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Cosa c’è dietro gli incendi sul Vesuvio

I roghi di natura dolosa sono stati innescati della organizzazioni criminali per avere il controllo delle concessioni edilizie, secondo Roberto Saviano

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Credit: Mario Coppola

A partire dal 10 luglio, chilometri di fiamme sono divampati sulle pendici del Vesuvio, che sovrasta la provincia di Napoli densamente popolata. Circa 700 sono stati gli interventi dei Vigili del fuoco nella regione, e più di 100 solo negli ultimi giorni nella zona del vulcano.

Le nubi dei roghi sono altissime e visibili da chilometri di distanza. I venti hanno spostato enormi cumuli di nubi verso le aree interne della Campania: i cieli di diversi comuni risultano coperti da uno strato grigio fuliginoso.

Alcune abitazioni di Torre del Greco ed Ercolano sono state evacuate in via precauzionale. Le aree più colpite sono Valle delle Delizie, Ottaviano, Ercolano, Cappella Bianchini, Boscotrecase, Torre del Greco.

Gli incendi del Vesuvio, con ogni probabilità, sono roghi dolosi.

– LEGGI ANCHE: Cosa c’è da sapere sugli incendi in Campania e Sicilia

Ma cosa o chi ci sarebbe dietro?

Secondo Roberto Saviano, le organizzazioni criminali traggono vantaggio dalle fiamme che sono divampate sulle aree vesuviane, appositamente innescate per avere il controllo sulle concessioni edilizie da rilasciare per quei terreni.

Ecco il messaggio postato su Facebook e il video:

Perché il Vesuvio brucia? Provo a spiegarlo qui.

Il Parco Nazionale del Vesuvio contende pendici alle discariche abusive, metro per metro, centimetro per centimetro in una lotta che con gli incendi è già persa. 
Ciò che brucia diventa discarica abusiva e le discariche sono gestite dalle organizzazioni criminali. Altrove si appicca il fuoco anche per un altro motivo: i terreni che potrebbero essere destinati a edilizia, se arsi, restano bloccati per 15 anni. Ed ecco l’ennesimo ricatto: o paghi le organizzazioni criminali per le aree edificabili oppure arrivano le fiamme a bloccare le concessioni edilizie.
Il fuoco è un capitolo fondamentale per le organizzazioni criminali nel nostro Paese e il fuoco sul Vesuvio è come la Sicilia che brucia, come i roghi sulle colline di Caserta, come le montagne verdi del Cilento in fiamme.
È finito il tempo in cui potevamo chiamare piromane chi appiccava il fuoco. È finito il tempo delle balle.
Basta con l’incapacità della politica di far fronte alle emergenze e basta con l’inconsapevolezza del Paese che non riesce a capire chi c’è davvero dietro questi disastri.

Secondo le ricostruzioni di alcuni giornali locali, gli otto inneschi usati per appiccare il fuoco sono stati tutti posizionati in aree difficili da raggiungere, e attivati contemporaneamente.

Qualcuno ha scelto le zone, ha deciso il percorso degli incendi e ha stabilito il fronte delle fiamme in più punti, in modo da mandare in tilt il sistema di prevenzione degli incendi in Campania.

Per appiccare il fuoco in questo tipo di strategie criminali si usano inneschi chimici lenti, che a poco a poco sviluppano il loro potenziale ed esplodono uno dopo l’altro, divampando nelle pinete dell’aera protetta del parco vesuviano, facilmente infiammabile. Incendiare queste aree non solo ne permetterebbe il controllo da parte delle organizzazioni malavitose, ma renderebbe più semplice lo sversamento abusivo di rifiuti.

Sergio Costa, il generale che in Campania comanda i Carabinieri forestali, esclude l’ipotesi dei roghi appiccati da pastori che cercano terreni per i loro pascoli. Ma pone l’attenzione sul fenomeno dell’abusivismo edilizio.

“Sul Vesuvio non c’è attività di pastorizia, per cui escluderei che i piromani siano allevatori in cerca di terreni per i loro animali”, ha spiegato il generale al Corriere della Sera. “Sono portato a ipotizzare che i roghi siano stati appiccati in risposta all’attività del parco nazionale contro l’abusivismo edilizio. Nell’ultimo anno c’è stato un piano importante per acquisire al patrimonio gli immobili edificati illegalmente in zona rossa, nella prospettiva di demolirli. Temo che questa sia la risposta”.

Sarà la procura di Torre Annunziata, che indaga per incendio doloso contro ignoti, a individuare i responsabili. Il reato prevede una pena dai quattro ai dieci anni di reclusione.

“Siamo in una fase preliminare, ma tutto fa propendere per la natura dolosa degli incendi”, ha detto nella serata del 12 luglio il procuratore reggente di Napoli Nunzio Fragliasso.

Il parco del Vesuvio non è nuovo a questo tipo di episodi, già nel luglio 2016 furono individuati cinque piromani responsabili di devastazioni nei comuni di Terzigno, San Giuseppe Vesuviano, Boscotrecase e Boscoreale.

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