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Il leader laburista Corbyn ha illustrato la sua strategia di politica estera

Se il laburista Jeremy Corbyn fosse eletto primo ministro inglesi nelle elezioni di giugno, questa sarebbe la sua ricetta geopolitica

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Diplomazia multilaterale, niente interventi militari e una sostanziale opposizione agli aspetti piú virulenti del trumpismo: questa, in due parole, la dottrina Jeremy Corbyn, candidato premier del partito Laburista britannico nelle elezioni dell’8 giugno. 

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Corbyn, il principale sfidante dell’attuale prima ministra conservatrice Theresa May, ha esposto il suo programma di politica estera in un discorso a Chatham House, blasonato think tank londinese. 

Il discorso non ha riservato sorprese per chi conosce la storia e le idee del leader labour, eletto a sorpresa nelle primarie del 2015 dopo un trentennio passato all’ala sinistra del partito, e da sempre contraddistinto da uno spirito cosmopolita e forte contrarietà all’uso della forza in politica estera. 

Corbyn ha iniziato rievocando il “complesso militare-industriale” di Eisenhower e condannando i recenti interventi militari in paesi come l’Iraq e la Libia, entrambi sostenuti da Londra, e entrambi opposti da Corbyn quando era deputato. Il leader ha detto che “il regime change non funziona” e che l’uso spregiudicato della forza rischia solo di causare più instabilità. 

La via da seguire, in Siria come in Corea del Nord e altre parti del mondo, sarebbe un approccio diplomatico multilaterale, sotto gli auspici delle Nazioni Unite, e coinvolgendo rispettivamente Iran e Cina nei negoziati. 

Pur sostenendo di non essere un pacifista, e di essere “disposto ad accettare la guerra come ultima risorsa”, concretamente il leader laburista si è detto contrario a ogni conflitto che non avvenga nel rispetto del diritto internazionale sotto l’egida dell’ONU, e che non preveda un convincente piano di diplomazia e ricostruzione. (L’espressione “diritti umani” è stata un po’ il leitmotiv della presentazione).

Grande attenzione anche al cambiamento climatico, alla crisi dei rifugiati, e al disarmo nucleare.

Difficile non notare come una linea di questo genere sia l’immagine rovesciata dell’aria che tira oltreoceano, dove il neopresidente Donald Trump vagheggia un isolazionismo nel nome dell’America first, è scettico sul riscaldamento globale, rotea la scimitarra verso la Corea di Kim Jong Un, e non si fa scrupoli a bombardare Siria o Afghanistan, – sganciando la madre di tutte le bombe – a seconda del capriccio del momento. 

Prevedibile quindi l’atteggiamento che Corbyn prenderebbe nel caso fosse eletto a Downing Street: estremamente critico delle azioni più radicali e unilaterali di Washington, e fautore di un approccio britannico indipendente alle questioni internazionali, non soggiacente di default  alla “special relationship” fra Gran Bretagna e Stati Uniti. 

“Non cammineremo mano nella mano con Donald Trump”, ha detto il laburista, in una staffilata alla premier May, che in questa posa si era fatta fotografare in una recente visita di stato a Washington, e che conta proprio su un rapporto più stretto con l’America trumpiana per alleviare la probabile botta economica post-Brexit. 

Proprio la Brexit — insieme forse al rapporto con la Russia di Putin, che ha meritato una menzione di sfuggita — è stata la grande assente dal discorso del candidato premier. Forse semplicemente perché di Brexit se ne parla ormai ogni giorno, ed era il momento di parlare del resto del mondo, o perché il tema era troppo complesso e avrebbe meritato un discorso a sé. 

A prescindere dal discorso di oggi, durante questa campagna elettorale molti hanno rimproverato a Corbyn di glissare sul tema dell’uscita dall’UE — che invece è il cavallo di battaglia della May —per focalizzarsi su tematiche come la sanità, i servizi pubblici e l’istruzione. Il manifesto laburista, emerso mediante soffiata un paio di giorni fa, dà infatti maggior rilevo a proposte come la rinazionalizzazione del servizio postale, un aumento del salario minimo e l’abolizione delle rette universitarie.

Alcune di queste proposte potrebbero senz’altro fare presa sul pubblico britannico. Ma molti elettori andranno alle urne segnatamente per scegliere un premier che porti a casa una Brexit — meglio se dura e anti-immigrazione — che funzioni. E ora come ora la strategia di evitare l’argomento non sembra essere abbastanza per sconfiggere i conservatori della May, che possono contare su oltre dieci punti di vantaggio sui laburisti di Jeremy Corbyn. 

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