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Le torture della Cia spiegate dagli psicologi che le hanno ideate
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Credit: Un fermo immagine del servizio del New York Times

Le torture della Cia spiegate dagli psicologi che le hanno ideate

Due psicologi militari sostengono che gli interrogatori brutali condotti dalla Cia non fossero dolorosi e non potessero provocare “danni a lungo termine” ai detenuti nelle carceri dei servizi segreti statunitensi

27 Giu. 2017
Credit: Un fermo immagine del servizio del New York Times

Complessivamente sono stati pagati 81 milioni di dollari per creare un programma composto da diverse tecniche di interrogatorio e formare gli agenti che le avrebbero messe in atto.

Quindici anni dopo, i due psicologi militari che hanno lavorato come consulenti per la Cia sono comparsi di fronte alle telecamere nell’ambito di una causa intentata da alcuni ex detenuti. I filmati delle loro deposizioni sono stati pubblicati online dal quotidiano statunitense The New York Times.

John Bruce Jessen e James Mitchell hanno detto di aver adempiuto in modo riluttante alle richieste che l’agenzia di spionaggio statunitense ha commissionato loro, ma hanno portato comunque a termine il loro compito.

Oggi nessuno di loro è indagato nel processo intentato da due ex prigionieri e dalla famiglia di un ex detenuto defunto. Tutti e tre sono stati sottoposti alle tecniche brutali della Cia utilizzate per far collaborare i prigionieri, secondo quanto riportato dall’organizzazione non governativa American Civil Liberties Union.

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Un rapporto pubblicato dal Senato statunitense nel 2014 aveva già fatto luce sulle tecniche utilizzate negli interrogatori della Cia, incluso il waterboarding (o annegamento simulato), lunghe privazioni del sonno e il cosidetto “walling”, cioè il gesto di scaraventare violentemente il detenuto su una parete di compensato.

I due psicologi hanno sottolineato nella loro deposizione che ritengono che queste tecniche fossero per lo più indolori e non abbiano provocato danni a lungo termine nei confronti dei prigionieri. Ma gli ex detenuti sostengono invece che fossero molto dolorose e entrambi soffrono di disturbo post traumatico da stress.

Il rapporto del Senato riportava che un detenuto è stato sottoposto 83 volte al waterboarding nel corso di pochi giorni e che a un certo punto il prigioniero era completamente assente.

Per quanto riguarda il “walling”, Jessen ha dichiarato che è stata una delle tecniche più efficaci che hanno usato e ha affermato che non provocava dolore. “È scombussolante. Non provoca danni, ma urta l’interno dell’orecchio, fa un rumore veramente forte”, ha detto.

Descrivendo invece la privazione del sonno, Jessen ha spiegato che il detenuto veniva messo in manette e incatenato in modo che non potesse sdraiarsi o riposare contro un muro”. Un ex detenuto ha definito “sconvolgente” il dolore che ha provato alle braccia, alla schiena e alla vita a causa di quella tecnica.

Mitchell e Jessen hanno detto inoltre che a un certo punto volevano interrompere o limitare l’utilizzo del waterboarding, ma i loro supervisori della Cia li hanno costretti a continuare il programma.

“Continuavano a dirmi ogni giorno che una bomba nucleare sarebbe stata fatta esplodere negli Stati Uniti e che, siccome avevo detto loro di smettere, avevo perso il mio coraggio e sarebbe stata colpa mia se non avessi continuato”, ha detto Jessen.

Mitchell ha riferito che i funzionari della Cia li hanno accusati di essere delle “donnette”, accusandoli di aver “perso la spina dorsale”. Gli agenti hanno detto che ci sarebbe stato un altro attacco in America e che il sangue dei civili morti sarebbe stato sulle loro mani.

Infine, Mitchell ha detto di aver chiesto alla Cia di eliminare i filmati delle torture. “Pensavo che fossero brutti e che avrebbero potuto mettere in pericolo le nostre vite rendendo le nostre foto visibili ai delinquenti”.

Il processo è ancora in corso e proseguirà il 5 settembre 2017.

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