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Il mio viaggio in uno dei confini più instabili d’Europa
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Il mio viaggio in uno dei confini più instabili d’Europa

Il fotoreportage di TPI dalle enclavi serbe circondate dal Kosovo nazionalista. Qui le famiglie di entrambi i paesi piangono vittime e carnefici

16 Mag. 2017

Per alcuni è la polveriera dei Balcani, per altri un simbolo di speranza, di certo la regione del Kosovo è un groviglio di rancori, minoranze etniche e religiose che tentano una lenta e precaria convivenza tra risoluzioni non definite, confini instabili e armi sepolte nei bauli.

Negli anni Novanta, in ogni punto cardinale dei Balcani infuriavano guerre destinate a segnare in modo definitivo territori e inimicizie che ancora oggi sopravvivono in forma latente. In particolare, nella regione del Kosovo, il fronte nazionalista serbo fu protagonista di violenti azioni repressive verso i kosovari di etnia albanese costretti a drammatiche migrazioni in Albania.

(Credit: Sandro Montefusco. L’articolo continua dopo la foto)

Alla fine degli anni Novanta vittime e carnefici si confusero e ai rastrellamenti dei nazionalisti serbi si sostituirono le rappresaglie dell’Esercito di liberazione kosovara (UCK) contro montenegrini, serbi e gitani al fine di ripulire il Kosovo soprattutto dalle minoranze serbe e ortodosse.

La guerra ebbe la sua risoluzione solo nel 1999 grazie all’intervento della Nato con la missione militare internazionale Kosovo Force (Kfor), alla quale partecipa anche il contingente italiano. Il Kosovo ebbe la possibilità di dichiarare la sua indipendenza dalla Serbia e, nello stesso tempo, alla Kfor venne assegnato il difficilissimo compito di garantire la sicurezza, la tutela e la sopravvivenza di tutte le minoranze etniche e proteggere l’enorme patrimonio storico dei monasteri ortodossi nel cuore del Kosovo. Ancora oggi, a quasi 20 anni dall’intervento della Nato, la Kfor garantisce una convivenza pacifica.

È proprio in compagnia dei militari della più grande base internazionale Nato a comando italiano, che TPI ha compiuto un viaggio nel Kosovo, per conoscere villaggi, monasteri, terre di confine e uomini e donne che tentano di seppellire armi e rancori per costruire un desiderato e sofferto futuro di pace.

(Credit: Sandro Montefusco. L’articolo continua dopo la foto)


Il silenzio di Peje

Peje è una delle principali cittadine del Kosovo occidentale. Nel suo distretto convivono una decina di differenti gruppi etnici. La maggior parte della popolazione è di etnia albanese (90 per cento), seguono diverse sotto etnie rom (4 per cento), bosniaci e piccolissimi altri gruppi come i serbi (0.4 per cento).

A meno di dieci chilometri dal centro della città, sorge il villaggio di Goraždevac, enclave serba in cui oggi vivono poco più di 500 abitanti ma prima della guerra vi erano quasi 2mila persone.

Sul lungo rettilineo di collegamento da Peje si intravede il colore marrone delle costruzioni. Casolari semplici, costruiti con fango e mattoni, circondati da orti e piccoli pascoli. L’ostilità del vicinato e le continue minacce subite in quasi un ventennio rendono precaria la stabilità e in un certo senso “vietano” l’ambizione stessa a un vivere più dignitoso. Più volte le rappresaglie hanno scoraggiato il ritorno di famiglie serbe nelle loro antiche abitazioni, molte delle quali completamente distrutte. 

(Credit: Sandro Montefusco. L’articolo continua dopo la foto)