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Il potere dà alla testa, letteralmente
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House of Cards

Il potere dà alla testa, letteralmente

Secondo gli scienziati, quando i leader acquisiscono potere perdono la capacità di empatia con gli altri e mostrano un comportamento associabile a un danno cerebrale

22 Giu. 2017
House of Cards

Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio e ventisette volte ministro, citando il diplomatico francese del XVIII secolo Charles Maurice Talleyrand, sosteneva che il potere logora chi non ce l’ha.

Ma cosa succede invece ai potenti? Secondo uno studio pubblicato sulla rivista americana The Atlantic, il potere cambia a livello neurologico chi lo detiene. Le persone restano positivamente stupite di fronte a un potente che rimane con i piedi per terra, basti vedere quanta diffusione hanno le foto di politici che scelgono la bicicletta al posto dell’auto blu.

Ma cosa c’è nel potere che rende chi lo detiene quasi inavvicinabile? Secondo Dacher Keltner, professore di psicologia all’Università di Berkeley, non è questione di superbia. I suoi studi mostrano che le persone al potere presentano comportamenti normalmente associati a un danno cerebrale. I sintomi sono impulsività, una minore attenzione ai rischi e una diminuita capacità di assumere la prospettiva di un’altra persona.

Un altro scienziato, Sukhvinder Obhi, neurologo della McMaster University dell’Ontario in Canada, ha voluto sottoporre alcuni potenti ad un esperimento. A differenza di Kelter che studia il comportamento umano, Obhi studia il cervello.

Lo scienziato ha mostrato un semplice video a due gruppi di persone, alcuni con ruoli importanti ed altri senza particolari cariche aziendali o pubbliche. Le immagini mostravano qualcuno schiacciare con le mani una pallina di gomma.

Studiando le reazioni del cervello di chi era coinvolto nell’esperimento, Obhi ha scoperto che le persone socialmente più potenti avevano una ridotta capacità di identificarsi con la persona che schiacciava la pallina. In altre parole, erano meno capaci di entrare in empatia con il loro prossimo. Questo studio fornisce una base neurologica a quello che Keltner chiama il paradosso del potere.

“Una volta che conquistiamo il potere, perdiamo alcune delle capacità necessarie per ottenerlo”, dichiara lo psicologo di Berkeley. Anche altri esperimenti hanno mostrato come i potenti hanno una ridotta capacità di immedesimarsi negli altri e di assumere il loro punto di vista.

Il fatto che i sottoposti tendano a imitare le espressioni e il linguaggio del corpo dei propri superiori non li aiuta. Questo fenomeno è chiamato mirroring ed è in realtà un comportamento comune negli esseri umani come nei primati.

Secondo Keltner però, chi esercita un qualche genere di potere su altre persone, proprio perché questi tendono a compiacerlo, smette di imitare gli altri. Questo fenomeno neurologico è stato scoperto da alcuni ricercatori italiani dell’Università di Parma nel 1995, quando identificarono un nuovo tipo di cellule cerebrali, i cosiddetti neuroni specchio.

Queste cellule si trovano nella corteccia premotoria delle scimmie così come degli esseri umani e quando questa zona del cervello è esposta alla stimolazione magnetica transcranica (Tms), come nell’esperimento di Obhi, allora, semplicemente mostrando a qualcuno un video di una persona che raccoglie un oggetto, lo spettatore involontariamente copierà quell’esatta azione con la mano.

Questa capacità è uno strumento importante nello sviluppo dell’intelligenza sociale dei primati, permettendo ai nostri antenati di identificarsi con la persona che osservavano. Se però questa zona del cervello è danneggiata, per esempio a causa di un ictus, copiare le azioni di un altro diventa quasi impossibile. È questo che sembra accadere a chi detiene il potere.

Da questo punto di vista infatti i leader mostrano un comportamento simile a chi ha subito un danno cerebrale. Tuttavia questo comportamento non è permanente, i neuroni responsabili della risposta neurologica infatti non risultano davvero danneggiati ma piuttosto anestetizzati.

Esiste un rimedio? Non proprio. Tuttavia, secondo Keltner, il potere, prima che una condizione sociale, è uno stato mentale. È difficile impedire a questa condizione psicologica di influire sul modo di pensare della persona che la vive. Ma è possibile smettere di sentirsi potenti.

Il consiglio del professor Keltner è quindi quello di ricordarsi di quando non si possedeva alcun potere oppure di frequentare persone in grado di tenerci con i piedi per terra.

Per Winston Churchill per esempio questo ruolo fu ricoperto da sua moglie, Clementine. Fu lei infatti ad avvertirlo, con una lettera, di quanto fosse cambiato durante il secondo conflitto mondiale e di come questo poteva influire sulla sua capacità di prendere le giuste decisioni.

Lo statista britannico era infatti caduto vittima della cosiddetta sindrome della hybris. Questa parola, letteralmente superbia o tracotanza, per gli antichi greci indicava un atteggiamento empio e di sfida nei confronti degli dei e dell’ordine universale.

“La sindrome della hybris è un disordine scaturito dal possesso del potere, in particolare un potere che è stato associato a un successo straordinario e mantenuto per un periodo di diversi anni”. Così si può leggere in un articolo del 2009 firmato dal neurologo britannico Lord David Owen e dal suo collega psichiatra Jonathan Davidson.

I sintomi di questa patologia includono un manifesto disprezzo per gli altri, una parziale perdita del contatto con la realtà, azioni irrequiete o sconsiderate e dimostrazioni di incompetenza. Anche qui, secondo gli scienziati, la sola salvezza dei potenti risiederebbe nell’intelligenza di circondarsi di persone sincere e che non cerchino di compiacerli.

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