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Non ucciderete Falcone una seconda volta

“Chi ha decapitato la statua di Falcone non riuscirà ad abbattere il senso di giustizia che lui ha inciso nella nostra pelle”. La lettera di un'aspirante magistrata

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A pochi giorni dalla decapitazione della statua che a Palermo ritraeva il giudice Giovanni Falcone, ucciso dalla mafia, e a pochi giorni dalla commemorazione della strage di Via D’Amelio, in cui ha perso la vita il suo amico e collega Paolo Borsellino, TPI riceve e pubblica la lettera di un’aspirante magistrata.

Il concorso in magistratura non è un punto di arrivo, è un punto di partenza per la propria vita. Al termine del percorso non è detto che si riesca nell’obiettivo, quello di indossare l’ambita toga. Anzi è molto improbabile. Ma di sicuro al termine di quel percorso si è una persona diversa, perché è la voglia di crederci e di sentirsi accomunati nell’obiettivo di legalità che ci cambia irreversibilmente.

Si diventa una persona più forte, che ha imparato a credere nei propri sogni, nelle proprie convinzioni e, soprattutto, nelle proprie idee e che sarà in grado di trasmettere quei valori.

Chi prova il concorso in magistratura non lo fa (o non dovrebbe farlo) per il potere che quel ruolo rappresenta o per il desiderio di “essere diverso”. Lo fa (o dovrebbe farlo) per l’amore che nutre verso il diritto e soprattutto per essere “uno tra gli altri”. Uno che, più di tutti, è stato educato ed educherà alla legalità.

Ed è proprio dopo la decapitazione della statua di Falcone che questa lettera deve arrivare a chi ci ha provato, a chi ci sta provando, a chi ci proverà e a chi c’è già riuscito. Perché la loro più grande forza non sta nell’ottenere o aver ottenuto il risultato “idoneo” ma nel guardarsi allo specchio e sognare di vedere, dentro i propri occhi, quelli di Giovanni Falcone, gli occhi di chi ha lottato per ciò in cui credeva e di chi lotta in ciò in cui crede.

Un messaggio, questo, che deve arrivare anche a chi ha decapitato la statua. Perché chi lo ha fatto in modo provocatorio non riuscirà ad abbattere il senso di giustizia che Falcone ha inciso nella nostra pelle. Un senso di giustizia che sarà pur rappresentato da una statua o da una lapide ma che, di sicuro, non si trova sui libri dei corsi di alta formazione.

Una voglia di lottare che si impara, giorno dopo giorno, nella società, a contatto con la gente, superando le avversità di chi non crede che le cose possano cambiare, di non crede che le idee camminino su gambe altrui, di chi abbatte materialmente ciò che, a fatica, è stato da altri costruito. La consapevolezza che abbattere la statua non servirà perché nessuno potrà uccidere Falcone una seconda volta.

Perché, al termine di questo percorso di legalità, chi vincerà davvero sarà chi avrà superato la paura di lottare, chi rimetterà in piedi quella statua e chi saprà che oggi essere magistrati, significa credere, giornalmente, nella possibilità di un cambiamento.

*di Flavia Zarba

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