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Con la nostra nave bloccheremo gli sbarchi dei migranti e controlleremo le ong che aiutano gli scafisti

Un movimento italiano ha lanciato una campagna contro le ong che operano per salvare i migranti nel Mediterraneo. TPI ha intervistato il suo leader

Immagine di copertina

Lorenzo Fiato ha 23 anni, studia Scienze Politiche a Milano ed è il leader del movimento “Generazione identitaria”, che ha lanciato recentemente la campagna Defend Europe.

Il movimento si definisce apartitico ma utilizza online toni che rimandano all’estrema destra. Mira a bloccare gli sbarchi dei migranti in Europa e accusa le organizzazioni non governative (ong) di collaborare con gli scafisti.

Per questo dopo una raccolta fondi ha noleggiato un’imbarcazione che ora si sta dirigendo a Catania, in Sicilia, a bordo della quale saliranno alcuni attivisti, tra cui lo stesso Fiato. TPI lo ha intervistato per capire cosa abbiano in mente di fare.

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Com’è nato il vostro movimento?

Generazione identitaria è nata nell’autunno del 2012 come capitolo italiano del movimento identitario, nato in Francia. Oggi questo movimento è presente, oltre che in Francia e in Italia, anche in Austria, Germania, Slovenia, Repubblica Ceca, Belgio e Olanda. È un movimento indipendente, apartitico, fatto da giovani e basato sull’attivismo politico. In Italia il movimento conta centinaia di aderenti ed è in forte crescita, riceviamo domande ogni giorno.

Qual è il vostro scopo?

Ci prefiggiamo di combattere l’immigrazione massiva e i dogmi del multiculturalismo e dell’integrazione. Da maggio 2017 abbiamo lanciato la campagna Defend Europe in seguito alla prima attività che abbiamo svolto a Catania, dove con un motoscafo abbiamo tentato di bloccare e rallentare una nave chiamata Aquarius, legata all’ong SOS Méditerranée. Da lì abbiamo ricevuto l’attenzione dei media nazionali e internazionali. Abbiamo lanciato questa campagna e una raccolta fondi con cui siamo riusciti a raccogliere più di 70mila euro.

Fino a quando Paypal ha deciso di bloccare il nostro account a seguito di pressioni che aveva ricevuto da testate di sinistra e da attivisti di sinistra provenienti dalla Francia che avevano parlato direttamente con l’ong.

Siamo riusciti a mandare indietro i soldi ai diversi donatori e in seguito a richiederli in diverse altre maniere sempre legate a raccolte fondi che stavamo lanciando.

Con 60mila euro circa siamo riusciti a firmare il contratto con la barca, la C-Star, che si sta dirigendo verso l’Italia.

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Dove si trova attualmente la nave?

Adesso deve aver superato l’Egitto.

Da dove è partita?

È partita da Gibuti, nell’Africa orientale.

La Repubblica di Gibuti

Il vostro non è un movimento partitico, mi diceva, ma svolge comunque attività politica.

Sì, facciamo attività politica ma non di tipo elettorale. Facciamo metapolitica e attivismo.

Campagna regione lazio

In cosa è consistita la vostra prima operazione?

È stata un’operazione che ha richiesto tre settimane di organizzazione. Due settimane a casa e una in loco che abbiamo passato in Sicilia, raccogliendo informazioni, gestendo contatti e addestrandoci sulle barche a fare determinate manovre.

Siamo venuti a sapere il giorno e l’ora in cui questa nave, l’Aquarius, avrebbe lasciato il porto di Catania per fare rifornimento a Malta. Abbiamo noleggiato un gommone, abbiamo aspettato al di fuori del porto e mentre la barca si stava dirigendo fuori ci siamo messi di fronte e di lato, l’abbiamo rallentata e bloccata finché la guardia costiera italiana non è arrivata. Ci ha agganciato, ci ha portato un poco più avanti e hanno preso le nostre generalità.

Quando siamo arrivati al molo non è successo assolutamente niente – ed è una cosa di cui ci siamo stupiti – né multe né niente. E ci hanno lasciati liberi.

Il giorno dopo nella prima serata abbiamo lanciato Defend Europe.

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Non era rischioso per voi mettervi lì col gommone per bloccare la nave?

Sì certo, un margine di rischio c’è sempre. Ma non è successo niente, perché i ragazzi che guidavano le barche si erano addestrati in maniera intensiva.

Che tipo di nave avete acquistato?

La nave non è stata acquistata ma noleggiata da un privato cittadino che ci supporta e ce l’ha messa a disposizione con un prezzo di favore. La C-Star è un search and survey vassel, è lunga 40 metri, può ospitare 30 persone e può stare più di trenta giorni in mare.

Batte bandiera di Gibuti e su di essa vi sarà un equipaggio professionista che non ha niente a che fare con la missione, ci lavora soltanto. I 60mila che abbiamo utilizzato per il contratto serviranno anche per pagare loro. Dopodiché saliranno a bordo 12 attivisti.

Anche lei sarà tra loro?

Sì, salirò a bordo anch’io.

Quando è prevista la partenza?

È previsto per i prossimi giorni, dopo che la nave arriverà a Catania.

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Cosa avete in mente di fare dopo?

Staremo in mare fino a dieci giorni. Dopo essere passati prima a Tunisi per un breve rifornimento andremo direttamente nelle acque internazionali dove avvengono le missioni di salvataggio delle ong. Faremo principalmente due cose: monitorare ed esporre il lavoro delle ong che operano in maniera illecita nelle acque internazionali e nelle acque libiche e aiutare la guardia costiera libica ogni volta che troveremo le barche degli scafisti prima delle ong.

In che senso “monitorare il lavoro delle ong”? Materialmente cosa pensate di fare?

Noi vogliamo riportare e rompere la narrativa delle ong che dicono di salvare vite umane nel Mar Mediterraneo. Vogliamo riportare qualsiasi illecito loro facciano durante le loro operazioni.

A cosa si riferisce in particolare?

Ad esempio a quando loro spengono il trasponder o entrano nelle acque nazionali libiche senza autorizzazioni. Vogliamo capire se abbiano rapporti con gli scafisti. Li seguiremo e riporteremo qualsiasi cosa facciano.

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Dal punto di vista legale siete tranquilli o pensate possano esserci delle conseguenze?

No, siamo tranquilli anche perché in caso la nostra barca è attrezzata anche per dare un primo soccorso. Non vogliamo impedire i soccorsi, non è questo quello che vogliamo fare. Di conseguenza non andiamo contro la legge, anzi, collaborando con le autorità libiche vogliamo dare alla nostra missione anche un tono di legalità.

Possiamo dire che di base volete che sia la guardia costiera libica a intervenire per salvare i migranti e non le ong?

Esattamente.

Quindi il vostro scopo ultimo è far sì che i migranti tornino in Libia e non arrivino in Italia?

Sì, lo scopo è riportare il comportamento delle ong e, se possibile, impedire gli sbarchi in Europa. Di conseguenza fare in modo che la guardia costiera libica, attraverso le nostre segnalazioni si occupi del problema, arresti gli scafisti, riporti indietro i migranti e distrugga i barconi una volta che i migranti sono stati trasbordati su una nave sicura.

Come vi ponete di fronte alle accuse rivolte alla guardia costiera libica?

So che la guardia costiera libica di Tripoli ha provato a tagliare la strada a diverse ong e ha aperto il fuoco contro alcuni scafisti, hanno tentato di sparare contro di loro.

Penso che la situazione in quel mare sia davvero turbolenta e sia difficile vedere cosa succede, anche per questo vogliamo vederlo con i nostri occhi.

Sicuramente le ong violano diverse volte le acque nazionali libiche senza essere autorizzate, collaborando così – in modo voluto o non voluto – con gli scafisti che vedendosi arrivare incontro le barche caricano i migranti su imbarcazioni sempre più fragili e malconce, in modo che le ong debbano avvicinarsi sempre di più.

Quindi di fatto c’è una collaborazione – magari involontaria – dei cartelli che operano nel nordafrica e di queste ong che dicono di salvare vite. Il loro lavoro è molto meno trasparente di quello che si dice.

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Ci sono state testimonianze di migranti chiusi in campi di prigionia in Libia, torturati e maltrattati. Come vi ponete dal punto di vista umano nei confronti di queste situazioni? Rimandare o far sì che queste persone siano rimandate in quel paese per voi è giusto?

Non so esattamente quanto sia diffuso questo fenomeno o quanto sia vero. So per certo però che queste persone che arrivano e prendono per loro volontà il traghetto o partecipano a questi viaggi organizzati dai trafficanti di esseri umani, sono coloro che possono permettersi il biglietto.

Quelli che non possono, che sono i veri disperati, restano nel loro paese d’origine. Se questi possono venire in Libia allora possono anche tornare indietro. Credo sia nell’interesse di un paese come la Libia, che non può sobbarcarsi questo enorme numero di migranti, rimandarli nei loro paesi di origine.

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Le faccio notare che ci sono, ad esempio, tante storie di donne nigeriane che arrivano in Europa contraendo debiti che poi devono ripagare ai trafficanti facendo le prostitute. 

So anche io storie di ragazze nigeriane che quando arrivano in Sicilia sono costrette a fare le prostitute. Il problema in questo senso è impedire loro di partire a prescindere. Quello che possiamo fare noi, come giovani attivisti, sono azioni dimostrative, andare direttamente là ed esprimere una volontà netta di fermare questo fenomeno.

Dopodiché una risoluzione deve venire dalle istituzioni, che devono essere lungimiranti e abbastanza furbe da riuscire a svolgere un lavoro di riappacificazione in Libia e in questi paesi. È molto semplice dire “aiutiamoli a casa loro”, la cui radice del discorso posso anche condividere, ma bisogna vedere come e quando.

I governi occidentali hanno provato in qualche modo di fare questo genere di cose, ma i soldi dati a questi stati africani sono stati utilizzati per comprare armi e finanziare il lavoro degli scafisti o dei trafficanti. Per cui il discorso va fermato a prescindere e dopo vanno discusse delle manovre per rendere tutto più chiaro e sicuro.

Alcuni giornali hanno scritto che il vostro è un gruppo di estrema destra. Condivide questa definizione?

No, non è il nostro gruppo a essere di estrema destra. È la società che sta diventando di estrema sinistra nelle vedute e radicale nelle proprie scelte, come quella di aprire gli sbarchi a chiunque o tenere l’Italia come unico paese con le frontiere aperte nonostante non sia l’unico paese affacciato sul mare al confine meridionale dell’Europa.

Noi vogliamo mettere in discussione delle tematiche politiche e mostrare che è possibile incidere su queste tematiche in maniera concreta, senza doverle accettare in maniera supina.