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La grande menzogna che continuiamo a raccontarci sul terrorismo
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La grande menzogna che continuiamo a raccontarci sul terrorismo

In nome di una società aperta che è giusto difendere ci rifiutiamo di adoperare i mezzi necessari per chiudere il rubinetto del terrore. Il commento di Giorgio Ferrari

24 Mag. 2017

Il mondo occidentale e le sue democrazie parlamentari persistono nel vivere nel cuore di una bolla menzognera. Una bugia auto-inflitta e ben custodita, perché il prezzo della consapevolezza è evidentemente ancora troppo alto affinché i governi possano concederselo.

La guerra al terrore jihadista è iniziata sedici anni fa con l’attentato alle Torri gemelle e ultimamente ha allineato alcuni importanti successi sul campo: l’imminente riconquista di Mosul, l’attacco finale che si prepara a Raqqa, roccaforte dell’Isis, lo spegnersi della minaccia del califfato nell’area di Sirte.

Eppure, come si è potuto constatare nelle ultime tragiche ore a Manchester, permane la minaccia. Rimane quel terrore asimmetrico, individuale e radicalizzato che da un lato è il più efficace in termini di propaganda e dall’altro è il più difficile da intercettare e combattere. Difficile, ma non impossibile. E qui veniamo alla bolla menzognera.

Frammisto all’orrore che suscita ogni attentato compiuto dai kamikaze domestici – quelli cioè con passaporto nazionale che hanno intrapreso un percorso di radicalizzazione “in casa”, attraverso le parole farneticanti di un imam e/o grazie alla capillare propaganda mediatica di cui sovrabbondano i siti jihadisti – vi è presso l’opinione pubblica una frase che troppe volte abbiamo sentito pronunciare: “Il killer era noto alle forze di polizia”.

A Parigi, a Bruxelles, a Londra, a Berlino, a Nizza, a Monaco, dovunque. Il killer, l’attentatore, l’autista del camion che semina morte facendo strage nella folla era sempre noto ai servizi antiterrorismo. A posteriori si scopre quasi regolarmente che il terrorista frequentava siti jihadisti, che postava sui social network le proprie invettive contro gli infedeli, talvolta – ma non così raramente – preannunciando la data del proprio gesto.

Non è più ammissibile che solo a posteriori si faccia luce sulla rete terrorista che non fa mistero (per tracotanza o imbecillità, ma fa lo stesso) delle proprie intenzioni.  E non bastano i pur condivisibili concetti di inclusione, di integrazione, di cooperazione fra gli Stati.

Il fatto di lasciare a piede libero un soggetto – spesso già noto alla legge, condannato per reati comuni, spesso di ritorno da paesi come la Siria dove verosimilmente non ci si reca per turismo né per motivi religiosi – che mostra i segni inequivocabili della propria radicalizzazione è il pre-crimine che si commette ai danni della collettività.

Da questa menzogna che le democrazie occidentali si auto-infliggono dovremmo uscire al più presto.

Non stiamo parlando di uno Stato di polizia. Certo, di fronte a tremila jihadisti potenziali annidati nei “Londonistan” britannici, gli investigatori riconoscono di poterne monitorare non più di quaranta. Ma celebrare le nude cifre come una ineluttabile certificazione di impotenza è il modo migliore per ammettere che è impossibile sconfiggere il jihadismo fatto in casa. E questo è vero solo se permane quella bolla menzognera nella quale continuiamo a vivere.

Una bugia che in nome della società aperta – che vogliamo a tutti costi difendere mostrando a tutti i terrorismi che il nostro stile di vita non cambia e non cambierà mai quanto siano gli attentati che verranno – si rifiuta di adoperare i mezzi necessari per chiudere il rubinetto del terrore.

Il Regno Unito ha una consolidata dimestichezza con simili emergenze. Per almeno mezzo secolo l’IRA ha imposto ai governi britannici una reazione di tipo militare nell’Ulster e perfezionando metodi antiterrorismo sconosciuti o quasi nel resto d’Europa. Per questo gli inglesi saranno probabilmente i primi a trovare i mezzi necessari. Ma è uno sforzo che dobbiamo fare tutti quanti. Senza più raccontarci bugie. 

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