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Che cos’è la resilienza e perché tutti ne parlano

Resiliente è chi dopo aver affrontato una malattia ne esce più forte di prima, chi non si abbatte dopo un amore finito o riparte da zero dopo una grossa delusione

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In ingegneria è la capacità di un materiale di assorbire energia e resistere agli urti senza rompersi. In biologia è la proprietà di un essere vivente di autoripararsi dopo un danno. In psicologia è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici. Stiamo parlando della resilienza, un termine che ha mille sfaccettature a seconda dell’ambito di utilizzo, ma che sta entrando sempre di più nell’uso comune.

Resiliente è chi, dopo aver affrontato una malattia, è più forte di prima. Resiliente è chi non si abbatte dopo un amore finito male e riparte da zero, o chi si rimbocca le maniche dopo una grossa delusione di lavoro. Resiliente è chi, parafrasando Nietzsche, pensa: “Quello che non mi uccide, mi fortifica”.

Resistere, adattarsi, rafforzarsi: la resilienza non ha niente a che fare con una vita facile, senza difficoltà, a un atteggiamento di superficiale approssimazione o a un’assenza di stress o delusioni. È piuttosto la capacità di reagire, di riadattarsi e ricostruirsi dopo le avversità.

In questo preciso periodo storico è un termine che piace sempre di più. Il verbo resilire si forma dall’aggiunta del prefisso re- al verbo salire ‘saltare, fare balzi, zampillare’, con il significato immediato di ‘saltare indietro, ritornare in fretta, di colpo, rimbalzare, ripercuotersi’, ma anche quello, traslato, di ‘ritirarsi, restringersi, contrarsi’, scrive l’Accademia della Crusca, aggiungendo che “la parola resilienza ha guadagnato, negli ultimi anni, una sorprendente popolarità, tanto improvvisa da favorirne la percezione come di un calco dall’inglese”.

E c’è sempre più gente impegnata nella diffusione della cosiddetta cultura della resilienza, come il giornalista di Radio24, Alessandro Milan, che ha fondato l’associazione Wondy sono io, sulla scia del movimento lanciato dalla moglie, la giornalista Francesca Del Rosso, dopo la pubblicazione del libro Wondy – ovvero come diventare supereroi per guarire dal cancro. Francesca-Wondy era una mamma e blogger, morta a causa di un cancro a dicembre 2016.

“C’è una parola per questo, difficile e importante, che significa non arrendersi, non tirarsi mai indietro. Non lasciare la partita. Resistere agli urti della vita senza spezzarsi. Andare avanti a testa alta, sempre avanti. In ogni caso. Questa parola è resilienza. È una parola che merita attenzione. Che va raccontata, spiegata, diffusa. Che voglio portare nel mondo, in tutti i modi che conosco e che mi verranno in mente”, scrive Wondy, raccontando a modo suo cosa sia la resilienza.

Dall’associazione sono nate una mostra e un concorso letterario: In viaggio con Wondy, dedicata alla storia di Francesca del Rosso che sarà inaugurata domenica 21 maggio al Tempio d’Oro, e il premio Wondy, dedicato alle migliori opere edite di letteratura resiliente.

Resilienza è anche il titolo del documentario di Paolo Ruffini sulla storia di Alessandro Cavallini che se ne è andato a soli 14 anni, vittima di un gravissimo tumore pediatrico, il Neuroblastoma IV stadio, e alla sua vita da “resiliente”.