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I locali vicino piazza San Carlo ci hanno lasciati fuori, e non perché erano pieni
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I locali vicino piazza San Carlo ci hanno lasciati fuori, e non perché erano pieni

TPI ha raccolto la testimonianza di un ragazzo che si trovava nella piazza di Torino dove, a causa del panico sulla folla, sono rimaste ferite 1.500 persone

07 Giu. 2017

“Quando le persone hanno iniziato a scappare ho visto scene pietose. La gente saliva sulle schiene di chi era a terra e quei poveri ragazzi rimanevano sotto, schiacciati tra le persone che gli salivano sopra e il vetro che c’era per terra. Per questo molti si sono tagliati, avevano degli squarci sulle gambe e sulle mani”.

Guido* ha poco meno di trent’anni e si trovava in piazza San Carlo sabato 3 giugno, quando durante la finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid qualcosa ha provocato il panico tra i tifosi che guardavano la partita sul maxischermo.

Era arrivato con alcuni amici tra le 18:45 e le 19, quando la piazza era già quasi piena.

“Quando siamo arrivati la polizia ha controllato se avessimo bottiglie di vetro: hanno guardato dentro i nostri zaini e le buste di plastica”, racconta Guido a TPI. “Ne avevamo due e ce le hanno fatte buttare. Abbiamo potuto portare invece lattine e le bottiglie di plastica. Ma quando siamo entrati in piazza sotto i porticati c’erano gli ambulanti che giravano con i carrellini e avevano bottiglie di vetro. Dentro la piazza venivano tranquillamente vendute”.

Nel gruppo di Guido c’erano tra le 12 e le 15 persone. All’inizio si sono messi più o meno a metà della piazza, vicino ai porticati. Un punto che si trova circa 10 metri indietro rispetto alla grata che sarebbe poi crollata, dal lato opposto rispetto a dove è iniziato tutto.

A un certo punto durante la partita il gruppo si è separato. “C’era veramente tanta gente, al centro della piazza c’erano ragazzi con dei fumogeni, quindi si era creata una cappa e l’aria era pesante”, racconta Guido. “Non riuscivo a vedere bene lo schermo, quindi con alcuni dei miei amici mi sono spostato verso il fondo della piazza, gli altri invece sono rimasti lì”.

La prima metà della partita la situazione era tranquilla, spiega Guido. Un quarto d’ora dopo l’inizio del secondo tempo è scoppiato il caos. Né lui né i suoi amici hanno sentito alcun tipo di rumore. Né scoppi, né gente che urlava: “Bomba” o “Sparano”.

“Abbiamo visto questa folla che si spostava da sinistra verso destra”, continua Guido. “Poi a un certo punto si è girata tutta verso piazza Castello e ha iniziato a correre nella direzione opposta rispetto a dove c’era lo schermo. A quel punto è successo un macello. Le persone erano completamente terrorizzate, non hanno badato a quello che stava succedendo, ognuno pensava a se stesso e tutti cercavano di abbandonare la piazza”.

Anche Guido ha iniziato a correre verso piazza Castello per una via laterale e ha perso di vista i suoi amici. Sentiva solo un rumore che continuava a crescere, come quello di un aspirapolvere. “Probabilmente era solo la folla, ma alcuni hanno pensato a un furgone”, dice. Ha pensato che fosse qualche sciocchezza. Poi ha visto una seconda ondata gigantesca di gente che correva nella sua direzione. Lì ha cominciato 

“A un certo punto mi hanno buttato contro un muro”, racconta. “Sono caduto addosso a una persona che era già a terra quindi non mi sono tagliato. Ho solo qualche graffio e qualche livido. I miei amici che erano più avanti invece avevano tutti tagli sulle gambe. Mi hanno raccontato che a un certo punto hanno visto questa folla che andava verso di loro e schiacciava le persone contro il porticato e secondo me la cosa della grata è figlia del fatto che la gente spingeva dal lato sinistro a quello destro. A forza di spingere è caduta. Una grata di vetro che cade giù per le scale poteva anche sembrare il rumore di spari, quindi questa voce forse è nata da lì”.

(Un giovane ferito a una gamba il 3 giugno a Torino. Credit: Giorgio Perottino. L’articolo continua dopo la foto)

Tre degli amici di Guido hanno perso le scarpe e si sono tagliati col vetro. Due di loro si sono medicati da soli perché sono infermieri e andare al pronto soccorso non aveva senso: non c’erano ambulanze disponibili. I feriti venivano trasportati anche da piccoli bus elettrici o nelle macchine della polizia.

“Lì per lì non ci siamo neanche accorti di quello che stava succedendo: abbiamo visto una folla che si girava e correva nella nostra direzione dicendo: ‘Scappate, scappate’. Quando siamo arrivati in uno slargo abbiamo iniziato a chiedere e ognuno diceva un po’ la sua”, racconta Guido. “Spari, una bomba, una macchina sulla folla. Per 20 minuti, finché non sono riuscito a chiamare mio padre, ero convinto che ci fosse stato un attentato. Ho ritrovato alcuni amici per caso a quattro chilometri dalla piazza”. 

“Tanti si sono persi, ho visto molti ragazzini che correvano da soli”, continua. “Altri chiedevano indicazioni perché non erano di Torino e non conoscevano le strade. Io ho perso tutti i miei amici e li ho ritrovati dopo molto tempo. Non c’è stato nessun tipo di informazione, internet non funzionava. Secondo me gli operatori delle televisioni che erano lì avrebbero dovuto dire a tutti che era un falso allarme quando si sono accorte”.

Durante la fuga Guido ha visto che quasi tutti i locali nelle vicinanze avevano chiuso le porte.

“Molti cercavano rifugio in ristoranti o bar ma non ti facevano entrare”, dice. “Si sono barricati dentro, hanno chiuso, penso per timore. Sai, a Parigi erano entrati con i mitra dentro i ristoranti. Quindi non sapendo chi potesse entrare hanno chiuso, da un certo punto di vista li capisco”.

Nei giorni successivi qualcuno dei proprietari dei locali ha dichiarato che avevano chiuso quando già erano pieni, ma per Guido questa versione non regge: “Non è vero, per quello che ho visto io non erano per niente pieni. La maggior parte erano semivuoti. Ho visto gente che cercava di entrare. Loro si sono chiusi dentro, tanta gente è rimasta fuori ed è stata costretta a scappare verso piazza Castello”.

(Qui sotto la foto di Kevin, sette anni, che riceve i primi soccorsi dopo essere stato travolto dalla folla in piazza San Carlo. Il bambino è uscito dal coma. Credit: Giorgio Perottino. L’articolo continua dopo la foto)

“Soltanto un ragazzo che ha un piccolo bar in piazza Castello, accanto ai portici, dove ci sono dei locali in vetro, è stato veramente gentile perché ha fatto entrare alcuni ragazzi dicendo: ‘Io devo chiudermi dentro ma voi o entrate o uscite’”, racconta Guido. “Ha fatto entrare tutti i ragazzi che avevano dei tagli. Io ho accompagnato un ragazzo che aveva un taglio su tutto l’avambraccio abbastanza profondo. Non puoi lasciare una persona che ha il braccio tagliato per strada. Almeno lo fai entrare a sciacquare la ferita”.

Anche un amico di Guido ha trovato rifugio in un ristorante in una traversa di piazza Castello. “È rimasto 40 minuti là dentro”, dice. “Perché poi loro non volevano aprire e non volevano far uscire nessuno. Ma almeno lo hanno fatto entrare”.

Il ristorante però era già più lontano da piazza San Carlo, quindi è stato forse più facile far entrare qualcuno.

“L’organizzazione è stata pessima, non puoi organizzare un evento del genere a piazza San Carlo perché non ci sono vie di fuga adeguate”, conclude Guido. “Pensandoci è andata bene, se davvero ci fosse stato qualcuno che sparava là in mezzo sarebbe stata proprio una strage. La gente per scappare da piazza San Carlo ci ha messo una vita. Assurdo che nella piazza vendessero birra in vetro”.

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* Guido è un nome di fantasia dal momento che questa persona ha accettato di fornire la sua testimonianza in forma anonima.

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