Me
Il primo video sulle schiave del sesso nella seconda guerra mondiale
Condividi su:
Credit: Seoul University

Il primo video sulle schiave del sesso nella seconda guerra mondiale

Il filmato in bianco e nero potrebbe contenere le uniche immagini in movimento sulle donne deportate e costrette a prostituirsi nei bordelli dell'esercito giapponese

12 Lug. 2017
Credit: Seoul University

Provenivano principalmente dalla Corea del Sud, ma anche dalla Cina e dalle Filippine. Erano state deportate dai loro paesi e costrette a prostituirsi nei bordelli dell’esercito giapponese durante la seconda guerra mondiale.

Ora, per la prima volta, possiamo vedere i volti delle comfort women, letteralmente “donne di conforto”, grazie a un video rinvenuto da un gruppo di ricercatori finanziati dal governo della Corea del Sud, che per due anni hanno dato la caccia a questo materiale negli archivi degli Stati Uniti.

Il filmato, che è in bianco e nero e dura appena 18 secondi, è stato diffuso mercoledì 5 luglio dai media internazionali. Si ritiene che sia stato girato da alcuni soldati statunitensi nella provincia cinese di Yunnan nel 1944.

Il video potrebbe contenere le uniche immagini in movimento esistenti sulle comfort women. I ricercatori sostengono però che delle sette donne coreane che compaiono nel filmato, due sono già comparse in fotografie già pubblicate.

Nel video le donne stanno parlando con un soldato cinese dopo essere state liberate. Secondo i ricercatori dal video emerge che le donne erano trattenute contro il loro volere, come emerge dal fatto che hanno i piedi scalzi.

– LEGGI ANCHE: La statua dedicata alle schiave sessuali sudcoreane che non piace al Giappone

Il tema è stato a lungo dibattuto, dal momento che il Giappone ha ammesso solo di recente di avere delle responsabilità nella deportazione e nella prigionia di queste donne costrette a prostituirsi per soddisfare i piaceri delle truppe nipponiche, mentre la Corea del Sud aspetta da decenni una vera e propria presa di posizione a riguardo.

L’esercito imperiale giapponese, tra gli anni 1932 e 1945, adescò e condusse nelle sue comfort stations – dislocate in ogni regione dell’Asia orientale sotto il dominio imperiale – tra le 80mila e le 200mila donne e bambine.

La maggior parte di loro proveniva dalla Corea, ma ve ne erano tante altre di origine giapponese, cinese, filippina o vietnamita. Ci sono anche le testimonianze di alcune centinaia di donne di origine europea.

Sedotte da offerte di lavoro illusorie che promettevano mansioni di ogni genere in fabbriche o ristoranti, o talvolta rapite mentre passeggiavano per strada, migliaia di donne e bambine – alcune sin dall’età di 12 anni – furono deportate nelle fabbriche del sesso. Vi rimasero per mesi o anni, subendo l’umiliazione di orde di soldati che facevano ritorno dai campi di battaglia e che potevano abusare dei loro corpi a proprio piacimento.

Qui sotto il filmato diffuso dal Seoul University Human Rights Centre/Seoul City.

– LEGGI ANCHE: Le schiave del sesso della seconda guerra mondiale

Il giornalismo richiede risorse e scegliere di mantenere gratuito l’accesso a un giornale indipendente come TPI significa dover contare anche sulla pubblicità: questa è la ragione per cui vedi tanti annunci. Se vuoi contribuire a migliorare il nostro giornale e leggere gli articoli senza pubblicità anche da mobile iscriviti a TPI Plus, basta davvero poco ➝ www.tpi.it/plus