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Il giorno in cui ho cantato “Volare” nella foresta di fronte a una famiglia birmana

Una disavventura nella giungla birmana si trasforma in una festa inaspettata. L'incredibile storia nella settima puntata della rubrica "Voci dalla strada", firmata da Luca Cappello su TPI

Immagine di copertina
Credit: Luca Cappello

Voci dalla strada raccoglie le opinioni e la visione del mondo di gente comune. Non ha la pretesa di analizzare, ma vuole presentare diverse e molteplici verità, raccontate dalla voce essenziale e spontanea di chi vive la storia sulla propria pelle, senza facili e variabili categorizzazioni esterne.

Voci dalla Birmania

Non mi ricordo nomi e cognomi ma questa famiglia mi offrì rifugio in mezzo ad una foresta birmana situata chissà dove, regalandomi una delle esperienze più singolari della mia vita.

Ero nei pressi della città di Pindaya quando decisi che era giunto il momento di un’escursione in mezzo alla giungla. Presi accordi con l’unica persona del posto che parlava un inglese stentato: un vecchio di non so quanti anni, zoppo e cieco da un occhio. Le premesse non sembravano le migliori ma alternative non ce n’erano e perciò mi accontentai.

Partimmo in tarda mattinata facendoci strada tra sentieri minuscoli in mezzo alla florida vegetazione. La guida mi raccontò di come aveva imparato l’inglese. Era stato in Inghilterra in una sorta di scambio culturale quando era giovane, o almeno così mi parve di capire. Dopo questa storia evidentemente aveva finito il fiato, data la sua veneranda età, e camminammo in silenzio godendoci il caldo soffocante e la natura incontaminata.

Il posto era incredibile e ben presto persi la cognizione del tempo e dello spazio guardando gli infiniti campi di tè che si alternavano sui fianchi della collina, forse della montagna; ad oggi non l’ho ancora capito. Sembrava una lotta continua tra l’uomo che cercava di creare un appezzamento di terreno da coltivare e la natura che reclamava quanto le era stato sottratto. Un’epica battaglia il cui vincitore rimaneva ancora incerto.

Nel bel mezzo dei miei pensieri, però, una tempesta estiva scoppiò sul nostro percorso. Secchiate di acqua cadevano dagli alberi e, per evitare di rimanere nel fango, trovammo riparo in una casupola abbandonata da alcuni contadini. Le braci erano ancora calde, segno che se ne erano andati da poco ma l’alluvione, anche dopo mezz’ora di attesa, non accennava ad acquietarsi mentre la notte sopraggiungeva. Vedendo lo sconforto sul mio volto la guida mi disse che nelle vicinanze abitava un suo amico da cui ci saremmo potuti fermare a dormire e magari ci avrebbe offerto anche un boccone. L’idea mi ispirava e così, dopo un’altra ora di cammino sotto la pioggia incessante, giungemmo ad un casolare che appariva dal nulla in mezzo ad un groviglio di piante per rimanere in bilico sullo strapiombo.

Luca Cappello insieme alla famiglia birmana che lo ha ospitato nella foresta. L’articolo continua dopo la foto. 

Ci accolse l’intera famiglia: padre, madre e due bambini. Nessuno parlava inglese e cominciammo a spiegarci a gesti. Ci mostrarono dove avremmo dormito, ovvero sul pavimento, che comunque rispetto alla prospettiva di dormire nel fango sembrava il paradiso.

Sistemato lo zaino scendemmo in cucina dove, come spesso accade, si consuma tutta la magia di una casa. Non era proprio una cucina ma più semplicemente un buco nel terreno dove accendere un fuoco. Nessuno parlava ma tutti aiutavano, anche il bambino più piccolo. Chi curava il fuoco, chi tagliava le verdure, chi puliva l’unica padella che avevano a disposizione e io apparecchiavo. Era bellissimo: un’orchestra senza direttore. Il pasto era un lavoro di gruppo dove tutti avevano qualcosa da fare per meritarsi di mangiare. Mi sembrava di essere in famiglia, come quando vengono organizzati quei grandi pranzi in occasione delle festività dove tutti si affaccendano per la buona riuscita della festa.

Dopo due ore a spadellare (perché con una sola padella e una pentola non è facile cucinare per 6 persone) ci sedemmo a tavola a mangiare riso, uova, patate e qualche verdura non meglio identificata. La guida tirò fuori una bottiglia di plastica stracolma di qualche intruglio alcolico. Era fortissimo e, prima che la cena giungesse al termine, eravamo già alticci.

Iniziò così una festa inaspettata. Come da migliore tradizione italiana ci mettemmo a cantare ma, in questo caso, canzoni birmane. O meglio, loro cantavano, io cercavo di seguire il ritmo e le parole che non avevano alcun senso per me. In un momento di coraggio cantai a squarciagola “Volare” di Modugno sommerso da un fiume di applausi mentre il bambino più piccolo improvvisava quello che poteva essere un balletto.

Dormii di un sonno senza sogni e, l’indomani, dopo aver fatto colazione con uova, aglio, riso e altre verdure non meglio identificate, accompagnammo i bambini a scuola per continuare, poi, sui nostri passi.

Feci il viaggio di ritorno in uno stato di sospensione. Non avevo scambiato una parola con queste persone ma mi avevano riempito. Non so di cosa ma era come se avessi passato una serata in famiglia. Come se un estraneo, in fin dei conti, non potesse essere un estraneo quando incontra altri esseri umani. Così mi ritornò in mente una frase di Jim Carrey nel film Se mi lasci ti cancello quando disse che “Parlare in continuazione non significa comunicare”.

Quelle che ho raccontato non erano propriamente voci dalla strada ma, forse, quello che dovevano comunicare non si sarebbe potuto esprimere con la voce.