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Un coltello è un coltello, non può essere portato in giro. E non è razzismo, ma banale buon senso

Singh Yantinder è stato condannato dalla Corte di Cassazione a pagare un ammenda di 2mila per aver circolato in strada armato di coltello. L'uomo contesta la sentenza

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“E allora perché il macellaio, il falegname, il chirurgo, possono portare i loro strumenti di lavoro in giro? Perché la religione non è anche essa un giustificato motivo? Faremo qualsiasi cosa che ci consenta di rispettare il nostro credo”.

Lo dice in un’intervista a Repubblica il signor Singh Yantinder, 32 anni, che vive in Italia da molti anni, precisamente a Goito, dove è stato condannato dalla Corte di Cassazione a pagare un ammenda di 2mila per aver circolato in strada armato di coltello. Nello specifico, un coltello sacro, il kirpan.

L’uomo, appartenente alla comunità indiana sikh, chiedeva di non essere multato, e il suo reclamo era stato condiviso dalla procura della Suprema Corte che, ritenendo il comportamento giustificato dalla diversità culturale, aveva chiesto di stracciare la condanna.

Ma la Cassazione non gli ha dato ragione, nonostante Yantinder continui a sostenere che il coltello è un oggetto sacro secondo i precetti della sua religione.

“Per noi non è nemmeno come il crocefisso, cioè un simbolo religioso che si può indossare o meno, a seconda dei gusti”, continua Singh nell’intervista.

“Per noi è obbligatorio indossarlo, non farlo è una grave mancanza religiosa, che non ha equivalenti nella religione cristiana. Non ho commesso reati, come è stato scritto, ma solo rispettato le regole della mia religione, come fanno altri 30 milioni di sikh nel mondo, 160mila dei quali in Italia”. 

Una comunità che crede fortemente nei precetti della sua religione e che è disposta a mediare pur di non contravvenire alle proprie leggi. 

“Noi siamo disponibili a ridurre la dimensione del pugnale, anche a portarlo sotto i vestiti, invece che alla cintola e in modo visibile, se la questione è di ordine pubblico, ci adatteremo”, insiste Yantinder.

Ma la legge parla chiaro. Un coltello è un coltello. Non esiste una soglia di dimensioni oltre la quale portare un coltello in tasca è illegale. Portare un coltello in tasca è sempre illegale, anche se la lama misura pochi centimetri.

Il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza prevede che le armi vadano sempre denunciate.

 “Chiunque detiene”, recita l’articolo 38, “armi, munizioni o materie esplodenti di qualsiasi genere e in qualsiasi quantità deve farne immediata denuncia all’ufficio locale di pubblica sicurezza o, se questo manchi, al comando dei reali carabinieri. Sono esenti dall’obbligo della denuncia: i corpi armati, le società di tiro a segno e le altre istituzioni autorizzate, per gli oggetti detenuti nei luoghi espressamente destinati allo scopo; i possessori di raccolte autorizzate di armi artistiche, rare o antiche; le persone che per la loro qualità permanente hanno diritto ad andare armate, limitatamente però al numero ed alla specie delle armi loro consentite”.

Ma ogni regola ha la sua eccezione. Secondo i giudici, infatti, è possibile conservare nella tasca un coltello solo per motivo giustificativo, quello cioè giustificato da particolari esigenze del possessore. Tali esigenze devono però essere credibili, ossia perfettamente corrispondenti a regole comportamentali lecite.

Quindi, l’elemento di distinzione lo fa solo la possibilità di giustificare il possesso del coltello.  

Ma anche volendo attenersi a questa norma, le disposizioni dell’articolo 699 del codice penale fugano ogni dubbio: “Integra il reato di porto d’arma in luogo pubblico il trasporto di un coltello a serramanico a bordo di un’autovettura che circoli in strade e spazi pubblici, quando l’agente possa direttamente e prontamente disporne, non essendo necessario che l’arma sia materialmente portata addosso”.

Per questo risulta complicato andare incontro alle esigenze del signor Yatinder e quelle della comunità sikh. A loro viene richiesto di “conformarsi ai valori della società nella quale hanno deciso di stabilirsi ben sapendo che sono diversi”.

La diatriba sui diversi vincoli imposti dalle religioni e le leggi dello stato che ospita le diverse etnie è sempre aperta. Puntualmente, ad esempio, il dibattito si riapre sulle disposizioni sull’uso del burqa, ma non è il solo caso. 

La questione è intricata e prendere una posizione non è semplice: da una parte si vuole accettare e comprendere l’importanza di un obbligo religioso, dall’altra si deve privilegiare il bene comune, considerare l’incolumità di tutti gli individui, che potrebbero anche essere feriti da persone terze che si impossessano di tale arma con intenzioni malevoli.

E si, scopriamo l’acqua calda: viviamo in un mondo in cui è necessario – continuamente – prendere precauzioni contro le intenzioni, contro le possibilità. Non solo contro la realtà.

Una considerazione questa che tiene conto anche di chi può obiettare: “Certo, ma allora anche il cric che abbiamo in auto può diventare uno strumento di violenza”. 

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Ovvio, ma un coltello è un coltello. Non un cric. 

Le soluzioni esistono, se si vogliono trovare: si potrebbe pensare di sostituire la lama del coltello con un materiale non pericoloso, ad esempio. 

Sarebbe stupido parlare di razzismo, sarebbe irragionevole aggrapparsi a un qualunque tipo di accusa che vuole vedere in questa vicenda il pretesto per alimentare odio tra italiani e altri popoli.

Non c’entra la libertà, non c’entra l’integrazione, non c’entrano l’ostilità, l’avversione, il fanatismo o l’intolleranza. 

Si tratta di buon senso. Semplice, comune, banale, buon senso.