Me

Perché dobbiamo modificare la legge clerico-fascista su istigazione e aiuto al suicidio

Il giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta di archiviazione dei pm nei confronti di Marco Cappato, che aiutò dj Fabo a morire in Svizzera. Il commento di Carlo Troilo dell'Associazione Luca Coscioni

Immagine di copertina
Credit: Reuters

La sentenza di ieri del GIP di Milano sulla vicenda di Marco Cappato e del DJ Fabo ha rovesciato la posizione dei PM, che avevano chiesto l’archiviazione o, in alternativa, il ricorso alla Corte costituzionale.

Per il GIP, Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni – la realtà che si batte per la difesa dei diritti civili in ogni fase dell’esistenza dei cittadini – va processato perché non solo ha agevolato l’intento suicida del dj accompagnandolo in Svizzera ma lo ha anche rafforzato perché solo grazie al suo aiuto, da una “generica volontà di morire” il suicidio si è trasformato nella mente di Antoniani in una “possibilità concreta”. Dunque – sembra di capire – non solo “aiuto” ma anche “istigazione” al suicidio.

La sentenza del GIP milanese si commenta da sola, in particolare quando afferma che nelle nostre leggi “non esiste alcun diritto assoluto al suicidio”… “nè tantomeno un diritto a morire con dignità”. Eppure il richiamo alla dignità è espresso con forza nella nostra Costituzione oltre che nei principali documenti internazionali sui diritti civili.

– LEGGI ANCHE: Eutanasia, ovvero poter decidere della propria morte, ma ancor prima della propria vita

Mi appare poi contraria ai fatti – su cui la stampa ci ha tenuti informati giorno per giorno – l’affermazione secondo cui Cappato avrebbe “agevolato” e “rafforzato” l’istinto suicida del Dj. È noto a tutti che fu la compagna di Fabo a cercare Cappato, proprio perché il Dj voleva morire e conosceva l’iniziativa della Associazione Coscioni volta ad aiutare i malati decisi ad ottenere il suicidio assistito ma non in grado di farlo senza aiuto.

In ogni caso, la sentenza pone con forza il problema di rivedere l’articolo 580 del codice penale, che prevede per l’istigazione o l’aiuto al suicidio pene fino a 12 anni, degne dei più feroci killer della mafia.

Il nostro codice penale (detto anche “Codice Rocco” dal nome del Guardasigilli dell’epoca, Alfredo Rocco) viene emanato nel 1930: dunque, all’inizio di quelli che De Felice ha definito “gli anni del consenso” per il fascismo e solo un anno dopo la stipula del Concordato, che riconobbe privilegi senza precedenti alla Chiesa Cattolica. Ritengo dunque lecito ed appropriato – ricorrendo al linguaggio della mia giovinezza – definirlo un codice “clerico-fascista”.

Non a caso da allora – e soprattutto nei mitici anni Settanta, che furono la primavera dei diritti civili in Italia – moltissimi articoli di quel codice sono stati aboliti per adeguare la nostra normativa penale allo spirito del tempo.

– LEGGI ANCHE: Che differenze ci sono tra eutanasia, suicidio assistito e testamento biologico

Sarebbe un elenco troppo lungo, per cui mi limito a citare i più noti: le norme contro l’infedeltà coniugale: per le donne l’adulterio (bastava un singolo tradimento); per l’uomo il concubinato (“il marito che tiene una concubina nella casa coniugale, o notoriamente altrove”). Il “matrimonio riparatore”: un uomo che avesse stuprato una donna non era perseguibile se si diceva pronto a sposarla. Il “delitto d’onore” (il marito che uccideva la moglie che lo aveva tradito subiva condanne lievissime e per lo più veniva assolto fra il tripudio generale).

Nel caso dell’articolo 580 le possibilità sono due:

1) ricorrere alla Suprema Corte per farne dichiarare l’incostituzionalità totale o parziale (appare però difficile considerare contrario alla Costituzione il reato di chi “istiga al suicidio”).

2) modificare l’articolo aggiungendo un comma di questo tenore: “L’aiuto al suicidio non è punibile se ricorrano le seguenti condizioni: a) il richiedente è un malato terminale o senza speranza di guarigione e con insopportabili sofferenze fisiche o psichiche; b) il richiedente, nel pieno delle proprie facoltà mentali, dichiara di voler essere aiutato a morire; c) chi presta il proprio aiuto a morire non ha alcun movente economico ed agisce esclusivamente per motivi compassionevoli.

La seconda soluzione appare la più realistica e la più facilmente realizzabile. Il problema è trovare una forza politica disponile a prendere l’iniziativa.

Penso che il Partito Democratico di Renzi – che in questa legislatura ha contribuito ad approvare una serie di leggi sui diritti civili dopo decenni di immobilismo – non dovrebbe avere difficoltà a farsi carico del compito di liberare l’Italia da un’altra delle leggi superate dal tempo e contrarie al comune sentire.

Ma anche i parlamentari usciti “a sinistra” del Pd o i misteriosi Cinque Stelle potrebbero dimostrare, con una iniziativa di questo tipo, di essere davvero animati da uno spirito di cambiamento.

– LEGGI ANCHE: Rischierò la galera purché si torni a parlare del diritto all’eutanasia

di Carlo Troilo, Associazione Luca Coscioni