Me
Perché è così difficile ammettere di aver sbagliato
Condividi su:

Perché è così difficile ammettere di aver sbagliato

Nella vita capita spesso di sbagliare, ma poche volte di ammetterlo. Perché? La spiegazione risiede nel nostro cervello

22 Mag. 2017

Ammettere di aver sbagliato è estremamente difficile. Non si tratta semplicemente di ottusità o arroganza, anche alle persone umili capita di non voler ammettere – a sé stessi e agli altri – di aver sbagliato.

Per questo tipo di comportamento c’è una spiegazione scientifica, che risale alla dissonanza cognitiva. Introdotta dallo psicologo Leon Festinger nel 1957, la dissonanza cognitiva avviene quando viviamo situazioni molto contraddittorie e il nostro cervello si ritrova costretto a districarsi fra affermazioni, situazioni, fatti dissonanti e contrastanti in riferimento alla nostra persona.

A quel punto dobbiamo scegliere una via o l’altra: ammettere di aver sbagliato oppure perseverare nell’errore, cercando lo sbaglio al di fuori di se stessi. Ciò che comunemente accade è che quando si sbaglia si persevera nella concezione sbagliata, perché ammettere l’errore vorrebbe dire ridurre la propria autostima, sentirsi in colpa e minacciare la propria integrità, il proprio concetto di sé.

Come descritto da Festinger, un esempio valido è quello di un soggetto che disprezza esplicitamente i ladri, ma compra un oggetto a un prezzo troppo basso per non intuire che sia di provenienza illecita.

A quel punto la persona in questione deve modificare il proprio comportamento se non vuole vivere la condizione disagiante della dissonanza cognitiva: dovrà smettere di disprezzare i ladri o smettere di comprare gli oggetti rubati.

Questo processo avviene ogni qualvolta ci troviamo in una situazione contraddittoria o quando una nostra frase non corrisponde al vero e ci viene fatto notare. Carol Trevis ed Elliot Aronson, entrambi psicologi, hanno studiato questi comportamenti e cercato di dare una spiegazione del meccanismo attraverso il libro Mistakes were made (not by me).

I due autori raccontano la storia di un gruppo di persone fortemente convinto di una profezia: la fine del mondo sarebbe arrivata in un preciso giorno, il 20 dicembre di un determinato anno.

Gli adepti si prepararono alla fine del mondo, ma quando questa non arrivò, dovettero darsi un’altra spiegazione. E così si dissero: “Dio ha deciso di risparmiarci”.

Il giornalismo richiede risorse e scegliere di mantenere gratuito l’accesso a un giornale indipendente come TPI significa dover contare anche sulla pubblicità: questa è la ragione per cui vedi tanti annunci. Se vuoi contribuire a migliorare il nostro giornale e leggere gli articoli senza pubblicità anche da mobile iscriviti a TPI Plus, basta davvero poco ➝ www.tpi.it/plus