude un po’ umiliata e messa all’angolo ogni volta che i francesi prendono in mano la partita – che il grande player nelle faccende arabe (e segnatamente in quelle libiche) è semmai la Francia, non certo la debole e stremata Italia, cui si concede un sorriso benevolo a cose fatte.

Il sospetto che Macron tenda a considerare l’ex quarta sponda italiana in un protettorato dell’Eliseo del resto è più che fondato. Ma le strette di mano, come si diceva, non bastano.

Dietro ai sorrisi di circostanza permane lo scenario di un mosaico di Libie difficile se non impossibile da conciliare. Perché non esistono soltanto le tre grandi realtà geografiche – la Tripolitania di al-Sarraj sostenuta e riconosciuta dall’Onu, la Cirenaica dominata manu militari dall’ex protetto di Gheddafi Haftar e il Fezzan, immenso suk dove si traffica e ci si muove indisturbati fra le tribù beduine che chiedono il pizzo per ogni convoglio, ogni carovana, ogni essere umano che attraversa il deserto – ma viceversa esistono decine di piccoli e frammentati potentati, ciascuno immerso nella propria anarchia autocefala, tanto da disegnare una caricatura di nazione a macchia di leopardo.

E dietro al generale, a Sarraj, agli Zintan, ai tuareg, a quel che resta dei fratelli musulmani, altre ombre e altri disegni, per i quali il bottino petrolifero è prioritario. Solo pochi giorni fa il presidente della National Oil Corporation (Noc) Mustafa Sanalla ha dichiarato alla tv di stato libica che la produzione di petrolio ha superato la soglia del milione di barili al giorno e con essa sono aumentate le esportazioni.

“Ogni giorno 715mila barili lasciano i terminal petroliferi di Mellitah e Zawiya, nel solo mese di giugno 30 petroliere si sono dirette verso i porti del Mediterraneo”, ha rivelato.

Siamo ancora lontani dal milione e seicentomila barili giornalieri che la Libia garantiva fino a quando al potere c’era Gheddafi, ma grazie alle riserve dei suoi 63 miliardi di barili di greggio e i 15 miliardi di gas naturale l’ex “scatolone di sabbia” conserva nelle sue viscere un serbatoio di ricchezza che potrebbe garantire al paese una presenza dominante sul mercato per i prossimi cento anni.

Questo è l’obbiettivo degli amici come degli avversari dei due leader, ma non scordiamoci il business delle armi, che arricchisce i francesi negli Emirati e che in Haftar vede un partner meno fragile di Sarraj, il cui controllo del territorio si limita a una piccola porzione di territorio attorno a Tripoli.

Non a caso la Francia di Macron non è per nulla neutrale nella disputa sul potere in Libia. Insieme alla Russia e all’Egitto, Parigi è significativamente sbilanciata in favore di Khalifa Haftar (la Total francese ha i suoi maggiori impianti nella Cirenaica del generale) e solo formalmente inquadra il vertice di ieri negli sforzi che l’Onu compie per una soluzione pacifica alla guerra civile.

Per questo, con educato scetticismo, crediamo assai poco al cessate il fuoco accettato (a parole) da Haftar e dal suo debole deuteragonista al-Sarraj (che oggi è in Italia e vedrà Gentiloni), per il semplice fatto che i personaggi che recitano il dramma libico sono molteplici e sfuggono al controllo dei leader.

Così come crediamo molto poco alle elezioni promesse per la primavera del 2018: chi ha buona memoria ricorderà che quello di Parigi è il terzo tentativo di un faccia a faccia fra i due leader libici: il primo si era svolto al Cairo, il secondo ad Abu Dhabi.

In entrambi, le medesime parole, i medesimi impegni uditi ieri a La Celle-Saint-Cloud: “Ci impegniamo ad un cessate il fuoco, ad astenerci da qualsiasi uso della forza armata per scopi diversi dalla lotta al terrorismo e a tenere al più presto elezioni generali sotto la supervisione delle Nazioni Unite”. Parole scritte sulla sabbia.